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giovedì, agosto 18, 2016

Un onigiri per l`anima

Scavando nei miei ricordi e forse voi nei vostri si ritrovano istantanee di grandi citta` che ad agosto si trasformavano in luoghi di silenzio, di strade solitarie, di serrande abbassate, di negozi chiusi, di sparute pizzerie prese d`assalto dai pochi disperati rimasti in balia del caldo e della noia.

Oggi tutto sta cambiando.

Certo, si avverte ancora quell`insolito senso di svuotamento della citta` accompagnato dal silenzio, dall`oscurita` dei condomini privati temporaneamente dei propri abitanti, ma sono sensazioni molto ridotte rispetto a un tempo.

Io sono rimasta in citta`.

E con me diverse centinaia di migliaia di persone, molti italiani e forse anche in gran parte cosiddetti "immigrati esterni" che - vuoi per impianto culturale o vuoi per ristrettezze economiche - non hanno optato per la provvisoria fuga dalla metropoli.

Un giro, in questi giorni, per Corso Giulio Cesare, Corso Palermo, Corso Romania, ma anche per le vie del centro tradurra` in esperienza le mie parole.

Da bambina aspettavo sempre con ansia l`estate per poter finalmente dormire e non pensare alla scuola, anche se studiare mi piaceva e mi e` sempre piaciuto. Ma soprattutto ogni estate speravo che si potesse andare qualche giorno al mare e sebbene le vacanze estive della mia infanzia siano state poche e modeste, le ricordo ancora con nitidezza ed una certa dose di affetto.

Da anni ormai, cioe` da quando andai via dall`Italia spezzando irrimediabilmente tutta una serie di consuetudini che quasi inevitabilmente si perdono se non ci si circonda di connazionali, non avverto piu` quel bisogno indotto della villeggiatura estiva.

Ed essere ritornata qui non e` servito a ricucire un bel niente perche` ormai lo strappo era fatto e anzi, si e` allargato sempre piu`. Ma questo forse e` argomento per un`altra volta.

Sto riassaporando la mia citta` in veste estiva, una citta` alleggerita dalle troppe persone, dai troppi veicoli, dalle troppe voci che concorrono l`una contro l`altra durante il resto dell`anno.

Le mie parole non sono quelle della volpe indispettita davanti all`uva, ma semplicemente le riflessioni di chi ha smesso di esser parte di questa societa` ufficialmente nell`estate del millenovecentoenovantanove e non e` piu` tornata fra le sue fibre.

Mi manca viaggiare, piu` di quanto forse questo disadorno blog possa trasmettere.

Schegge di Giappone da me
immortalate a giugno di quest`anno
Vi sono notti in cui lacrime spesse, calde e silenziose mi appannano la vista quando realizzo, ancora una volta, che sono di nuovo qui in questa Italia dove sono nata ma che non mi ha riaccolta come avrei voluto e anzi mi ha messa con le spalle al muro tante, tante, tante volte.

Pero` non voglio ora scivolare nel miserabilismo che a sua volta poi sfocia in un pessimismo fine a se stesso. Le cose capitano per un motivo, ne sono certa. Non vi e` casualita`.

E in quei giorni in cui avverto forte quel senso lacerante di nostalgia principalmente per il mio Giappone, fuggo dal pianto nudo e crudo. Quel pianto sconsolato che ti fa affondare nel letto e dove le lacrime bollenti e salate ti ricoprono il viso, facendovi appiccicare tutti i capelli disordinatamente un po` qui e un po` li`.

Quel pianto dove il buio si fa ancora piu` buio.

Ho imparato a fuggire da quel pianto di pura nostalgia perche` porta con se` un sapore sgradevole: quello della speranza che scivola via come un pugno di rena contro vento.

Allora cerco le carezze per l`anima.

Vi ricordate di Jack Canfield e della sua collezione di storie Brodo caldo per l`anima? Erano raccolte di storie vere che avevano come scopo quello di coccolare le nostre anime tartassate quotidianamente da continui esempi di cinismo, di crudelta`, di soprusi, il tutto amplificato a dismisura con l`arrivo di Internet che funge da inarrestabile cassa di risonanza . Sono degli abbracci per chi ha perso o sta perdendo fiducia nel genere umano pensando che esso non sia piu` in grado di agire con bonta`.

Io trovo e ritrovo ciclicamente i miei brodi caldi per l`anima nel ricreare i sapori che amo. E anzi, e` proprio nel ricrearli da sola che ritrovo grande sollievo perche` riuscire a ritrovare, con risorse estremamente limitate e in una cucina che forse e` piu` piccola del vostro sgabuzzino, quei sapori che qui sono difficili da incontrare e` una conquista ed un abbraccio. Ogni volta.

Per me un soul food che mi e` d`ausilio nel riconnettermi col Kanagawa sono gli onigiri oppure omusubi, se proprio voglio usare il termine piu` - diciamo cosi` - del cuore. Vi ricordate quando ve ne parlai? Fate un salto nel passato cliccando QUA, QUI tra i tantissimi articoletti che ho dedicato a questo cibo semplice ma deliziosamente speciale.

Li ho ripreparati molto di recente.

Ho misurato il riso.

Riso giapponese, varieta` Shinode. 
Da quando Yukiko-san ha chiuso il suo bel negozio nonche` mia importante fonte di ingredienti a Torino, sono dovuta ritornare a Porta Palazzo a prendere il riso giapponese.

Non e` un compito troppo ingrato e comunque le varieta` che si trovano sono tutte direi piu` che discrete. La maggior parte di esse proviene dalla Lomellina dove, oltre ovviamente le varieta` nostrane tradizionali, si coltiva riso di provenienza giapponese trapiantato in Italia.

Voi sapete che, salvo rarissime e costose eccezioni, il riso giapponese d`importazione in Italia non si trova. Quello che abbiamo qui e` il cosiddetto "sushi rice", una denominazione data per fornire un indizio su un possibile (ma non di certo l`unico!) utilizzo di questa particolare varieta` di riso.

Se abitate a Torino e dintorni, datemi retta e prendete l`Okome-san oppure lo Shinode nelle botteghe di Porta Palazzo dove li troverete a prezzi onesti. Lasciate perdere la pomposita` pretenziosa dei sushi rice etnici ed esotici della grande distribuzione o - peggio ancora - delle bio botteghe et similia.

Sconsiglio, a meno che non sia davvero l`unica soluzione, di ricorrere a sostituti perche` il risultato sara` diverso e non soddisfacente. Lasciate quindi perdere gli esperimenti con l`Originario o il Vialone Nano. Lo so, si dice che si prestino bene come sostituti, ma non e` proprio vero.
No e poi no categorico per il Basmati o il Thaibonnet, due varieta` assolutamente inadatte per la cucina giapponese.
Sono varieta` di riso non intercambiabili ed e` sufficiente esaminarne i chicchi crudi, anche solo in fotografia, per rendersene conto.

I miei ripieni preferiti per gli onigiri sono le umeboshi 梅干し:

e l`okaka おかか ossia katsuobushi, o scaglie di tonnetto bonito secco, mischiato a qualche goccia di salsa di soia.

La preparazione degli onigiri e` poi molto semplice e - sapete - non servono formine od aggeggi particolari. Servono solo le vostre mani, buona volonta`, un sorriso e un paio di altre cosette che ora vi mostro.

Avrete bisogno ovviamente del vostro riso cotto al vapore, possibilmente caldo, del sale marino, una scodella d`acqua fresca, dell`alga nori giapponese e i ripieni che avrete scelto.

Il mio piano di lavoro:

Esistono varie tecniche, tutte accettabili purche` portino allo stesso risultato.

Io mi inumidisco le mani nella scodella d`acqua fresca, dopodiche` metto un pochino di sale nel palmo di una mano e - lavorando rapidamente - inizio a maneggiare una dose di riso cotto. Per dosare il riso cotto potete aiutarvi con una semplice scodellina, tipo quelle da riso oppure da miso.

Aiutandomi poi con il dito indice, faccio un buchino al centro dell`onigiri e vi inserisco il ripieno che desidero. A questo punto, sempre alla svelta, finisco di modellare il mio omusubi chiudendo il buchino del ripieno e dando alla polpetta la sua forma finale che potra` essere tringolare, sferica, cilindrica, ecc. Sempre onigiri sara`.

E infine, se voglio ma non e` di certo un obbligo imposto dalla legge, aggiungo una foglia di alga nori di qualita`.

Ecco il mio soul food, la mia carezza, i miei onigiri per l`anima:


Preciso una cosa importante che sento di dover sottolineare: per cortesia, non mettete l`aceto nel riso degli onigiri!

Ho notato questa terribile abitudine che, mi dicono, nasce dalla denominazione data al riso tipo giapponese a cui accennavo prima, ossia sushi rice. Un fraintendimento un po` duro a morire.

Sono onigiri, non e` sushi.

Il riso per onigiri non e` condito. Il sale, come avete visto, lo si mette in quando si modellano gli omusubi e non in cottura. L`unica cosa che, se proprio volete, potete usare per dare un aroma in piu` al riso in cottura e` una striscia di alga konbu che rimuoverete non appena l`acqua avra` preso bollore.

