martedì, maggio 18, 2010

Omiyage, briciole di Kyoto e varie

(A sinistra: alcuni miei uchiwa - ovvero i tradizionale ventagli giapponesi - ideali per iniziare gia' adesso a ritrovare un po' di refrigerio nelle ore piu' calde della giornata. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia).

Le ore, i giorni, le settimane e i mesi continuano a fuggire via con la loro solita e proverbiale rapidita', e spesso mi soffermo a fantasticare su di un ipotetico luogo - situato magari in fondo al mare o in una qualche grotta remota - dove tutte quelle ore, quei giorni, quelle settimane e quei mesi vanno ad annidarsi.
Mi piace immiginarmi mentre - con un briciolo di quella fortuna che sa tramutare una semplice curiosastra in una coraggiosa esploratrice destinata al successo - riesco a scovare quel deposito di tempo trascorso e perduto. M'immagino mentre, con sguardo incredulo e le mani tremanti, lentamente mi chino per raccogliere quegli scampoli di tempo che si sono trasformati in colorati ritagli di stoffa.

Riempiendomi avidamente le tasche di quelle stoffe che - per magia si ritrasformeranno in ore, giorni, settimane e mesi - inizio a sorridere sempre di piu', pregustando gia' tutto cio' che faro' in quelle ore, in quei giorni, in quelle settimane e in quei mesi recuperati.
Da questi simil-vagheggiamenti mi sveglio sempre e mi accorgo che era veramente tutto un sogno. Un sogno ad occhi aperti, ma pur sempre un sogno. Un'illusione destinata a svanire ancor prima di aver appoggiato i piedi sul pavimento.

Gli uchiwa mi ricordano che appunto il tempo passa e che ormai la calura estiva e' sempre piu' vicina. Mi ricordano anche che non e' necessario patire il caldo perche' ci saranno loro a donarmi un po' di sollievo.

E il passare del tempo spesso non solo ci distanzia fisicamente da luoghi e persone, ma tende ad allontanarci anche dai ricordi, facendoli sbiadire e sfumandone i contorni fino a farli quasi diventare un'immagine unica, senza confini.

L'ho gia' scritto in precedenza, lo so, ma di Kyoto voglio ricordare il piu' possibile, e per poter far cio' devo scrivere, scrivere, scrivere.

Pontocho e' un quartiere deliziosamente minuto. Di giorno assume un'aria sobria, riservata e quasi timida, mentre di sera quello stesso quartiere sembra indossare un abito di velluto abbellito da tante gemme luccicanti: alcune sono rosse, altre blu, e altre ancora arancioni e verdi.
Al tramonto, Pontocho sorride ed invita i passanti a farle visita. Ci si lascia, dunque, attirare dal canto delle sirene ed e' per questo che ci si perde volentieri per i vicoletti che profumano di buona cucina, di sake', di gelsomino.

Eleganti ristoranti ed antiche locande impreziosiscono le strette stradine di questo vecchio quartiere. Ognuno di questi ristoranti cerca di attirare l'attenzione dei passanti che a quell'ora inizieranno ad avvertire i primi languorini serali.

Ecco l'esterno di uno di questi ristoranti di Pontocho. All'esterno sono state messe in esposizione tutte le verdure di stagione (vere!) che in quel momento caratterizzavano il menu' del giorno.
Non e' stato semplice decidere dove fermarsi. Ciascun ristorante sembra possedere una qualche caratteristica unica ed introvabile: c'e' chi offre piatti di pesce tradizionali e di altissima qualita'; c'e' chi invece ed orgogliosamente propone appetitosi repertori della おばんざい料理 obanzai-ryoori (la cucina tradizionale e storica di Kyoto); c'e' chi preferisce giocare e sperimentare con ingredienti occidentali, creando abbinamenti innovativi ed originali; e c'e' anche chi, nonostante tutto, si prefigge di offrire i semplici piatti di un'accogliente 食堂 shokudoo.

Dopo lungo lungo vagare, i profumi, le luci soffuse, ed un invitante menu' o-banzai, abbiamo deciso di fermarci qui:
Mimasu-ya, uno storico ristorante di cucina o-banzai di Pontocho, ci ha accolti con un profumo di fiori freschi e pesce alla griglia.
Dopo esserci accomodati sopra un tatami adornato da 座布団 zabuton blu e bianchi (cuscini rettangolari), abbiamo assaporato una cena fantastica composta da ingredienti non solo freschissimi, ma di stagione e di provenienza rigorosamente kyotense. Una cena delicatamente costruita su di un fragile intreccio di sapori antichi che pero' avevano un qualcosa di attuale.

