Un altro anno e` iniziato e ad esso si accompagnano le nostre speranze per una vita piu` serena.
Quando sparisco dal blog cresce in me un senso di semi-colpa misto a dispiacere perche`, in fondo, io a questo mio spazio ci sono tanto affezionata.
Sara` perche` e` un po` la cordicella che mi lega al mio Giappone; forse perche` in questo blog, che e` una sorta di scatola laccata, ho riversato tanti sentimenti.
Tanti.
Mi sono assentata in questo lungo periodo perche` nella mia vita, nuovamente, sono avvenuti importanti cambiamenti, anche se in realta` questo non e` proprio il motivo che non mi ha permesso di aggiornare il blog.
Il motivo principe e` stata la confusione.
Come ricorderete, avevo preso la decisione ferma e salda di dare una svolta a questa situazione di stallo lavorativo in cui mi trovavo e ritornare in Giappone per poter ridar vita al mio bazar.
Proprio poco dopo aver preso questa decisione, come sospettavo, ho trovato lavoro.
Non e` un lavoro che mi arricchisce, ma non e` questo che m`interessa. Cio` che mi rende felice e` sapere di poter lavorare in un ambiente sano, vivo, stimolante, a contatto con il sapere e la sete di conoscenza.
Il lavoro, dunque, e` arrivato proprio nel momento in cui ero pronta a compiere un passo decisivo, un passo che ho dovuto quindi rimandare.
E il rimandare trascina dietro se` sempre un po` di malinconia.
La confusione nasce dall`intrecciarsi di eventi desiderabili ma contrastanti.
Pur tuttavia, ho l`Onore ed il Privilegio - entrambi doverosamente maiuscolati - di avere al mio fianco una persona magnifica che mi sprona ed incoraggia a non abbandonare il progetto.
E ho un altro Privilegio: quello di avere, tra le mie pochissime e selezionate amicizie, una persona che crede fermamente nel mio progetto e che, proprio per questa ragione, ha messo a mia disposizione risorse preziose.
Sebbene il tutto si sia dovuto fermare, l`idea non e` stata certo abbandonata.
Pur non avendo desiderio di fissare termini o date, proprio per evitare di rimandare, posso dirvi che ancora tutto esiste.
Ecco perche` l`anno, quando inizia, porta dietro se` mille speranze ed aspettative che vorro` non restino disattese.
Ma quel legame col Giappone non si spezza perche` mi sono resa conto, da tempo ormai, di aver assorbito nell`anima lo spirito giapponese che non mi permette di dimenticare, di abbandonare, di risalire troppo in superficie.
La mia amata amica Akiko e` ritornata a farmi visita a Torino e tra i tanti regali che mi ha portato, eccone alcuni:
A parte il libro, splendida raccolta di vecchissime pubblicita` giapponesi, gli altri due sono doni di Aki-chan: i famosi あぶらとり紙aburatorigami (salviettine assorbi-sebo) della mia amata よじやYojiya di Kyoto ed un porta occhiali fatto con una preziosa stoffa di kimono da bambini, ma una stoffa risalente probabilmente agli anni Cinquanta!
Non sono mancati alcuni dolcini:
E non e` mancato nemmeno il mio amatissimo 毎日香mainichi-koo, quell`incenso di cui vi parlai proprio qui.
I suoi bastoncini verdi sono pregni di una fragranza capace di riportarmi fin laggiu`, a Shindo, dove abitavo. Mi basta davvero annusarne uno chiudendo gli occhi ed eccomi teletrasportata - seppur solo con il cuore ed il pensiero - in quel calmo quartiere a ridosso delle verdi risaie le cui piantine, nei giorni di brezza, ondeggiavano delicatamente quasi a voler formare un grande mare color smeraldo.
La sera prima di ripartire, Akiko mi ha donato un qualcosa di cui non potete immaginare il valore affettivo che lo impreziosisce: il suo fermacapelli preferito.
Il giorno in cui l`ho conosciuta, un lontano pomeriggio adornato dal sole di maggio, lo indossava. E l`ha indossato sempre, ogni volta in cui ci siamo viste.
Questo fermacapelli e` semplicemente Akiko.
E lei me l`ha voluto donare come dimostrazione del suo affetto nei miei confronti.