Mi siedo, sospiro con calma, prendo delicatamente uno dei miei onigiri e lo addento con affettuosa golosita`.

Altro angolo di Giappone a Torino, da me
immortalato a giugno di quest`anno.
E il mio teletrasporto ha luogo. Il mio onigiri per l`anima ha asciugato, anche questa volta, le mie lacrime.

martedì, agosto 16, 2016

Miraggio di Atsugi-shi

Lo Henohenomoheji* con cui gioco da nascondino
da tanto tempo ormai. 
Vi e` mai successo di trovarvi in un luogo che, per varie ragioni, vi ricorda moltissimo un altro posto?

Non e` un deja vu. Attenzione. E` semplicemente una forte sensazione di somiglianza fra due luoghi, magari molto distanti geograficamente l`un dall`altro, ma che tuttavia condividono un qualcosa che li accomuna.

O forse chissa`, quel qualcosa esiste soltanto negli occhi di chi osserva in quel momento.

Sia come sia, a me questa sensazione capita delle volte. Non e` un evento frequente, a meno che non mi ritrovi a percorrere soventemente uno di questi posti gemellati dal mio sentire.

Nel mio quartiere di nascita, qui a Torino, l`antico quartiere operaio di Barriera di Milano - questo il suo nome - c`e` una Via Bologna che una volta era un importante nodo industriale ma che adesso conserva una frazione delle fabbriche di un tempo.

Adesso, sui suoi lati poco curati, sorgono edifici abbandonati, qualche ditta boccheggiante, muri fatiscenti insozzati da orrendi scritte sgraziate, vecchie case addossate l`un l`altra in un soffocante contatto, modesti negozi di vario genere, qualche supermercato, bar mal frequentati, condomini di piu` recente costruzione, il Centro per l`Impiego e poi una sorta di Ufficio Immigrazione.

E poi la nota stonata: lo sfarzo dei concessionari di automobili di lusso, da BMW a Jaguar, con le loro vetrate brillanti che sembrano quasi non esistere.
E` come se si potesse varcare liberamente quella soglia e raggiungere quei veicoli in bella mostra che contrastano cosi` tanto con l`ambiente immediato che li circonda perche` fatto essenzialmente di indigenza, di degrado, di delinquenza, di stenti, di erbacce, di marciapiedi sporchi, di case popolari, di muri che si sbriciolano, di panchine malconce.

E in tutto questo vi e` un tratto di quella via, dall`incrocio con Corso Novara fino giu` alla farmacia Dabbene e gli stridenti e disarmonici concessionari dove, non so come spiegarvi, ma e` come se vi fosse il mio wormhole di cui parlava Alessandra nel commento all`articoletto precedente a questo.
Una specie di scorciatoia spazio-temporale tra Torino e il Giappone.

Non so spiegarvi con precisione cosa sia a darmi questa sensazione. Da un lato forse quei concessionari ma forse anche quel tratto aperto di strada, quegli alberi, la disposizione del tutto. Non lo so.

So solo che c`e` una porzione della via dove, se mi fermo e ignoro tutto il resto, ho l`illusione di trovarmi in un punto preciso di una grande strada della cittadina di Atsugi-shi, nel Kanagawa, un luogo a poca distanza da dove abitavo io.

Un punto preciso che laggiu` mi ricordava quest`altro punto preciso di Via Bologna.

Andavo da Saizeri-ya, da Tsutaya. C`era anche un ramen shoppu dove una volta mi fermai a mangiare cose deliziose.

E ad acuire questo miraggio cittadino, in questo solitario giorno di Ferragosto dove ho avuto il raro privilegio di essere l`unica passeggera dell`autobus numero settantacinque, e` l`insegna nera dai bei caratteri rossi che recitano: 名古屋 Nagoya.

Ma Nagoya qui e` solo la banalita` avvilente di un nome scelto di fretta per imbastire l`ennesimo tempio del gozzoviglio a poco prezzo: uno di quei cosiddetti sushi-bar cinesi di cui ormai non penso sia immune piu` alcuna citta` italiana.

Solo quei kanji, messi li` a scopo unicamente decorativo e non certo comunicativo, mi confortano.

Ma poi il conforto scompare alla vista delle prevedibili canne di bambu` d`ordinanza, del menu` ingarbugliato e pasticciato, del cinesissimo ed immancabile lampadarione a gocce di possibile cristallo di cui intravedo l`esagerato bagliore dall`esterno.

Il miraggio e` appunto tale. E` un gioco di illusioni, di strani scherzi, di specchi che riflettono cose inesistenti.

A forse venti metri dal Nagoya di periferia, un maleodorante bidone della spazzatura circondato da scatoloni vuoti ricoperti di scritte stampate in kanji che mi rivelano il loro scopo e la natura del loro contenuto originale: sake` d`importazione nipponica.

Riprendo il mio cammino lasciandomi il cunicolo spazio-temporale alle spalle e riprendo piena consapevolezza di essere in una strada desolata qualunque di un quartiere popolare di periferia, in un pomeriggio di Ferragosto.

*Henohenomoheji e` il nome di un personaggio inventato che gli scolari giapponesi disegnano utilizzando a questo scopo sette hiragana. Il nome stesso del personaggio e` infatti la sequenza dei sette hiragana necessari per comporre il volto del personaggio. Riuscite a vedere la sua faccia?
Henohenomoheji へのへのもへじ viene ogni tanto utilizzato anche per dare un volto agli spaventapasseri oppure ai teruteru-boozu in Giappone. Anni fa scrissi qualcosa a proposito di questi ultimi proprio QUI.




lunedì, agosto 15, 2016

La chiarezza delle piccole cose

ざるそば Zaru-soba, una delle piccole cose
piu` buone del mondo. 
Non sono mai stata tanto brava a nascondere i miei sentimenti. Molte persone che mi conoscono mi dicono di riuscire a percepire il mio stato d`animo semplicemente guardandomi in faccia.

Ebbene, se poteste vedere il mio viso esso rivelerebbe la mia emozione nel ritrovarmi qui a scrivere.

Proprio qui, in questo mio luogo cosi` vicino e cosi` lontano contemporaneamente.

Questo luogo che e` stato ed e` scrigno dei miei sentimenti, proprio di quei sentimenti che si distendono sul mio viso con innegabile chiarezza.

Divincolarsi da quelle invisibili sbarre che mi tenevano prigioniera in un groviglio di paure accentuate da fameliche tigri di carta e` stato liberatorio piu` di quanto potessi immaginare.

I giorni scorrono ribelli proprio come un bambino che, nella sua spensieratezza e nella semplicita` della sua dimensione, crede forse nell`infinita` di un pomeriggio e allora ride, corre, corre e ancora corre a perdifiato.

Sono pochi i punti fermi nella mia vita. Quelle poche balsamiche certezze che, nei momenti di disequilibrio, controbilanciano le mia confusione e smarrimento aiutandomi - a volte gentilmente altre volte non tanto - a rimettermi in piedi. 

Vi e` poi il conforto che io attingo dalla chiarezza delle piccole cose.
Cha-soba e Takizawa Sarashina
shinshuu soba. Delizie dei miei giri.

Quei piccoli eventi che forse, dall`esterno, nemmeno meritano tale titolo. 

Prendere il tram il sabato, verso l`una o le due del pomeriggio, e andare in totalissima solitaria al Mercato di Porta Palazzo qui a Torino e quasi ignorare proprio il protagonista multiforme e multicolore della vecchia Piazza della Repubblica, ossia il mercato stesso, e dirigersi a passo svelto e sicuro verso i caotici negozietti di alimentari orientali che si snodano su ambo i lati dei primi due isolati del lunghissimo Corso Regina Margherita.

Quasi senza rendermene conto, seguo una sorta di percorso fisso che mi porta a seguire tappe prestabilite dalla mia abitudine. Questo mio personalissimo percorso mi porta ad andare giu` giu` al fondo per poi ritornare da dove sono partita.

E` curioso perche`, forse inconsciamente, seguo la stessa traiettoria a cerchio che ha caratterizzato la mia partenza e il mio ritorno. 

Torino, la mia citta`. L`inizio e la fine di quel cerchio dal raggio cosi` ampio da aver toccato l`Estremo Oriente e le sue lanterne di pietra grigia e muta.

Come posso spiegarvelo? 

Da ragazzina, poco piu` che adolescente, io venivo da sola a fare esattamente quello che faccio adesso: venivo al Mercato di Porta Palazzo, ignorando totalmente il protagonista di questo ingarbugliato palcoscenico del commercio, e - con i miei riccioli disordinati e spesso senza una lira in tasca - viravo subito in direzione delle botteghe orientali di allora. 
Una o due di quelle stesse botteghe esistono ancora, mentre le altre sono scomparse, inghiottite dal viavai di una societa` che muta.

Andavo a curiosare, semplicemente. 

L`inspiegabile attrazione per l`Asia mi portava a questa mia forma di divertimento che immagino fosse, per i miei coetanei di allora, alquanto stramba. Eppure non me ne fregava assolutamente nulla di quel che pensavano. 