Solo alcune delle squisitezze assaporate da Mimasu-ya:
del tofu artigianale freschissimo e servito su di un letto di ghiaccio. Il tofu era accompagnato da tre tipi di sali diversi: sale all'ume, sale al sakura, sale al sansho (pepe verde giapponese).
Una sorta di tempura molto particolare e croccante, di kabocha (zucca giapponese).
Una leggerissima mousse di tofu accompagnate da fragole e gelato.

Dei ricordi di Kyoto mi sono rimaste nel cuore le immagini del mercato di Nishiki di cui pero' vi parlero' in seguito.

In queste ultime settimane ho ricevuto alcuni deliziosi お土産 omiyage e ho aggiunto anche due incensi nuovi alla mia collezione.

Dalla mia adorata amica Sakura ho ricevuto questo del pregiato te' proveniente da Shizuoka:


Sakura, amica dal bel sorriso e dagli occhi luminosi, non manca mai di portarmi un dono.
Da Fusae-san, invece, ho ricevuto un omiyage culinario proveniente dalla Prefettura di Kagawa 香川県, nello Shikoku: dei 讃岐うどん sanuki-udon freschissimi. I sanuki-udon sono degli ottimi udon tipici della Prefettura di Kagawa.
Ho preparato questi ottimi udon due sere fa, assieme a del tempura di verdure e pesce (di cui riportero' la ricetta, se interessa).

Intanto la mia passione / fissazione per l'incenso continua e non accenna a smorzarsi. L'incenso non e' un qualcosa che mi limito soltanto a collezionare - anche perche' sarebbe abbastanza noioso - ma e' un qualcosa che brucio quotidianamente, soprattutto quando ho bisogno di ritrovare un po' di pace e serenita'. Con l'inizio della primavera si sono insinuate nella mia vita alcune preoccupazioni nuove ed un dispiacere che, purtroppo, hanno tinto di grigio le mie giornate. Assaporare, dunque, i vari incensi giapponesi e' un modo per alleggerire un po' la mente e reimparare

Questo e' l'eccellente のきば Nokiba di Kyoto:

Brucio uno di quei bastoncini verdi e per casa si diffonde una fragile nuvola di un profumo che sa di quelle foglioline secche che danzano col vento, i primi di autunno; sa di quell'aria pulita e pura che si respira al tramonto, ad Enoshima; sa di te' sfuso e di nebbia.
E poi c'e' questo - 森の香 mori-no-koo ossia il profumo della foresta - un incenso la cui sola e unica nota e' il mio adorato hinoki.

Fra pochissimi giorni si avverera' un altro mio sogno (uno lo sto gia' vivendo stando qui): vedro' finalmente - e per la primissima volta nella mia vita - la Cina!
Sono anni e anni che sogno di vederla. Nei miei sogni - sia quelli ad occhi aperti che quelli notturni - cerco d'immaginarmi i suoi colori; i suoi odori; le sue hutong 衚衕 un po' diroccate e un po' rimesse a nuovo; i grandi parchi dove i cinesi si ritrovano per fare tai-chi insieme; i venditori ambulanti di zuppe e baozi fumanti; quei templi con secoli di storia alle spalle e con all'interno preziosi ed intricati intarsi; residui architettonici di quella Cina maoista e sanguinaria che mi e' stata raccontata per anni dai libri; il traffico di biciclette; le sale da te' impregnate del profumo di Long Jing e Wu Lung.

Non so esattamente cosa trovero' e se cio' che trovero' combacera' con cio' che ho sempre immaginato, ma non importa. No, non importa assolutamente perche' la cosa piu' preziosa sara' esserci.

mercoledì, maggio 05, 2010

Biscottini al matcha

(A sinistra: i miei biscottini al matcha. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia).

Sebbene il barometro mi abbia gentilmente messa al corrente dei 30 gradi centigradi che hanno costretto Sagamihara ad una soffocante anteprima estiva, non sono riuscita a resistere alla tentazione di sperimentare una ricetta appuntata tempo fa su uno di quei foglietti volanti che viaggiano da un punto all'altro della casa per poi stazionare chissa' dove, a prendere polvere.