Negli ultimi mesi ho potuto, grazie all`ausilio della mia amata libreria Mangetsu di Torino, acquisire del nuovo materiale di lettura giapponese. Vi mostro qualcosa di cio` che sono riuscita a trovare, con mani tremanti ed occhi lucidi dall`emozione:
Un gran bel ricettario con cui e` impossibile - o quasi - sbagliare!
La spassosissime avventure di Saori e del suo italianissimo marito, Toni.
Un po` di narrativa umoristica ed un fantastico libro sui kanji di difficile lettura:
忙しい奥さんIsogashii okusan - "La moglie indaffarata" , una storia dall`aria esilarante!
Sono persino riuscita a trovare qualche numero della mitica rivista di cucina Orenji-peejiオレンジページ, piu` varie, incluso un affascinante resoconto gastronomico nel Regno di Mezzo, ossia la Cina, da parte di una cuoca giapponese.
Colgo l`occasione per ringraziare la libreria Mangetsu per l`opportunita` che mi da` di poter acquistare libri e giornali giapponesi di vario genere e a prezzi irrisori.
E per finire, o meglio, per iniziare, a pochi passi da dove lavoro ho il Privilegio ed Onore di trovare del buon 煎茶sencha della 山本山Yamamotoyama, di 日本橋Nihonbashi.
Alla prossima, dove vi parlero` dell`altra parte del mio cuore.
(A sinistra: il mio botticino di olio di camelia. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia).
Non esiste un metodo preciso con cui avvicinarsi ad una cultura e prenderla per mano.
Si comincia con quel briciolo di curiosita' sincera e ci si ritrova avvolti in un interesse profondo e costante che da' vita ad un'insaziabile sete di sapere.
E quella sete aumenta alla stessa velocita' con cui aumentano le nuove esperienze.
Spesso ci si avvicina ad una cultura grazie a dei libri, ad una cucina che ci piace, a dei film particolari, a delle canzoni preziose, o a dei cari amici. Oppure alle volte e' un viaggio inaspettato a seminare in noi quella fiammella di curiosita' che poi si tramutera' in passione.
Approfondire una cultura diversa dalla propria non significa seguire per forza un itinerario ben preciso e che ci conduca dal punto A al punto Z; anzi, a dirla tutta, lo stesso vale per la propria di cultura e che spesso non si conosce mai abbastanza.
Ognuno trova da se' una strada che lo affascina e inizia a percorrerla, un passo per volta. Ogni tanto si fermera' ad esplorare una o piu' delle tante, tante diramazioni di questa strada.
Non saprei spiegarvi dettagliatamente tutto il percorso che ho compiuto io fino adesso. So pero' che fin dall'inizio mi sono lasciata prender per mano e trasportare dall'affetto che ho per il vecchio Giappone. Pensare che io non nutra interesse alcuno per il Giappone moderno e tutti quegli elementi ad esso legati come la tecnologia, i videogame, i manga, gli anime, la moda e via dicendo, non corrisponde al vero. Anche quelle sono strade - o forse diramazioni che partono dalla mia - e che ogni tanto mi piace esplorare. Sono pero' appunto diramazioni e in esse non mi soffermo a lungo perche' poi ritorno sul mio corso principale e riprendo il mio cammino.
Il profondo rispetto e l'indescrivibile passione per il Giappone tradizionale mi hanno portata a conoscere un po' il carattere dei giapponesi ed il loro presente. Ma da sapere c'e' ancora tanto o, come diceva una mia professoressa di tedesco, di acqua sotto i ponti ne deve ancora passare molta.
E allora, dopo essermi fermata a riposare un attimo, mi rialzo e riprendo il mio percorso.
Infinitamente affascinanti sono, ad esempio, i vecchi segreti di bellezza delle donne giapponesi perche' quelle astuzie e quei trucchetti in fondo si basavano sui principi di un'elegante frugalita' che ancora oggi - a dispetto del nuovo consumismo e della corsa all'avere e non all'essere - in fondo in fondo fanno parte del DNA nipponico.