Ricordo che andavo a far domande ai negozianti chiedendo che mi insegnassero ora una parola in cinese e ora un carattere.

Nitidamente come fosse avvenuta ieri, ricordo una conversazione con un signore cinese, ancora vivente e che trovate nella sua leggendaria Cineseria Ming in Galleria Umberto I, attraverso cui il signor Lee lascio` la poco piu` che adolescente Marianna di allora senza parole davanti la sua conoscenza dei caratteri tradizionali, quelli vecchio stile, i piu` belli, i piu` ricchi, ancora in uso a Hong Kong e Macao.

Molti anni dopo, con qualche esperienza in piu` sulle spalle, con gli occhi decisamente piu` allenati a leggere i caratteri ma fondamentalmente con nel cuore lo stesso ardore di un tempo rieccomi di nuovo qui.

E nelle mie esplorazioni in solitaria di adesso, io comincio sempre dal negozio all`angolo con Via delle Orfane dove quasi sempre scovo esattamente cio` di cui necessito perche` e` nel ricreare sapori a cui sono profondamente legata da una cordicella che e` un intreccio di cotone e sentimento. 

Ed ecco come ricreo la zaru-soba, uno dei piatti giapponesi piu` semplici e piu` deliziosi in assoluto, nonche` rimedio anti-natsubate (la spossatezza provocata dal caldo eccessivo) per eccellenza.

Non c`e` bisogno che vi spieghi cosa sia la soba: argomento ampiamente trattato qui in questo luogo prezioso, quadrivio di scritti e pensieri.


Non porto nessuno con me quando vado a fare queste mie esplorazioni dell`anima. 

E` capitato che qualcuno si aggregasse a me per farmi compagnia, ma allora l`esplorazione diventa un giretto qualunque dove i miei occhi pigramente saltellano da questa bottega all`altra senza quella scintilla dell`emozione che e` solo mia, in quella mia piccola solitudine felice. 

Cammino a passo rapido e penso. Spesso sorrido apparentemente al niente, ma che niente non e`.


Sono stille di pensieri che mi accompagnano e che vorrei ogni volta mettere per iscritto, ma quasi sempre sono destinate a rimanere solo pennellate di riflessione.

Se la calura estiva vi tormenta, cambiate un po` ritmo allontanandovi per un attimo dalle solite insalate di riso o di pasta e assaggiate la buona soba giapponese servita fredda, accompagnata dalla sua mentsuyu. 

Frugando un pochino nel mio enorme archivio oppure cliccando sulle etichette al fondo del post, troverete qualche ricetta che vi piacera`.

Per ora vado a godermi lo splendore di altre piccole cose: la fragranza confortante del caffe` vietnamita e le commoventi descrizioni nipponiche di John Lowe.

giovedì, agosto 11, 2016

Invisibili gabbie

Il solito Giappone che un pomeriggio mi ha seguita,
parandosi davanti a me in un anonimo negozio di cose vecchie
della periferia torinese. 
Non credevo sarei piu` tornata a scrivere qui. Qui, in questo luogo che per tanti anni ha accolto le mie parole, i miei sentimenti. Questo luogo che ha accolto me, Marianna.

Lo avevo salutato con l`intenzione di cominciare un capitolo nuovo.

Ma come uno scrittore assalito dal blocco che si ritrova incapace di proseguire con la sua storia, io mi sono ritrovata incapace a proseguire con la mia.

Il sito nuovo e` fermo, imprigionato in una strana stasi da cui non riesco a farlo uscire.

Ho sofferto e soffro per tutto questo.

E mentre scrivo, odo i rombi di un temporale estivo. Di quei temporali che giungono improvvisamente, lasciando dietro se` una scia di profumo di ozono e pioggia.

Ho combattuto contro una gabbia dalle sbarre invisibili. Era una gabbia dentro cui mi sono infilata per poi non saper piu` come uscirne.

Avendo salutato questo blog, pensavo per sempre, la mia mente cosi` ancora poco elastica non contemplava piu` un ritorno qui. Mi ero proiettata completamente verso la nuova dimora digitale che avrebbe dovuto (dovra`?) accogliere i miei scritti.

Ma quando tutto si e` fermato mi sono sentita intrappolata. E mi sono sentita in colpa.

"Dove scrivo ora?". Questa era la mia domanda perenne. Domanda che rivolgevo a me stessa.

Scrivevo dove capitava, veramente. Scrivevo su Facebook, scarabocchiavo su Instagram e buttavo giu` qualche riga in calligrafia incostante sul mio quaderno dalla copertina di un rosso incerto.

Ho poi compreso l`invisibilita` di quella gabbia dentro cui credevo di essere intrappolata.

Non c`erano sbarre. Mi e` bastato alzarmi, distendere le braccia, respirare profondamente e andar via. Via da quell`immaginario luogo di prigionia.

E quindi sono di nuovo qua. Almeno per ora.

Il sito nuovo e` li`. Mi aspetta. Io aspetto lui. Non lo so. Non so quando riusciremo finalmente a prenderci per mano.

Ma intanto sono qui di nuovo a scrivere. A raccontare. A dire. A descrivere.

Potrei raccontarvi tante delle cose avvenute in questo arco di tempo, ma non saprei da che parte cominciare.

Beh, potrei dirvi che sono ritornata sui banchi dell`universita`, a fatica anche se con indescrivibile emozione, nel tentativo di portare finalmente a termine quel percorso di studi iniziato laggiu`, nella bella terra.

Potrei dirvi che ho ancora meno amici di prima e questo non mi rattrista.

Potrei dirvi che, in un giorno di sole iroso, e in maniera del tutto inaspettata, in un angolo asiatico nei pressi del grande Mercato di Porta Palazzo ho realizzato un piccolo sogno: quello di poter trovare tutto l`occorrente per preparare il Cà phê sữa nóng` ossia il caffe` alla vietnamita, una bevanda che ho imparato ad amare nella Convoy Street di San Diego.

Nell`aroma quasi di cioccolato di quel caffe` che, stilla dopo stilla, incontra il latte condensato io ho sempre vissuto il sogno di Hanoi, un sogno che per ora e` ancora tale.

Il pacchetto di Trung Nguyen, con i suoi colori cosi` inaspettatamente familiari, mi attendeva li` in quell`angolo di semi-oscurita`, tra buste di alga konbu, vasetti di te` al gelsomino, gamberi essiccati e panetti di 羊羹 yookan.

I miei occhi, incrociando il giallo ocra della confezione, si sono fermati increduli ad osservare quel nome e quell`immagine.

Sognavo da cosi` tanto di riassaporare questo abbraccio che nasce da una dolce fusione: quella tra il caffe` e il latte condensato.

Si prepara utilizzando un apposito filtro che si riempie con la giusta quantita` di caffe` e poi si posiziona sopra un bicchiere.
Nel filtro si versera` un iniziale goccio d`acqua calda per permettere alla miscela di fiorire dopodiche` si versera` l`acqua restante.

E qui inizia la magia.

La magia di una bevanda che, stilla dopo stilla, filtrera` lentamente nel bicchiere.

Senza fretta. Senza correre. Senza ansia.

E in quell`arco di tempo posso pensare, scrivere, sorridere, semplicemente godere l`adesso.

Ma soprattutto, posso allontanarmi da una gabbia che non esiste e ricordarmi che ogni cosa avviene per un motivo. E non importa se quel motivo non mi e` chiaro adesso. Forse lo sara`, forse no.

Quel che occorre tenere a mente e` che talvolta i singhiozzi, gli ostacoli, gli incidenti di percorso che ritardano lo scorrere programmato degli eventi possono rivelarsi un bene.

Se per ora devo aspettare, va bene.

Aspettero`. Ma non smettero` di scrivere.

Perche` questa e` la mia arte. La mia personalissima arte.

Ben ritrovati, dunque.

lunedì, novembre 17, 2014

Acquose pennellate di un chiaroscuro dell`anima

Piccole cose belle
Ricordo, con singolare nitidezza, la sensazione che mi accolse e mi accompagno`, in un soleggiato pomeriggio d`autunno, durante una mia passeggiata pigra e rilassante nei giardini del 明治神宮 Meiji-jinguu, a Tokyo. Inutile soffermarsi sui mille dettagli che attirarono la mia attenzione per la loro squisitezza: odori, sensazioni, forme e suoni.

Tutto intorno a me attraversava i filtri delle mie percezioni lasciando sempre un senso di malinconica felicita`.

Un punto del vasto giardino che circonda l`antico edificio mi colpi`.

Non vi era nulla in quel punto, se non un`aggraziata recinzione di legno e dell`erbetta curata.

Rimasi pero` affascinata da quell`angolo dove giocavano i raggi di un sole del tardo pomeriggio con i primi segni delle tenebre del tramonto. Era il contrasto fra luce e ombra, in quell`angolo solitario che mi dava l`impressione di essere triste e al contempo sereno.

Da qualche parte, nella vasta scia punteggiata dalla miriade di cose perse, lasciate volutamente, sottrattemi oppure semplicemente dimenticate distrattamente chissa` dove, vi sono alcune foto che scattai nel goffo e maldestro tentativo di catturare la sensazione provata.