Non so voi, ma i Post-it ed io non andiamo molto d'accordo. Si', avranno anche la striscia adesiva dietro che permette di appiccicarli ovunque, ma nonostante tutto io riesco comunque a perderli, dimenticandomi quindi di cio' che mi ero appuntata. Invece se, per miracolo, il biglietto non dovesse andar perso allora indubbiamente sara' destinato ad un vagabondaggio domestico della durata di cinque o seimila anni.

Ogni tanto, pero', intervengo io ad interrompere quel girovagare cartaceo facendo spietati repulisti che spesso m'incoraggiano a riempire alla cieca il cestino dell'immondizia, con ogni sorta di foglio, foglietto, fogliettino e fogliettuzzo.

E proprio oggi, durante una di queste lotte contro i Post-it erranti, il mio sguardo si e' posato su un pezzo di carta giallo pallido su cui, probabilmente nel Giurassico, mi annotai, con la mia solita calligrafia disordinata ed incostante, una ricetta per dei biscotti al matcha. L'avevo trascritta durante una delle meravigliose trasmissioni di cucina della NHK, ma l'anatema dei Post-it me l'ha fatta dimenticare...fino ad oggi.

Uno dei vantaggi (o svantaggi, dipende) delle ricette giapponesi e' che spesso utilizzano dosi molto ridotte, il che le rende ideali per chi non ha il desiderio ogni volta di ritrovarsi con una zuppa in quantita' da caserma oppure con un baule di biscotti.
Certo, si puo' sempre ricorrere a semplici operazioni aritmetiche per dimezzare una ricetta qualunque, ma cosi' facendo spesso mi sono ritrovata con risultati non proprio entusiasmanti. Se si trattasse di risolvere operazioni complesse potrei tranquillamente imputare tali insuccessi alle mie deboli abilita' matematiche, ma essendo divisioni elementari mi rendo conto sempre di piu' del fatto che cucinare non e' solo una gloriosa e poetica arte, ma e' soprattutto una scienza che come tale esige una precisione forse non facilmente ottenibile con gli utensili casalinghi.
L'ingrediente protagonista di questa ricetta e' il 抹茶 matcha (o maccha), il pregiatissimo te' giapponese in polvere utilizzato principalmente (ma non solo) in occasione della cerimonia del te'.
Questo particolarissimo te' e' diventato negli ultimi anni un ingrediente noto e di cui tutti parlano; basta consultare brevemente Internet per venire travolti da centinaia e centinaia di proposte gastronomiche che consigliano ogni sorta di prelibatezza impreziosita da un tocco di quella preziosa polvere verde.
Ad essere sincera, pero', io il matcha preferisco berlo che non usarlo come ingrediente. Pur tuttavia, trovo molto invitanti certe preparazioni riviste in chiave smeraldina. Ad esempio, quelli che vi propongo oggi sono dei semplicissimi biscotti a base di zucchero, burro, uova e farina a cui vengono aggiunti alcuni grammi di buon matcha. Insomma, niente accostamenti troppo strampalati.

Per questi biscotti non e' necessario che vi procuriate matcha costosi (quelli cosi' pregiati e' meglio berseli, date retta a me!), ma e' importante comunque che usiate appunto te' matcha, e non normalissimi te' verdi in polvere (e spesso spacciati per matcha).

Con questa ricetta otterrete approssimativamente una trentina di biscottini che, non essendo molto grandi, non rischieranno di rimanere abbandonati in una scatola ad aspettare di trasformarsi in noiosi bocconcini stantii.

Passiamo, dunque, alla ricetta.

Ingredienti:

60g di burro a temperatura ambiente
40g di zucchero semolato
mezzo uovo sbattuto
90g di farina setacciata
5g di te' matcha*

*anche il matcha andrebbe setacciato, pero' non e' obbligatorio.

In un recipiente versare il burro e, usando un cucchiaio di legno, lavorarlo fino a farlo diventare una crema morbida.
Potete lavorare il tutto a mano oppure con un mixer elettrico. A voi la scelta.

Aggiungere un po' per volta lo zucchero e continuare a mescolare bene fino ad ottenere un composto omogeneo.

Un po' per volta aggiungere il mezzo uovo sbattuto, e mischiare tutto per benino.

A questo punto, versare un po' per volta e a pioggia sia la farina setacciata che il matcha. Mescolare molto molto bene.