Uno di questi segreti di bellezza e' l'olio di camelia, un prodotto puro e rispettato per le sue eccellenti proprieta' idratanti e rigeneranti. Da secoli e' il segreto che si cela dietro le proverbiali e lucenti chiome corvine delle donne giapponesi. In vecchissime stampe ukiyo-e appaiono spesso bellissime donne con i loro meravigliosi capelli neri accuratamente idratati proprio grazie all'ausilio dello 椿油tsubaki-abura, cioe' olio di camelia.
Quello che vedete nelle foto e' il mio olio di camelia preferito. Si dice che il migliore provenga da Ooshima, nella Prefettura di Tokyo, dove da secoli si coltivano le camelie per uso prevalentemente cosmetico, ma anche gastronomico. Quest'olio, infatti, viene usato anche come raffinatissimo condimento in cucina; l'olio di camelia per uso alimentare pero' e' terribilmente costoso e quindi non molto diffuso.
Si dice anche che siano le donne di Ooshima ad avere le piu' incantevoli chiome di tutto il Giappone!
Proprio ad Ooshima c'e' un'azienda che produce quest'olio in vendita su tutto il territorio nazionale e anche all'estero (su Internet e' facilmente reperibile tramite Amazon).
Pero' qualche tempo fa, in vista dell'ondata di caldo e di umidita', mi sono ritrovata per le corsie di un supermercato a curiosare fra i prodotti alla camelia per i miei ribelli capelli ricci. In passato avevo gia' provato il celebre olio Ooshima (il prodotto prende il nome dalla sua zone d'origine), e avrei voluto ricomprarlo, ma non ce n'era piu', e cosi' ho pensato di provare qualche altra marca.
Purtroppo in commercio - soprattutto su Internet - circola molto olio di camelia di provenienza cinese che pero' viene etichettato come prodotto giapponese. Sebbene anche la Cina abbia un antico legame con la camelia, molte aziende cinesi hanno velocemente approfittato del crescente interesse verso il Giappone producendo un'olio di camelia con metodi sospetti e che, visti i prezzi generalmente troppo bassi, riflette una qualita' forse scadente.
Guardando meglio tra gli scaffali, ho scoperto un olio di camelia prodotto da una vecchissima ditta con sede a Tokyo, di nome 本島椿 Hontoo Tsubaki. E' un olio di cui i miei capelli sembravano aver disperatamente bisogno. L'effetto crespo che solitamente mi perseguita nei periodi piu' caldi dell'anno e' quasi del tutto svanito! I capelli sono ora lucidi, morbidi, ma non unti. Faccio come facevano le donne di una volta, e aggiungo qualche goccino d'olio anche sul mio pettine di legno in modo che questo assorba il prezioso liquido e possa quindi continuare a nutrire i miei capelli, anche da asciutti.
Pur essendo un prodotto di una volta, l'olio di camelia continua a rimanere un irrinunciabile prodotto di bellezza anche adesso. Le ragazze delle nuove generazioni fanno scorte di prodotti l'Oreal, Garnier, o Vidal Sassoon, pero' ad un tocco di camelia non rinunciano neppure loro. Pare che persino alcuni uomini lo utilizzino!
Alcune grandi case cosmetiche da tempo cercano di sfruttare un po' questo amore per lo tsubaki-abura creando prodotti a base di questo antico ingrediente. La Shiseido, ad esempio, gia' da anni vende una linea per capelli e che si chiama proprio Tsubaki. Ecco qui il mio shampoo Tsubaki nel flacone rosso, ed un altro trattamento (di un'altra marca) sempre alla camelia. Sono prodotti di qualita', ma alla fin fine non c'e' nulla di meglio del vero e puro tsubaki-abura. L'olio di camelia non e' solo un toccasana per i capelli, ma e' ottimo come olio per il corpo da usare prima del bagno o la doccia; come trattamento idratante per pelli molto secche; come trattamento anti-smagliature; come idratante per le labbra; e come olio per cuticole.
Per i capelli si puo' usare sia come impacco pre-shampoo, oppure come trattamento anti-crespo sui capelli puliti e gia' asciutti (in questo caso ne bastano pochissime gocce).
Lo tsubaki-abura e' un elemento considerato molto 和wa perche' ha radici antiche e che dimostrano l'affidabilita' di certe vecchie saggezze.