Ma penso sia meglio non ritrovarle perche`, le ricordo bene, non mostravano nulla se non un solitario appezzamento di terra in un pomeriggio qualunque.

La macchina fotografica, specie se usata da mani inesperte come le mie, non agira` mai da specchio alle sensazioni ricevute dal cuore. Anzi. Fara` da secchio colmo d`acqua gelida che, versato su quelle emozioni non facilmente articolabili, ne spazzera` via ogni traccia.

E in una tranquilla e semplice sera d`autunno torinese, in una biblioteca di periferia circondata dall`oscurita` di un muro fatto di alberi e case forse anonime, ho trovato sugli scaffali ben ordinati la versione italiana di 陰影礼賛 In-ei raisan, letteralmente sarebbe "L`elogio dell`ombra" di Tanizaki Jun`ichiroo.

Non amo particolarmente Tanizaki per vari motivi. La sua e` una scrittura che porta il lettore ad esplorare confini della mente e dell`etica che io non voglio esplorare e che preferisco evitare. La sua scrittura mi trasmette angoscia e malessere.

Ma In-ei raisan e` in una categoria a se`. Nelle sue pagine c`e` poco o nulla del malessere che Tanizaki mi trasmette con le parole.

Leggendo In-ei raisan, a dire il vero, dimentico chi sia l`autore. L`autore diventa una voce senza volto e senza nome i cui pensieri, pero`, per la maggior parte si trovano allineati con tutto cio` che sento io e che tuttavia era relegato nell`angolo delle sensazioni non articolabili.

Non mi dilunghero` sul libro e sul suo contenuto. A questo ci pensano gia` i vari siti di recensioni, di critica letteraria e via discorrendo.

Va precisato pero` che In-ei raisan e` un tributo all`estetica giapponese e ai suoi canoni apparentemente piu` volatili agli occhi occidentali.

E` l`esaltazione della penombra rispetto alla luce abbagliante che sfalsa, acceca, involgarisce e sottrae, a chi osserva, ogni forma di contemplazione.

Tanizaki ci spiega come le lacche giapponesi, ad esempio, siano state create per luoghi dalla luce fioca perche` solo li` riescono a sfoderare il loro ventaglio di contrasti ebano, vermigli e dorati.

Agli occhi occidentali una stanza tradizionale giapponese, una 和室 washitsu, appare spoglia e triste, ma in realta` e` tutto fuorche` spoglia.

Sono gli spazi vuoti dove la penombra gioca con sprazzi di luce delicata e scivolata attraverso i pannelli di carta delle porte 障子 shooji a possedere l`aggraziata bellezza che non possiamo - e non potremo - replicare addobbando ad nauseam una stanza con decorazioni e suppellettili cariche di colori e luci.


Pur risultando a tratti schizzinosamente nazionalista, Tanizaki ci spiega ad esempio l`ineguagliata bellezza della carta giapponese che assorbe lentamente i raggi di luce anziche` respingerli come farebbe quella occidentale.
L`autore dipinge un`immagine della donna giapponese dei tempi che furono e di come essa condusse sempre una vita riservata dove veniva protetta dagli sguardi estranei. La sua esistenza si srotolava essenzialmente fra le mura di casa, una casa ricca di stanze scure e di giochi tra luce e penombra.
E in quella penombra risaltava il candore della sua pelle, messa ancor piu` in evidenza dall`antica pratica dell` o-haguro お歯黒 ossia dell`annerimento voluto dei denti attraverso una soluzione a base di ferro e aceto.
Certo, se cercate immagini di donne con o-haguro vi appariranno strane, strambe, addirittura inquietanti.

Nella cultura occidentale, in generale, il nero non viene associato a qualcosa di positivo. Nero spesso significa sporco, poco chiaro, non comprensibile.

Ma bisogna immergersi, anche se solo per un attimo, nella visione nipponica dell`epoca che vedeva la bellezza nelle lacche scure e in tutto cio` che aveva una laccatura nera.

E i denti, anch`essi laccati di nero, assumevano un grado di fascino e bellezza particolari.

E Tanizaki, a tal proposito, fa una riflessione che colpisce:

"forse erano quelle stesse donne (...) a secernere, dalle dentature annerite e dalle punte dei capelli corvini, le tenebre in cui vivevano."


martedì, ottobre 14, 2014

Le luccicanti gemme del quotidiano

曲げワッパ弁当箱 Magewappa-bentoobako
E` passata l`estate.

E` arrivata, si e` accomodata col suo solito fare allegro e ridanciano, ci ha intrattenuti con un alternarsi di piogge e soli cocenti ... e poi si e` rialzata pigramente dalla poltrona su cui si era spaparanzata con molta naturalezza.

Ha afferrato il suo foulard bianco, si e` rimessa i suoi occhialoni da sole un po` retro` ed e` sparita.

Al suo posto, come tutti gia` sapevamo, e` arrivato l`autunno, una stagione sempre poco ben accolta per svariati motivi.

Poco prima che finisse l`estate, in quei giorni in cui pero` gia` si percepivano nell`aria i primi profumi dell`autunno, un mercoledi` pomeriggio ho invitato la mia cara amica Dea a condividere con me una sorta di pranzo/merenda, ai Giardini Reali qui a Torino.

Avevo bisogno di sapori, forme, colori e sensazioni giapponesi. Ne sentivo la necessita`.

Per l`occasione, ho utilizzato una scatola da bento dalla storia e dai ricordi dolce-amari.

Un 曲げワッパ弁当箱 magewappa-bentoobako dai colori scuri, dall`aria retro` e dal sapore 昭和 Shoowa.

L`avevo acquistato in Giappone qualche tempo prima di andar via. In preparazione al mio viaggio per l`Italia - e che si sarebbe poi rivelato definitivo, solo che ancora non lo sapevo - decisi di portarmi in valigia questo magewappa e un altro bento tradizionale acquistato dallo stesso artigiano.
L`intenzione era quella - e sorrido ripensando alla mia ingenuita` di allora - di preparare un bento da condividere magari con mia mamma o qualcuno di caro in un bel parco torinese come puo` esserlo quello del Valentino.

Tutto il resto e` storia, ma nel dolore del tutto i due bento se ne rimasero chiusi prima in valigie e poi in cassetti senza mai e poi mai avere il piacere di svolgere la loro funzione. Anzi. Erano una rappresentazione tangibile del mio dolore, della mia sofferenza e per questo motivo non riuscivo a trovare il coraggio di godermeli come avevo tanto sperato in quel mio lontano pomeriggio in Giappone quando, vedendo questi due bento, rimasi ammaliata dalla loro bellezza retro` che racchiudeva molto semplicemente tutta la sobria eleganza tradizionale del Sol Levante che sento cosi` mia.

Insomma, l`idea di invitare Dea a fare una bento-merenda con me ai Giardini Reali era l`occasione giusta per rafforzare la nostra gia` bella amicizia e per liberarsi dalle ragnatele che si formano sulle cose che releghiamo in angoli dimenticati di vecchi dolori.

Quel bento era stato scelto dal mio cuore per essere usato, apprezzato, vissuto ed era quindi giusto che cosi` fosse.

Nel cuore, nello spirito e nel corpo sono guarita. Ho una vita nuova, piena di gioia e di soddisfazioni. Un cuore ricolmo d`amore piu` che mai e piu` di prima, una cerchia strettissima ma selezionata di amicizie preziose e altri tesori.

Quindi si`, era proprio ora di tirare fuori quel bento dalla sua scatola di cartone bianca e rossa pinzata con grossi punti di rame e scartarlo dal suo involucro di carta quasi velina che fino a quel momento lo aveva custodito amorevolmente.

Il bento pronto, poco prima di uscire di casa:


Nel ripiano di sinistra: veg-burger, tamagoyaki, un coniglietto di peperone giallo, olive e pomodorini.
Nel ripiano di destra: due onigiri (uno spolverizzato con 塩こしょう shio-koshoo o sale e pepe giapponese e ripieno di pasta di umeboshi; l`altro abbellito da una fogliolina di basilico e ripieno di おかか okaka o katsuobushi mischiato a salsa di soia), pomodorini e qualche uvetta.

Assieme ai bento relegati nel dimenticatoio del dolore, vi erano anche questi picks a forma di 簪 kanzashi:

Ed eccoli all`opera:

Seduta su una panchina verde mentre un cielo si velava dietro spesse coltri di nubi grigiastre, ero felice di poter assaporare questo piccolo pasto con Dea e di poter finalmente gioire della semplice ma preziosa gioia di un bento amorevolmente preparato e condiviso.

E di poter chiudere un ennesimo cerchio.

Mentre quel cielo si nascondeva dietro le pesanti nuvole pregne di un acquazzone mai arrivato, i sapori erano puliti, chiari, limpidi e parlavano della genuinita` delle cose.

Per strada si perdono amori, amicizie, luoghi e oggetti, ma si acquisisce di nuovo tutto. Non si perde nulla, si cambia solo. O meglio: si perde cio` che ci appesantisce e ci insozza e si acquisisce cio` che fa emergere il meglio che e` in ognuno di noi.