Dovreste ottenere un impasto simile a questo:
Avvolgere l'impasto in un pezzo di carta trasparente e riporlo in frigorifero per circa venti minuti.
Trascorsi i venti minuti, tirare fuori l'impasto dal frigo, suddividerlo in due porzioni uguali e modellarle piu' o meno in questo modo qui (cetriolo style):
Mettere i due pacchettini nel freezer per altri venti minuti.

Preriscaldare il forno a 180 gradi.

Trascorsi questi altri venti minuti, tirare fuori i due pacchetti e affettare l'impasto in fettine di circa 5mm di spessore.

Adagiare delicatamente i biscottini sopra una teglia rivestita di carta da forno.
Infornare i vostri matcha-kukkii a 180 gradi centigradi, per 13 minuti esatti.

Attenzione a non farli cuocere troppo perche' non solo rischierete di farli seccare eccessivamente, ma ne rovinerete cosi' il brillante colore verde.

Et voila'! I vostri biscottini faranno da accompagnamento ideale ad un buon caffe' oppure una buona tazza di te'.
作ってみて下さいね!
Tsukutte-mite kudasai ne!
Provate a farli anche voi!

lunedì, maggio 03, 2010

Penultime scie di Kyoto e varie

(A sinistra: 加茂香 Kamokoo, un celestiale incenso di Kyoto, dedicato all'antico fiume che bagna la vecchia capitale. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia e di mio marito).

E' come se il passare del tempo stingesse lentamente i colori dei ricordi, sbiadendoli un po' per volta, proprio come fa il sole coi tessuti.

E' una sensazione fastidiosa perche' - se ci fate caso - sono spesso i ricordi piu' belli a perdere i propri contorni definiti, ovvero quei dettagli che ci aiutano a rievocare un fatto passato e a riviverlo nella nostra mente. I ricordi brutti, invece, tendono spesso a preservarsi in modo quasi ossessivo.

Quei ricordi a noi cari, e che invece col tempo assumono tonalita' sognanti, hanno pero' il vantaggio di poter essere facilmente richiamati alla memoria attraverso uno scritto. Non a caso questo blog e' colmo di ricordi che - a prima vista, forse - potrebbero non sembrare granche'. Ma per me rappresentano preziosi appigli che mi aiutano a mantenere lucidi e chiari quei contorni che distinguono un ricordo da un'immagine esaltata.

Anni fa, durante un breve viaggio a San Francisco assieme a mio marito, ebbi il piacere di visitare la splendida Chinatown, un quartiere che mi affascino' sin dal primo istante. Proprio in quei giorni nella mia mente si affollarono decine e decine d'idee che, attraverso un ostinato groviglio, mi suggerivano pezzetti della trama di una storia che avrei tanto voluto scrivere. Si trattava di un breve racconto di mistero, ambientato naturalmente nella labirintica Chinatown.
Col passare delle ore quella trama inizio' a prendere sempre piu' forma, modellandosi e rimodellandosi nella mia mente con la stessa facilita' con cui si riesce a plasmare una palla di creta. Persino i personaggi erano sempre piu' vividi, con tanto di nome e caratteristiche fisiche ben specifiche.

Eppure, eppure...una volta salutata la bella San Francisco, e una volta ritornati alla nostra routine quotidiana, ecco che piano piano i ricordi di quel viaggio e le idee di quella nascente storia di mistero iniziarono lentamente a perdere la loro nitidezza, fino a diventare una manciata di rievocazioni scolorite.

All'epoca non avevo ne' un blog ne' un diario su cui annotare pensieri, osservazioni ed avvenimenti vari, per cui persi l'opportunita' di crearmi quegli appigli per me cosi' importanti. Naturalmente se provo a ripensare, per esempio a quel viaggio a San Francisco, ricordo molte cose e alcune in maniera particolarmente dettagliata, ma la maggior parte di quei ricordi sono avvolti in quella nube dai colori un po' sfumati e tipici , appunto, dei ricordi stessi.

Di Kyoto, invece, voglio imprimere il piu' possibile nella mia memoria affinche' nulla si perda strada facendo.

Dalla vecchia capitale mi sono portata a casa alcuni oggetti che, in un modo o nell'altro, mi aiutano a rimettere a fuoco i ricordi di quella citta' ogniqualvolta lo desideri. Tra questi, c'e' questo incenso:

Si chiama 加茂香 Kamokoo, ossia la fragranza del Kamo. Kamo e' il nome del fiume che bagna Kyoto, ed e' un fiume dal nome particolare poiche' i suoi kanji (ma non la pronuncia) cambiano a seconda di dove scorre.