Il ritorno allo stile di vita tradizionale e' un fenomeno che sta pian piano riemergendo qui in Giappone, attraverso articoli di giornale, libri e trasmissioni. C'e' un ritorno alle cose di una volta, come il furoshiki al posto delle borse di plastica; i kanzashi al posto degli elastici; i bento-bako di legno al posto di quelli di plastica; l'utilizzo di delicatissimi profumi in pasta giapponesi al posto di quelli classici europei. Ho un libro di questo genere in cui l'autrice invita tutti ad adottare qualche piccola abitudine tradizionale giapponese, senza sentirsi necessariamente vincolati dalle rigide regole che governano varie discipline antiche come la cerimonia del te', la cerimonia dell'incenso, oppure l'utilizzo di furoshiki, kimono, yukata, ecc.
Mi piace molto lo stile informale e rilassato di 金子由紀子Kaneko Yukiko, questa scrittrice la quale, attraverso un linguaggio moderno e al passo coi tempi, incoraggia le nuove generazioni ad abbracciare i tesori di una volta. Magari un giorno vi parlero' in modo piu' approfondito di questa sua opera. Il vecchio Giappone e' un passato che pur non appartenendo al mio passato, fa ormai ed indissolubilmente parte del mio presente.
(A sinistra: alcuni piatti che ho preparato per cena, venerdi' scorso. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia).
Per tanto, tanto - anzi, troppo - tempo ho pensato che il tofu altro non fosse che sinonimo di blocchi biancastri di una sostanza semi-solida e dal sapore blando quasi inesistente.
Ero solita guardare il tofu con una certa diffidenza, considerandolo una stranezza esotica che piaceva soltanto ai vegetariani. Anzi, una stramberia indefinita che probabilmente non piaceva neppure, ma che a causa delle solite e barbose motivazioni modaiole, ci si sforzava di apprezzare a tutti i costi.
L'avevo assaggiato qualche volta, e con una certa svogliatezza, in qualche ristorante cinese dove veniva immancabilmente saltato e risaltato per poi venir coperto e ricoperto di salsine e salsette assortite.
Mi sembrava l'alimento piu' insulso del mondo. Non capivo come fosse anche solo possibile diventar golosi di un qualcosa che di per se' non aveva sapore e che doveva per forza dipendere da altri ingredienti per riuscire ad acquisire un gusto, per quanto leggero.
Insomma, trovavo il tofu tanto appetitoso quanto un pezzo di cartone.
E piu' lo vedevo preparare e piu' mi convincevo dell'assoluta inutilita' di questo alimento che alcuni si ostinavano a chiamare formaggio di soia, facendomi ancora di piu' arrabbiare dato che tra tofu e formaggio esiste solo una vaga somiglianza esteriore.
Pensavo alle meraviglie del vero formaggio. Pensavo ad incanti gastronomici come il Parmigiano Reggiano, il Castelmagno, la Fontina, la Toma Piemontese, il Gorgonzola, il Quartirolo, l'Asiago, il Caciocavallo Silano, il Pecorino e molte, molte, molte altre delizie.
E poi pensavo al tofu...e mi sentivo pervadere da una sensazione di tristezza infinita.
Era come passare da un sublime bicchiere di Flocco del 2000 (Fattoria Poggio a Poppiano) a del Tavernellaccio versato in un bicchieraccio di plasticaccia.
Ecco, la sensazione era quella.
Dopo aver dato al tofu ancora qualche possibilita', decisi di chiudere definitivamente con questo formaggio dei miei stivali.
Ma spesso nella vita accadono cose che - fortunatamente - cambiano i nostri gusti e il nostro modo di pensare, ribaltando radicalmente convinzioni che fino a quel momento erano state storicamente granitiche.
Per me quel qualcosa e' stato il Giappone, Paese dove ho avuto la fortuna ed il privilegio di assaggiare decine e decine di varieta' di tofu e il che mi ha permesso di capire il mio errore di fondo, e cioe' che sbagliavo nel voler per forza paragonare il tofu al formaggio; d'altra parte sono alimenti diversissimi fra loro e che appartengono a categorie altrettanto differenti.
Ci si fa ingannare dalla somiglianza fra i metodi di preparazione, e quindi poi e' facile cadere nella trappola del paragone fallace, proprio come e' successo a me.