Da Dea, amica cara e a me realmente preziosa, ho ricevuto doni dal suo viaggio a Saint Tropez, tra cui questo 煎茶 sencha:
Questo panno morbido ed una saponetta ai fiori d`arancio
Lo stesso giorno in cui ho ricevuto questi doni da Dea, tornando a casa e respirando a pieni polmoni i forti raggi di un sole pomeridiano di fine estate, ho deciso di fermarmi in un negozio di alimentari naturali. Sono quei posti dove amo perdermi nell`ammirare le mille varieta` di spezie, di cereali, di sciroppi e burri. Sono quei posti che sembrano infondere mille e uno buoni propositi per un`alimentazione migliore, piu` bilanciata e piu` incentrata sulla qualita` e sulla preziosita` del momento anziche` sulla quantita`, la moda o altri criteri poco saggi.

Tra le corsie disordinate ma rassicuranti nel loro caos, ho trovato questo libretto di poche pagine ma cosi` carino e dolce da non poterlo ignorare:
Al suo interno vi sono ricette semplici e sane che dovrebbero poter essere preparate anche da bambini (sotto naturalmente la supervisione di un adulto) e che dovrebbero, al contempo, soddisfare la voglia che i bimbi hanno di dolci o cose un po` pasticciate.

Insomma, la filosofia del libretto e`: ogni tanto dolci e cose pasticciate si possono concedere ai piccoli, ma limitando il piu` possibile il consumo di ingredienti raffinati, non biologici ecc.

Pur non avendo figli, questo piccolo ricettario mi e` piaciuto per le sue illustrazioni innocenti e rassicuranti, per i suoi testi amorevolmente autoritari e che sono un po` come sentir parlare un genitore. Anche le sue ricette - che non so se o quando realizzero` - ma che per ora soddisfano il mio cuore.

Le gemme luccicanti del quotidiano sono tante e sono nella vita di tutti. Basta solo cercarle.

Vedo ogni giorno tanti volti cupi e musoni che spesso riescono, nella peggior delle ipotesi, a trasmettere e magari contagiare il proprio stato d`animo anche a chi solo li osserva.

In questi anni di esperienze, alcune meravigliose e altre laceranti, ho imparato a ritrovare la gioia anche nelle cose scontate.
Il pensiero, ad esempio, di fare due passi, di ammirare delle foglie che cadono da un albero, di sentire il profumo di caffe` fuoriuscire da un bar, di scambiare due parole con un`amica, di fare un regalo a qualcuno riesce a rinfrancarmi.

Quando devo dare lezioni mi capita, abbastanza frequentemente, di andare in un quartiere della citta` dove e` concentrato un alto numero di famiglie poco abbienti o in grosse difficolta` economiche.

Provenendo io stessa da una famiglia povera e avendo vissuto per buona parte della mia vita con lo spettro dello stento - tranne che per un periodo relativamente breve dove ho potuto assaggiare il sapore di una vita benestante e sgombra dalle preoccupazioni del come arrivare a fine mese - riesco immediatamente a percepire certe sensazioni e a solidarizzare con esse.

Ero in questo quartiere proprio l`altro giorno. Entrando in uno di questi palazzi, ho rallentato un po` il passo volutamente.

Il palazzo, vecchio e un po` malconcio, non attrae sguardi e non tenta i cuori di nessuno. Eppure, varcandone la sua soglia consunta, ci si trova in un microcosmo traboccante di emozioni.

Davanti a me un modesto cortiletto che - come spesso accade in stabili come questi - ospita da un lato la parte gioco per i bimbi del condominio e dall`altra garage e piccole officine o laboratori.

Una bella bambina, sugli otto o dieci anni, con lunghi capelli ricci scuri e raccolti in una ordinata coda, faceva le bolle di sapone.

Bolle brillanti che, con un po` di iniziale incertezza, si libravano in volo sfoggiando una superficie cangiante e sempre diversa. Vicino a lei, un bimbo piu` piccolo. Chissa`, forse suo fratello.

Ho osservato per pochi istanti mentre a passo non svelto mi dirigevo verso le scale.

Quelle scale di pietra lisa e percorsa da milioni di passi. Nell`aria il profumo rassicurante e fiero del sapone di Marsiglia. Qualche raggio del sole pomeridiano arrivava un po` di qua e un po` di la`, mentre io avanzavo.

Su ogni pianerottolo due appartamenti e ogni appartamento una porta.

Molte di queste famiglie, perlopiu` straniere, sembrano essere numerose a giudicare dal vociare a volte allegro altre volte lamentoso di bambini di varie eta`.

Alcune di queste porte rimanevano spalancate ma davanti cui, per rispetto, mi voltavo per non infrangere coi miei occhi le loro case.

Da ognuna di queste case arrivavano gli odori della quotidianita`: cibi che qualcuno stava preparando; l`odore della biancheria appena lavata; la fragranza di un caffe`; l`odore della vita che si vive giorno per giorno.

Gli odori erano accompagnati dai suoni della vita semplice di famiglia: il tintinnio di posate e stoviglie; l`apertura e chiusura di cassetti; il clac-clac di zoccoli e tacchetti; il gracchiare di radio oppure di qualche programma televisivo; il vociare a volte vivace di discussioni condotte spesso in lingue a me incomprensibili.

Da una di queste case e` spuntata una bambina che, dal pianerottolo, ha alzato gli occhi per guardarmi e con la spontaneita` e sincerita` dei bimbi mi ha salutata con un brillante "ciao!" accompagnato dal gesto della sua manina.

Naturalmente ho risposto con grande piacere al suo saluto, ricambiandolo prontamente e sorridendole mentre, gradino dopo gradino e con un po` di fiatone, ero quasi arrivata a destinazione.

E` bastato entrare nel portone di un palazzo qualunque, di una zona qualunque della periferia torinese spesso intrisa di grigiore e scoraggianti prospettive, per uscirne col cuore gonfio di contentezza.

E ieri, da Monica, mia cara amica, ho ricevuto questa delizia: una marmellata giapponese di fichi prodotta nella citta` di 尾道市 Onomichi-shi nella prefettura di 広島 Hiroshima.

lunedì, agosto 04, 2014

Piccole cose belle

Limpidi mondi di un tempo che fu
Mi e` capitato, tra ieri ed oggi, d`immergermi in piccoli e limpidi mondi fatti di immagini semplici; di parole un po` antiquate ma dolci come la carezza dalle mani di una mamma; di descrizioni composte e pulite, ma non per questo inamidate.

Mi e` capitato, tra ieri ed oggi, di riscoprire un`infinitesima parte di quella letteratura per ragazzi che, forse e con sommo rammarico, sta scivolando suo malgrado in un oblio dove vengono relegate tutte quelle cose considerate ormai superate, démodé, meritevoli di un armadio e qualche bella pallina di naftalina.

Ad allietarmi e ad immalinconirmi anche un po`, il celebre Giornalino di Gian Burrasca di Vamba e un`opera decisamente piu` oscura della prima, ma non per questo minore in bellezza: Tre Monelli e un Teatrino di Manlio Mora.

Il motore di ricerca piu` famoso al mondo mi restituisce poche e scarne notizie su questo Mora.

Pare fosse originario di Parma, un poeta e addirittura un generale del Regio Esercito durante la seconda guerra mondiale.

Esistono ancora alcune copie dei suoi vecchi libri, soprattutto in sale di consultazione oppure attraverso antiquari o semplici rigattieri.

Senza farlo minimamente apposta, i due libri - venuti in mio possesso in due momenti temporalmente ed emotivamente lontani fra loro - raccontano entrambi, seppur con impostazioni differenti, le avventure di bimbi monelli e delle loro innumerevoli marachelle.

Vamba ci narra le rocambolesche avventure di Giannino Stoppana, detto Gian Burrasca, un bimbo dei primi nel Novecento che, combinandone davvero di tutti i colori, ci regala uno scorcio unico di vita in una famiglia toscana nobile di quegli anni.

Mora invece ci racconta le avventure di due piccoli monelli, due fratelli di nome Mario ed Enzo e della loro sorellina Dirce, appartenenti ad una povera famiglia dove i lussi erano ben pochi e dove bastava un`umile crosta di formaggio a far venire l`acquolina in bocca a questi umili bimbi.

A coloro che hanno la pazienza di rispolverare le letture dei ragazzi di un tempo, la ricompensa che trovano e` quella di un linguaggio garbato, pulito, d`altri tempi ma non per questo noioso.

Vi sembrera` di affondare leggermente la testa in un mondo scomparso, dove ci si dava normalmente del Voi e dove - complice forse l`innegabile fascino di tutte le cose che sono state e non sono piu` - tutto sembrava infinitamente piu` genuino, sincero, cristallino e umano.