La fragranza di questo incenso mi ricorda il profumo che si sente quando, in una brillante giornata di sole, ci si avvicina alla riva di un fiume.: c'e' l'effluvio dell'acqua che scorre; c'e' il profumo delle piante che, sporgendosi un po' in avanti, magari sfiorano la superficie di quell'acqua; c'e' il profumo dell'aria, un profumo che diventa magicamente ed improvvisamente irresistibile quando il sole e' su in alto nel cielo.
E infine c'e' la fragranza di qualche fiore di cui non saprei ne' dirvi il nome ne' fornirvi una descrizione precisa. Sono fiori che basta ammirarli anche solo per un pizzico di secondi per ritrovarsi a sorridere.

Un monaco prega in un piccolo santuario shintoista di Kyoto:
Proprio davanti a Gion c'e' un famosissimo negozio di cosmetici di nome よじや Yojiya. Yojiya e' in attivita' da quasi un secolo e mezzo, e i suoi prodotti rappresentano la vera tradizione cosmetica di Kyoto. Tra i suoi prodotti spiccano senz'altro gli あぶらとり紙 aburatori-gami, ossia delle salviette assorbi-sebo. Le aburatori-gami di Yojiya sono cosi' famose da essere considerati ormai tra gli omiyage di Kyoto piu' noti!

Ecco Yojiya:
Sul muro bianco dell'edificio compare il celebre logo della casa cosmetica: il volto di una donna giapponese che si riflette in uno specchio.
Ero stata da Yojiya gia' due anni fa e allora acquistai una meravigliosa saponetta al miele. Quest'anno, quindi, ho deciso di ricomprare quell'ottima saponetta, piu' un'altra allo yuzu. E anziche' acquistare le classiche aburatori-gami, mi sono lasciata tentare dalla novita' dell'anno: i bei foulard di Yojiya!
La commessa di Yojiya mi diceva che quei foulard hanno le stesse proprieta' assorbenti delle aburatori-gami, con l'unica differenza che, anziche' essere fatti di carta, sono di stoffa e quindi facilmente lavabili sia a mano che in lavatrice. Non credo lo utilizzero' a mo' di aburatori-gami, pero' e' buono a sapersi!

Diverse ore prima di riprendere lo Shinkansen per ritornare qua nel Kanagawa, abbiamo lasciato il nostro albergo con l'intenzione di andare a fare ancora un bel giro prima di avviarci verso la stazione. Uscendo dall'albergo ho notato che, proprio nella piazzetta davanti all'Okura, c'era un mercatino delle pulci. Mi sono talmente emozionata che, con esagerata rapidita', ho ingoiato un caffe' nero caldissimo pur di riuscire a fare anche solo un giretto fra le bancarelle di kimono smessi, vecchie scodelle e libri dalle pagine ingiallite.

Dopo aver dato un'occhiata veloce agli oggetti in esposizione, stavo per andarmene quando sono stata improvvisamente attratta da una scatola colma di vecchie forcine, pettinini e fermacapelli.
La scatola era, assieme al resto degli oggetti, per terra e sopra un gigantesco furoshiki azzurro su cui era seduta anche la proprietaria, una signora di mezz'eta' dai bei capelli corvini raccolti in una lucidissima coda di cavallo.
Con aria curiosa, ho iniziato ad osservare uno per uno tutti i pettinini e tutte le forcine che c'erano nella scatola, immaginando gia' i prezzi astronomici che quasi sicuramente mi avrebbe proposto la signora dai lunghi capelli neri. Dopo aver scovato due deliziosi kanzashi di metallo, adornati da un mon (stemma) molto particolare, mi sono fatta coraggio e ho chiesto lumi sul prezzo, alla signora. Lei, con un bel sorriso, mi ha detto che venivano cinquecento yen l'uno.

Io ero incredula.

Poche settimane prima, in un mercatino dell'antiquariato a Tokyo, per un kanzashi simile mi era stato chiesto piu' del quintuplo!