Su Internet esistono alcune fonti attendibili sul tofu e sulla sua lunga e gloriosa storia, quindi preferisco segnalarvi queste pagine anziche' stare qui a ripetervi tutto. A dire il vero, pero', le fonti affidabili che mi sento di consigliarvi sono pochissime. Eccone alcune:
Oramai per me il tofu non e' piu' sinonimo di blocco biancastro di una sostanza semi-solida dal sapore quasi inesistente. Non e' piu' un ingrediente da ficcare a forza nei piatti, giusto per approfittare del suo apporto proteico e basta. Non e' piu' un ingrediente misterioso e che bisogna a tutti i costi pacioccare e mascherare fino a farlo diventare cio' che non e'.
Per me il tofu ora e' piu' di un semplice alimento. E' un dono della storia antica. E' una gustosa testimonianza dei viaggi compiuti dai monaci buddisti giapponesi in Cina, nel distante Periodo Nara. E' una sublime delizia che regala il meglio di se' quando e' puro.
Venerdi' scorso Fusae-san e' passata velocemente a trovarmi e mi ha portato una busta colma di galuperie (splendido termine piemontese - da pronunciare con la u francese - che significa golosita') provenienti da una 豆腐屋さんtoofuya-san (bottega di tofu) di Yamato, di nome 桜井Sakurai.
Sakurai e' in attivita' da generazioni, e il suo orgoglio piu' grande sta nell'origine della sua materia prima: i fagioli di soia o 大豆daizu, come vengono chiamati in giapponese, sono solo ed esclusivamente di coltivazione nipponica.
Tra le squisitezze c'era questo freschissimo ゴマ豆腐goma-doofu*, tofu aromatizzato al sesamo. Il divino goma-doofu servito al naturale, condito semplicemente con una punta di wasabi. *Col termine goma-doofu s'intende anche un'altra celebre specialita' della cucina shoojin: una sorta di tofu (chiamato cosi' solo perche' ne ricorda la consistenza) non a base di fagioli di soia, ma preparato con acqua, pasta di sesamo e fecola di kuzu (o kudzu).
Un semplice ma gustoso okazu a base di konnyaku, peperoncino rosso giapponese, striscioline di aburaage (tofu fritto). Questo era cosi' buono che ho dovuto costringermi con la forza a richiudere la confezione e ad aspettare che arrivasse l'ora di cena. Ed eccolo qui servito a tavola, nel piattino blu: C'era anche questo magnifico 切干大根kiriboshi-daikon, ossia striscioline essiccate di rapa cinese (daikon) fatte cuocere in umido con salsa di soia, dashi, zucchero, e aburaage. Dei leggerissimi blocchetti di 厚揚げatsuage* (tofu fritto) e che io ho condito con del ネギ味噌negi-miso, cioe' pasta di miso aromatizzata al porro. *L'atsuage non e' da confondere con l'aburaage. Il primo si prepara facendo semplicemente friggere dei blocchi di tofu fresco, mentre il secondo si prepara usando del tofu che prima andra' appiattito fino a farlo diventare cosi' (la foto e' di mia proprieta').
Un delicatissimo 卯の花unohana, un celebre piatto giapponese il cui ingrediente principale e' l'okara おから, ovvero il residuo color bianco panna che rimane dopo la preparazione del latte di soia. Se avete gia' avuto esperienze di latte di soia / tofu autoprodotti, allora sicuramente vi sarete ritrovati con discrete quantita' di okara. Ebbene, uno dei piatti piu' poveri della cucina giapponese, nonche' uno dei piu' deliziosi, e' proprio l'unohana che si prepara facendo cuocere l'okara con carote tagliate fini, cipollotti, dashi, salsa di soia, olio di sesamo. Esistono comunque varie versioni, una piu' invitante dell'altra! Ed ecco l'unohana in fondo a destra, nel piattino ovale: E per finire, la vera verissima star della serata: lo 湯葉yuba. Il mio dizionario traduce questa parola con "foglio di caseina di soia".
In soldoni, si ottiene facendo scaldare del buon latte di soia e sulla cui superficie - proprio come avviene con il latte vaccino - si formera' una pellicina che andra' poi delicatamente rimossa. Ecco, quella pellicina e' lo yuba, nonche' una vera galuperia giapponese, in particolar modo della cucina di Kyoto.