Le marachelle di Gian Burrasca nascono quasi sempre, infatti, dal desiderio in realta` di fare un favore, di facilitare qualcosa a qualcuno. Come quando, all`arrivo improvviso e inaspettato in casa Stoppani della vecchia zia Bettina, le sorelle del monello Giannino si sentirono enormemente infastidite perche` sapevano che questa visita non attesa (e non gradita) avrebbe messo a rischio la riuscita della loro festa.
Gian Burrasca, allora, con cuore innocente decide di riportare all`anziana zia i commenti poco lusinghieri che le sue nipoti le hanno rivolto a sua insaputa. Cosi` facendo, il monellino pensa ingenuamente di risolvere la situazione salvando capra e cavoli, ignaro ovviamente delle mille e disastrose conseguenze.

Un`indole decisamente piu` birichina anima invece le birbanterie di Mario ed Enzo che spesso si divertono a combinarle grosse semplicemente per il gusto di farsi un gran bella risata. Un po` come quando, nella bottega di Mastro Cesare, il loro padre falegname, decisero di versare della colla sopra una sedia su cui si stava per accomodare un uomo anziano e cliente del papa`.

Vi lascio immaginare il resto della scena.

Curiosando nei mercati di cose vecchie, come puo` essere il nostro celebre Balon qui a Torino, oppure negli oramai numerosi negozi dell`usato che popolano le nostre citta`, vi puo` capitare facilmente di trovare molte opere risalenti ai primi anni del Novecento. Libri spesso di autori oscuri oppure eclissatisi dopo forse un breve periodo di gloria a noi troppo distante per poter rievocare un ricordo.

Ma sta proprio in questo il fascino. Il numero di autori viventi o defunti che abbiano pubblicato anche solo una parola e` talmente grande da non poter forse essere quantificato. E quindi perche` mai dovremmo soffermarci testardamente sui pochi e blasonati nomi riveriti da questa o quella persona? Chi ci dice che nei tanti libri di scrittori meno conosciuti o addirittura anonimi non possano celarsi delle piccole meraviglie, dei piccoli mondi vellutati, delle piccole cose belle?

Testimonianze autentiche di un passato, spesso ammonticchiate in polverose casse dove per ogni pezzo bastano pochi spiccioli.

Sempre dalla mia cara amica Dea, ho ricevuto il dono di parole sentite e bellissime.

Da lei ho ricevuto questa collezione di sue poesie che hanno la delicatezza di un giglio e la bellezza di un velo di seta sospinto da uno sbuffo di vento.

In passato mi sono stati regalati libri di poesie, in varie occasioni, ma poche volte ho provato la sensazione sentita nel ricevere e poi nel leggere le parole di questi componimenti.
Sono stata trasportata, con forza, in una dimensione pero` delicata fatta solo di sentimenti che dall`anima vengono convogliati attraverso una penna ed il suo inchiostro.

Sono emozioni che prendono la forma di stille d`inchiostro su fogli di carta leggermente ruvidi.

Chiedero` a Dea il permesso di riportare alcune delle sue poesie che ho apprezzato particolarmente affinche` possiate leggerle anche voi.

Le piccole cose belle continuano nonostante tutto. Certo, perche` noi non cessiamo di esistere anche quando si fa buio e a volte si ha paura.

Negli ultimi mesi la mia vita si e` arricchita spiritualmente in maniera molto speciale e preziosa. Un giorno, forse, ve ne parlero`. Ma non ora.
E la mia vita adesso, ricca ora anche sentimentalmente, e` rifiorita...come un campo che, inaridito da un caparbio sole, riceve acqua che lo rigenera reidratando le sue vene e il suo essere.

Negli ultimi due mesi o tre, pero`, la mia vita e` stata un po` come una mongolfiera che salendo sempre piu` su ha dovuto, a un certo punto, liberarsi di pesi, di zavorre. In realta`, a volte le zavorre si liberano da sole senza che sia tu a volerlo.

Ed e` esattamente cio` che mi e` successo.

Avevo un`amica a cui volevo molto bene. La stimavo particolarmente. Era una persona che ritenevo, senza ipocrisie, una delle migliori che avessero mai incrociato il mio scombussolato cammino di vita.
Era davvero un piccolo diamante. O cosi` sembrava.

Ho il difetto, il grande, enorme difetto di sopravvalutare sempre le persone anche quando l`istinto mi dice che in realta` vi e` qualcosa di bizzarro, di strano, di non del tutto chiaro.
Testardamente ignoro i campanellini d`avvertimento, considerandoli meri pregiudizi sciocchi.

Quei campanellini mi avevano avvisata in piu` occasioni, ma io ho sempre scelto di non prestar loro alcuna attenzione reputandoli fasulli o fuorvianti.

Ma le cose hanno un perche` e anche le sensazioni.

Questa persona non mi era amica. Non lo era affatto.

Ma pazienza. Ha scelto di eliminarmi dalla sua vita come si fa con un vestito smesso, sparendo veramente dall`oggi al domani e negandomi addirittura la basilare ed elementare possibilita` di un confronto dove, le persone mature di solito, si dicono sul muso quello che hanno in petto anziche` scivolar via vigliaccamente nei meandri del quotidiano e del tempo che scorre.

Di vigliaccherie ve ne sono state gia` a sufficienza nella mia vita negli ultimi anni e quindi riceverne di nuove, soprattutto da chi si professava molto corretta e capace nella gestione del tempo e mille altre cose, lascia amareggiati e un po` (tanto) sfiduciati.

Incassato il colpo ed ingoiatane l`amarezza, mi sono rialzata - anche se con meno fiducia nei confronti dell`amicizia - riprendendo il mio cammino.

Vi e` sempre qualcosa di piu` bello dopo.

Leggete cosa scrisse Mora negli anni Trenta, nel libro Tre Monelli e un Teatrino:

"(...)Non bisogna dimenticare, del resto, che l`idea informativa del bello e del brutto, nelle cose di questo mondo, il piu` delle volte non e` che una manifestazione di soggettivita` determinata dalle condizioni di spirito colle quali le cose stesse vengono, ad un dato momento, osservate o sentite. La naturale, istintiva filosofia dei piccoli, aveva portato Mario - ad esempio - a tale grado di sensibilita`, da non sentirsi veramente felice se non quando suo padre era in collera con lui, perche` - l`esperienza glielo aveva insegnato - sapeva che cosi` non poteva durare molto a lungo: il maltempo, presto o tardi, la cede al suo rovescio: il sereno."

In questa foto, invece, si riassumono tre concetti:

- il desiderio, realizzabile chissa` quando, di scrivere un libro. Motivo per cui acquistai quel quadernetto dalla copertina decorata in omaggio di antiche lacche giapponesi che ornavano vecchi 重箱 juubako di un tempo...con la speranza di riempirne le pagine con idee.

- La signora di Malacca, di Francis de Croisset: un romanzo acquistato in un negozio di libri usati. Mi attirava il suo titolo attorno cui, nella mia testa, iniziai a costruire mille storie.

- Un vecchissimo libro di cultura giapponese, in giapponese, regalatomi dalla mia amica Monica di ritorno da un suo viaggio nel Sol Levante.

Tre piccole cose belle.


Tante piccole cose belle.

Come questo testo raro dedicato alle prime generazioni di sino-americani e scovato, una sera per caso, da Mercurio in Via Po.


Oppure queste riviste giapponesi, di decenni fa, dedicate all`origami e trovate sulla caotica bancarella di alcuni signori, al Balon di Torino.

Piccole cose belle come questo ストラップ sutorappu (pendaglio giapponese per cellulari o borse) ricevuto dalla mia amata amica Saku e su cui compaiono gli hiragana del mio nome:

Le perdite non sono mai vane. Tutto ha sempre - sempre - un suo perche` anche se a volte non lo si comprende subito.

Ma ad ogni perdita segue un una gioia sempre piu` grande del dolore che l`ha preceduta.

lunedì, maggio 05, 2014

Coltre fatata, un torii a Torino e un ricordo

La coltre fatata
Satsuki.

五月 il quinto mese
皐月 il mese dell`azalea

Questo e` uno degli antichi nomi giapponesi del mese di maggio.

Scrivo di Torino perche`, oltre ad essere la mia citta` di nascita, e` la citta` in cui mi ritrovo ora.

Torino, come tutte le citta` natali, ha quel qualcosa di rincuorante e di scorante al tempo stesso.

Tornare a casa e` ritrovarsi e rivivere, ma al contempo e` anche lasciarsi alle spalle l`avventura, rimettere i piedi a terra e la testa a posto.

A me Torino ha sempre fatto questo effetto.

Con un aereo che atterra all`aeroporto di Caselle oppure un treno che, chilometro dopo chilometro su pesanti binari, ritorna a Torino buttandosi fra le braccia della stazione di Porta Nuova, beh ... la sensazione e` sempre quella.

L`emozione e il sollievo di essere di nuovo a casa misti a un`incontenibile nostalgia per quel che e` stato.

C`e` quel momento in cui si vorrebbe far dietro-front e correre di nuovo via.

Eppure no. La balsamica sensazione di ritorno a casa ci attira verso se` con la forza di un magnete, ma qualcosa dentro il proprio cuore inguaribilmente viaggiatore non si placa e forse mai si plachera`.