Senza troppi indugi, li ho acquistati entrambi. Eccoli:
Sono due vecchissimi kanzashi appartenuti ad una (o piu'?) maiko-san.
Dopo aver pagato, ringraziato e salutato la signora, mi sono rialzata e stavo per raggiungere mio marito che nel frattempo si era messo a leggere qualcosa, quando mi sono sentita toccare ad una spalla. Tutto subito ho pensato di aver dimenticato la mia borsa o di aver fatto inavvertitamente cadere qualcosa. Quando mi sono voltata, pero', ho visto che a toccarmi la spalla era stata un'altra cliente. Lei, la signora dai lunghi capelli neri, era seduta sul furoshiki azzurro, mi stava sorridendo e con le mani mi stava porgendo un oggetto di metallo che luccicava sotto il sole mattutino.

Era un altro kanzashi, un ビラビラ簪 bira-bira kanzashi, per la precisione, e anch'esso appartenuto ad una maiko-san, forse la stessa delle altre due forcine. La signora mi disse che voleva regalarmi questo terzo kanzashi, e ci teneva a farmi sapere che questo era d'argento.
Io non sapevo cosa dire! La cosa mi ha talmente colta di sorpresa che sono riuscita soltanto a diventare tutta rossa e a ringraziare goffamente.

Sicuramente avete visto tante volte i bira-bira kanzashi nelle foto di maiko-san. Ecco quello che mi ha regalato la signora:
Anche quest'ultimo kanzashi e' adornato dallo stesso mon che appare sugli altri due. Il mon in questione rappresenta una foglia di kiri, ossia di albero di Paulonia il cui legno e' materiale preziosissimo nell'artigianato giapponese tradizionale.

Chiacchierando con la signora del mercatino, ho scoperto che i mon a forma di foglia di kiri (di questi mon esistono numerose varianti) appartengono solitamente alle 置屋 okiya. Ho anche scoperto che, in passato, sul だらり帯 darari-obi delle maiko-san veniva attaccata una medaglietta su cui era inciso il mon dell'okiya a cui appartenevano. Questo avveniva perche' un tempo - ora non piu' - le maiko-san iniziavano ad accompagnare le sorelle maggiori in giro per banchetti e feste quando erano ancora molto giovani (in eta' da scuola elementare), e quindi spesso ad una certa ora queste piccole maiko si addormentavano proprio mentre queste feste erano ancora in corso.
A quel punto, quando si avvicinava l'ora di chiusura delle sale da te', le cameriere del locale dovevano riaccompagnare a casa le piccole maiko. Per non svegliarle, pero', bastava che guardassero il mon sulla medaglietta per capire a quale okiya appartenessero esattamente, e poterle quindi riaccompagnare.

L'usanza delle medagliette non esiste piu', ma qualcosa e' rimasto di quei vecchi tempi: anche adesso sul darari-obi delle maiko-san appare il mon ricamato della loro okiya.

Ho cosi' riposto quei tre nuovi e specialissimi kanzashi nel mio cassetto dove conservo gli altri kanzashi che, ogni tanto, indosso.

Tra questi:

Il kanzashi a sinistra risale al Periodo Taishō 大正時代 taishoo-jidai (1912-1926) e proviene dal rinomato colosso giapponese dei grandi magazzini, 松坂屋 Matsuzakaya* che all'epoca pero' vantava negozi molto piu' piccoli e modesti di quelli di adesso.
*Quel simbolo dorato che vedete stampato all'interno della custodia e' il mon di Matsuzakaya.

Quello di destra (il mio preferito), invece, e' piu' vecchio: ha la pallina di corallo e risale al Periodo Meiji 明治時代 meiji-jidai (1868-1912).

(tama-kanzashi del Periodo Taishoo)

(tama-kanzashi del Periodo Meiji)
E questi sono tutti i miei kanzashi messi insieme. Ad ognuno e' legato il forte ricordo di un posto e di un giorno particolare:
A turno, l'indosso quasi tutti, tranne il bira-bira perche' e' troppo delicato e poi ha bisogno di essere lucidato.

I miei tama-kanzashi:
Il kanzashi a forma di fiocco marrone fu un regalo di compleanno da parte dei miei quando vennero a trovarci qui in Giappone. A quel kanzashi e' legato un ricordo affettuoso e che non svanira' mai.
Prima di risalire sull'Hikari che ci avrebbe ricondotti nel Kanagawa alla velocita' della luce...
...ho comprato un ultimo assaggio di Kyoto: i 蕎麦ぼうろ soba-booro, dei leggerissimi e deliziosi biscottini preparati con la farina per soba.


Il loro profumo e sapore leggeri mi hanno ricordato moltissimo i Pavesini!

(continua).