E' un prodotto talmente delicato che va non solo consumato in giornata, ma addirittura entro poche ore dalla produzione. Questo e' uno dei motivi per cui nei supermercati non si trova quasi mai (si trova lo yuba essiccato, ma non e' la stessa cosa), e bisogna pregare i Santi per riuscire a procurarsene una vaschetta. Generalmente e' sufficiente pero' rivolgersi ad una toofuya-san, magari una di quelle piccole e di quartiere, e lo yuba e' quasi garantito!
Immaginate quindi la mia contentezza nel veder spuntare da quella borsa una vaschetta di yuba preparato nemmeno due ore prima! Esistono mille ricette che hanno come ingrediente principale lo yuba, ma i puristi della cucina giapponese consigliano di gustarlo al naturale, condito soltanto con un po' di わさび醤油wasabi-jooyu, cioe' salsa di soia mischiata ad una punta di wasabi. Non a caso, anche Fusae-san si e' raccomandata affinche' assaggiassi questo freschissimo yuba in quel modo, e senza inutili pasticci. Perche' rovinare una delizia cosi' deliziosa??
Ho dunque servito lo yuba con il wasabi-jooyu a parte. Come guarnizione ho usato due umeboshi succose la cui acidita', secondo me, si sposa alla perfezione con la cremosita' dello yuba. La delicatezza vellutata dello yuba e' un'esperienza papillare di cui non bisognerebbe privarsi, almeno per una volta nella vita.
Il sapore del latte di soia giapponese piu' fresco e piu' genuino e' uno di quei lussi - anche se si tratta di un lusso dalle umilissime origini - che auguro a tutti voi di provare almeno una volta. Almeno una. Dico davvero.
Mi piace mangiare e non lo nego. Anzi, non lo nega neppure la mia linea che sta a testimonianza spietata della mia passione per la buona tavola. Eppure raramente vado in estasi per un cibo. Certo, ci sono numerosi piatti che solo a rievocarli col pensiero mi mandano in brodo di giuggiole, ma in fin dei conti sono pochi quei cibi che posseggono la capacita' di farmi perdere per un attimo il contatto con cio' che mi circonda. Ecco, lo yuba e' uno di questi.
Vorrei concludere per oggi raccontandovi molto velocemente un piccolo fatto curioso capitatomi due giorni fa. Dopo essermi finalmente decisa a leggere un'autobiografia in giapponese, ho consultato Amazon Japan nella speranza di trovare cio' che cercavo e ad un prezzo allettante. Da mesi ormai mi frullava per la testa l'autobiografia di 中村喜春Nakamura Kiharu, intitolata 江戸っ子芸者一代記Edokko geisha ichidaiki, cioe' la biografia di una geisha di Tokyo. Eccola qua: Edokko - letteralmente figlio di Edo (l'antico nome di Tokyo) - e' un titolo di cui si fregiano con orgoglio solo quei giapponesi nati a Tokyo. Ma per essere un vero edokko non basta essere nati nella capitale, ma e' fondamentale che almeno due o tre generazioni della propria famiglia siano tokyoti di nascita.
Questo e' uno dei motivi per cui il termine geisha - quella povera e bistrattata parola - in questo caso va bene e non e' usata alla carlona. Geisha e' un termine tokyota, ragion per cui le geisha di Kyoto non sono geisha, ma 芸子geiko oppure 芸妓geigi.
La signora Nakamura e' stata una geisha-san di Tokyo diventata famosa per aver annoverato fra i suoi clienti celebri personaggi occidentali come Charlie Chaplin, Jean Cocteau e Babe Ruth grazie alla sua eccellente padronanza dell'inglese.
Si dice che Nakamura-san sia stata davvero l'ultima vera geisha-san di Tokyo poiche' questa vecchia e rispettatissima arte sta - ahime' - lentamente morendo nella capitale.
E' deceduta all'eta' di 90 anni nel 2004, a New York, dove viveva gia' da tempo.
Ho acquistato la sua biografia di seconda mano, per 1 yen! ...e dentro ci ho trovato il suo autografo.