Torino in questi giorni e` avvolta in una morbida nuvola di polline, una dolce e carezzevole copertina di mille fiocchi volanti che si perdono nell`infinita` dell`aria, scivolando sulle superfici di fiumi e pozzanghere, posandosi per terra e lasciandosi intrappolare dai fili d`erba.


Passeggiando non distante da casa mia, con il sole del tardo pomeriggio che fiero illuminava a sprazzi intensi triangoli di asfalto e strisce di vegetazione, mi sono ritrovata accovacciata ad osservare questa soffice carezza bianca, anche se burlona e dispettosa col naso di molti, mentre con grande grazia ricopriva giardini, cigli della strada e ovunque vi fosse un po` d`acqua.

Sembrava una coltre fatata.

Piu` di un anno fa, passeggiando in solitaria da queste parti, mi capito` di scorgere in lontananza un 鳥居 torii. O almeno, cosi` mi era sembrato.

Ne avevo immediatamente riconosciuto in lontananza la sagoma e il colore.

Talmente impresso nella mia mente fu quel ricordo che dimenticai pero` dove avessi visto il torii in questione, tanto che girai a lungo tempo dopo nel tentativo di ritrovarlo...invano.

E oggi pomeriggio, mentre ero a spasso e inseguivo la coltre fatata, ecco che da lontano ho rivisto quel torii.

Allora non ricordavo male! Allora non avevo avuto una visione nippo-mistica?!

No. Era un torii vero. Anzi, erano due!

Incredula, mi ci sono avvicinata. Mi e` bastato voltarmi per vedere, a poca distanza, il palazzo dove abito.


Sono rimasta ferma, con dipinta sul mio volto (ne sono certa) un`espressione tra il contento e l`inebetito.

In quel momento pero` - e` comico lo so - ho pensato si` al Giappone naturalmente, ma il primo pensiero e` andato al grande torii che accoglie chiunque entri nella base militare navale di Atsugi, in Giappone appunto.

Quella era la mia vita prima. Ho avuto il privilegio di vivere il Giappone a trecentosessanta gradi e con in piu` la mia presenza attiva all`interno della comunita` militare, soprattutto quella navale, sia statunitense che nipponica.

Quel torii grande a pochi passi dall`entrata della base era stato messo li` per stupire i nuovi occhi occidentali che, di quel posto, avevano il loro primo assaggio di Sol Levante.

Era messo li` per affascinare e non si preoccupava minimamente di essere decontestualizzato. Era li` per compiere una missione: era un biglietto da visita tanto ammirevole inizialmente quanto scialbo col tempo.

Un po` come lo erano i kimono appesi scioccamente alle pareti del Navy Lodge, l`albergo che ospita i militari e le famiglie.

Ricordo ancora la risata di Sakura quando, vedendo quel torii in mezzo alla rotonda, mi chiese cosa ci facesse un cancello sacro shintoista proprio in quel punto.

Le dissi che era li` per bellezza, per figura, per fare. E in effetti era cosi`.

Lei mi guardo` con occhi stupiti. Come poteva un torii essere usato per bellezza?

Nello shintoismo, il torii indica la presenza di un santuario. Anzi, simboleggia il punto di transizione tra la vita terrena e profana e il mondo divino.

Con alle spalle il mondo terreno, al di la` di un torii dunque troviamo solitamente un santuario, un luogo considerato sacro da chi pratica il buddismo e lo shintoismo.

Ma nella rotonda principale di 厚木基地 Atsugi-kichi, al di la` di quel lucidissimo torii laccato di rosso, c`e` una strada che di sacro ha poco o nulla. E` una strada che si addentra nel cuore della base e conduce a posti che di spirituale - temo - hanno molto poco.

Capii subito, quindi, lo sguardo stupito e la risata non cosi` sommessa di Saku-chan.

Il torii di oggi pomeriggio fece riaffiorare alla mente questo ricordo perche` in fondo svolge la stessa funzione decontestualizzata del collega nella rotonda di Atsugi-kichi.

Anche se...anche se forse un briciolo di sacralita` probabilmente tenta di proteggerla. I torii torinesi sono, infatti, davanti all`ingresso di una famosa scuola di arti marziali.

Mi e` capitato, di recente, di vedere le scene di apertura del film Emperor, diretto da Peter Webber, con nel cast Matthew Fox e Tommy Lee Jones, l`amatissimo dai giapponesi e di rivedere, proprio in quelle scene, i luoghi a me famigliari del Giappone e di Atsugi-kichi, un luogo - quest`ultimo - un po` sospeso fra due mondi. E` un Giappone non Giappone.

Ho avuto un tuffo al cuore e nella mia mente sono ritornati milioni di ricordi e di pensieri, travolgendomi con la forza bruta di uno tsunami.

domenica, marzo 02, 2014

Cerchi di esistenza

Voglio scrivere di un pomeriggio, un pomeriggio che in realta` era come tutti quelli che lo hanno preceduto e quelli che lo hanno seguito.

Anche quella volta il giorno diede il cambio all`oscurita`, il sole alla luna, le strade vive di vita alle strade solitarie della notte.

Il quotidiano faceva il suo dovere e ogni cosa, nel bene e nel male, era al suo posto.

Ma credo che dentro di me quel giorno ci fosse una desolazione simile a quella del deserto del Nevada che, per migliaia di miglia, accompagna il viaggiatore inizialmente ammaliato ma poi inesorabilmente tediato dal susseguirsi senza fine di sterpaglia.

Credo che quel giorno le mie gambe si muovessero per abitudine e non tanto perche` ci fosse bisogno di muoversi.

Non penso che quel pomeriggio rappresenti l`apice del mio dolore, ma certamente potrebbe pretendere il secondo posto sul podio.

Era il periodo in cui pensavo di aver perso tutto. Penso che se mi fossi vista dall`esterno avrei probabilmente gridato dallo sgomento nel realizzare che quel guscio con occhi, bocca, gambe, braccia aveva solo una mia parvenza ma non ero io di certo.

Ero sola in una casa che scelgo di non ricordare. Ero circondata a trecentosessanta gradi da un odore fastidioso di cose vecchie e maltrattate, di un fumo che non mi apparteneva, di stantio, di oggetti pregni di pianto, di ricordi pesanti, di parole malvagie.

Ero in una casa che, per alcuni bui e tetri istanti, ho quasi sperato diventasse la mia tomba.

Era stato teatro del mio baratro, del mio smarrimento fisico e mentale, di una mia tentata capitolazione che pero` non e` avvenuta perche` il desiderio di vita - la sopravvivenza a ogni costo - riesce ad avere la meglio anche quando l`abisso ha perso le sue tonalita` verdiblu per vestirsi di violanero.

Il dolore dentro di me viaggiava sulle ali di quello stesso vento che soffia sulla sterpaglia dell`interminabile Interstate 15 che unisce in un lungo abbraccio di cemento la California e il Nevada, fermandosi solo in presenza di qualche forma di vita.

Ma il dolore piu` era intenso e piu` ardui e patetici diventavano tutti i tentativi di vocalizzazione.

Avevo male e non sapevo dove trovare conforto. Mi sono sentita cosi` sola e cosi` sconfitta che qualunque direzione sarebbe andata bene. Era come trovarsi a un bivio su cui svetta un palo con appiccicati centomila cartelli con frecce che indicano un`infinita` di destinazioni.

Ma io non sapevo dove andare e nemmeno m`importava, a dirla tutta.

Ancora non cercavo Dio, anche se come tutti gli esseri umani quando si trovano ad attraversare la strada del dolore, anch`io Lo avevo implorato affinche` ponesse fine a quel tormento.

Fu cosi` che - non so nemmeno io ne` perche` ne` come - decisi di lavarmi la faccia, raccogliere i miei capelli disordinati in una coda frettolosa ma severa ed educatrice, mettermi le scarpe, infilarmi una giacca e uscire da quella casa che penso gioisse nel vedermi affondare.

Con quella porta scura e ammaccata chiusa alle spalle, mi sembrava di potercela di nuovo fare.

Iniziai a camminare, senza avere una meta. Credo di aver vagato per un lasso di tempo non facilmente quantificabile, ma poco importava.

Ero in un quartiere realmente anonimo, privo delle gradevolezze visive e delle coccole artistiche che adornano in genere i centri storici italiani. I miei occhi non sapevano a cosa appigliarsi, se non alle facciate scialbe di edifici incolori e malinconiche insegne al neon che sembrano comici intenti a intrattenere un pubblico inesistente.

Forse inconsciamente o forse no, arrivai ad una libreria di cui conoscevo l`esistenza ma che - fino a quel pomeriggio uguale a tanti altri - non avevo mai visitato.

Era la libreria Mondadori di Via Digione 23, a Torino.

Vi entrai trafelata e disorientata.

Iniziai a osservare famelica i titoli esposti, senza sapere cosa stessi cercando perche` non cercavo nulla in particolare.

Ero li` perche` soffrivo e in quel momento quella libreria mi sembro` un`oasi, un punto di ristoro spirituale, una sorgente dissetante e terapeutica.

Ho un ricordo sfocato del tempo trascorso dentro la libreria, ma ricordo chiaramente invece di esserne uscita con in mano un libricino intitolato "Lo zen del gatto" di Ludovica Scarpa. Lo vedete in un paio di foto qui, in questo mio articoletto dell`anno scorso.

Quel libricino, con le sue delicate parole e dolci illustrazioni, fu come un abbraccio in un pomeriggio in cui dentro di me sanguinavo a profusione mentre, tutto intorno, il mondo procedeva coi suoi soliti e inesorabili passi.

Sapete, Torino era un tempo la citta` italiana che vantava il maggior numero di case editrici e di librerie. Adesso le cose sono un po` cambiate (in peggio), ma gli angoli di carta sono ancora molti.

Tanti. Tantissimi.

Eppure, eppure...quando una coincidenza deve accadere lo fa senza tanti scrupoli e nemmeno tante moine.

Quando ho scoperto, infatti, che la presentazione del libro Tokyo Orizzontale di Laura Imai Messina  sarebbe stata tenuta proprio li` io, beh, ho sentito una stretta stritolante al cuore.

La presentazione era oggi.

E io, in quella libreria, non ci ero piu` tornata da quel lontano e normalissimo pomeriggio.

Ma non potevo mancare.

Del lavoro e una pioggia testarda mi hanno portata all`evento quando questo ormai era finito, ma sono riuscita ad andare a conoscere Laura, scambiare con lei due parole, acquistare il suo libro su cui mi ha lasciato una dedica non casuale e che poi forse vi riportero`.

Mi sentivo disorientata, ma con nel cuore una fiammella confortante.

Le parole di Laura sono state benefiche, dolci e non scelte a caso. Erano li` per me.

Quando poi ha consigliato ai presenti il mio blog dicendo che sono una persona molto giapponese, avevo il cuore che batteva forte ma al contempo mi sentivo serena.

Un paio di foto, un saluto di congedo che avrei voluto rimandare, e via di nuovo per le strade scure di quell`anonimo quartiere torinese, bagnato da una pioggia capricciosa e inconcludente.

Ma prima di andarmene, mi sono guardata intorno e ho immaginato di rivedere la Marianna di quel pomeriggio qualunque mentre, con la sterpaglia desolante nel cuore, cerca conforto in un mondo di carta e parole.

Oggi, in quella libreria, ho chiuso un mio cerchio.

sabato, dicembre 07, 2013

Una valle, una coincidenza e una strana magia.

Dovrei forse imputare la mia catena semi-delirante di pensieri all`influenza che mi ha colta per l`ennesima volta nell`arco di due mesi e che e` culminata in una febbre alta, la notte scorsa.
Una di quelle febbri cariche di sogni colorati e quasi in rilievo che ti mettono anche un po` in soggezione per la loro bislacca apparizione.

Due giorni fa stavo leggendo un biglietto dove compariva il cognome di una persona: 古谷 Furutani.

Vecchio cognome giapponese dalle origini nobili.

Non so perche`, ma il nome mi e` rimasto incollato alla mente e ogni tanto il mio cervello se lo girava e rigirava fra le mani.

Un po` come quando sentite una parola su cui vi fissate, ripetendovela piu` volte.

Furutani 古谷 letteralmente significa "vecchia valle".

Con la vecchia valle appiccicata ai pensieri, sono andata a fare due passi. Dovevo incontrare una persona, ma essendo io arrivata un po` in anticipo ho deciso di mettermi a guardare la vetrina di una piccola e preziosa libreria che conosco da tempo ma dove - per timidezza - non ero mai entrata.

Questa libreria ha il pregio di concentrarsi su autori e case editrici poco noti, seguendo come criterio di scelta il proprio istinto e gusto e non le classifiche ufficiali dei best-seller. Insomma, niente Fabio Volo, Giorgio Faletti, e tutte le millemila trilogie fantasy che tappezzano pure le corsie dei libri nei centri commerciali.

E` uno di quei posti che alcuni considererebbero da fricchettoni, ma a me piace. Chissa`, forse sono un po` fricchettona pure io. Se esserlo significa essere un po` diversi, allora ben venga.

Stavo osservando, dunque, con attenzione la carrellata dei curiosissimi titoli esposti in vetrina, quando il mio sguardo si posa su questo:
Un libro che ha trovato me
Per un attimo, provo una sensazione mista a spavento e incredulita`.

Sembrava una sorta di scherzo. Ma come? Per puro caso leggo quel cognome su un pezzo di carta; per due giorni mi rimane in testa con quella tenacia delle parole che poi - a forza di essere ripetute - perdono di significato; e poi lo ritrovo in maniera cosi` schietta e quasi insolente, su una copertina di un libro che pare fissarmi con aria burlona?

Ho trovato il tutto leggermente misterioso e anche buffo.

La timidezza che mi aveva sempre tenuta lontana dall`ingresso di quella libreria in realta` non aveva fondamenta perche` nel momento in cui, con coraggio, sono entrata mi sono trovata avvolta dal profumo della carta, del sapere e delle menti attive.

Una ragazza sorridente e dall`affabilita` di chi ti conosce da una vita, mi saluta e mi accoglie con simpatia.

Mi guardo un po` intorno, ma il mio pensiero fisso e` su quel libro. E` appiccicato alla vecchia valle.

Mi giro e ne vedo dietro di me due copie appoggiate su una sedia di paglia colorata.

Ne prendo una, la sfoglio delicatamente e mi chiedo se sia il caso di prenderlo. D`altra parte i libri non mi mancano, inclusi quelli ancora da leggere. Insomma, il solito dilemma del lettore accanito che pero` ogni volta si trova a fare i conti col senso di colpa simile a quello di chi - dovendo perdere dei chili - si lascia sedurre da un dolce.

Certo, un libro non apporta calorie e non si traduce in ciccia da nessuna parte, pero` mi sento stranamente colpevole.

Ma il senso di colpa libresco viene prontamente controbilanciato dalla stranezza di quel nome e dal modo in cui sembrava avermi seguita da casa fino in libreria!

Decido di prenderlo. Arrivando alla cassa, con la mia solita goffaggine, rivelo come una duratura ed inspiegabile timidezza mi avesse sempre impedito di entrare li` e come quel libro avesse fatto da rompighiaccio.

Tralascio la coincidenza sulla valle perche`, scarsa oratrice qual sono, avrei finito per intrappolarmi in un discorso senza senso.

La ragazza, che si presenta come Sara, sorride divertita e mi dice di essere contenta che - grazie a Dale Furutani - io abbia deciso di entrare li`. E per l`occasione, mi porge una caramella all`arancia avvolta in una brillante carta arancione, in segno di .... commemorazione dell`avvenuta rottura del ghiaccio.

Pago, prendo il mio libro e me ne vado.

Camminando, mi ritornano in mente le parole di elogio di Sara sull`opera di Furutani.

Torno a casa e inizio a fare qualche ricerca su questo autore che non conoscevo e scopro che e` un 三世 sansei, un giapponese di terza generazione nato in un Paese straniero, gli Stati Uniti.

La sua famiglia, legata anticamente al clan nobile dei Matsudaira 松平氏, e` originaria di 大島 Ooshima, a sud di Hiroshima.

In Giappone, ci sono tanti posti che si chiamano Ooshima (grande isola), tra cui la famosa Izu Ooshima, questa pero` nella Prefettura di Tokyo, rinomata in tutto il mondo per i suoi fiori di camelia e per l`olio pregiato che da questi si estrae.

Non voglio a tutti i costi trovare legami ad ogni cosa, ma la settimana scorsa ho ricevuto in regalo da Silvana - una cara amica e affezionata lettrice di questo blog - proprio l`olio di camelia di cui vi parlai tanto tempo fa proprio qui:

L`amato 椿油 tsubaki-abura, olio di camelia, dalle origini antiche e dalle virtu` curative per i capelli (pensate alle meravigliose chiome ebano delle donne giapponesi!) e anche per la pelle.


Assieme all`olio di camelia di Ooshima, Silvana mi ha regalato due deliziosi prodotti de l`Occitane:
Profumino alla peonia e saponetta al karite`
Dell`incantevole carta da origami sistemata in un elegantissimo ventaglio a trecentosessanta gradi:
  E questo coniglietto portamonete, in stoffa ちりめん chirimen:


Queste sono le strane magie.

Attraverso questo blog e le cose che scrivo, ho avuto il privilegio di venire a contatto con persone sensibili e dal cuore colmo di generosita`.

Un`altra magia e` avvenuta ieri, quando ho ricevuto da Chiara, una mia storica lettrice, questo splendido regalo:

Due deliziosissimi dispenser di sapone liquido dedicati a ポムポムプリン Pomu-pomu Purin, un carino gattino portachiavi di panno, e un dolce biglietto che sa di affetto dove Chiara condivide con me la sua passione per i Ringo alla vaniglia...biscotti che ho sempre amato.

Queste sono le magie che mi ha regalato questo blog.

Lo so, il web e` immenso e colmo di posti speciali, ma qui aleggia l`incanto dei vostri cuori.

Vi ricordo le pagine della mia vetrina di だだっ子屋 Dadakko-ya, il bazar di Biancorosso Giappone:

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