Come gia' ho avuto modo di accennare uno o due articoletti fa, ho iniziato le lezioni private con Kanai-sensei. Abbiamo ripreso il programma da dove l'avevamo lasciato il trimestre scorso, e in piu' Kanai-sensei intende finire tutti i Jōyō kanji, ovvero i millenovecentoquarantacinque (!) kanji d'uso comune nella lingua scritta. Questa lista fu preparata agli inizi degli anni Ottanta dal Ministero dell'Istruzione giapponese, e contiene tutti i kanji considerati necessari per poter saper leggere e scrivere correttamente, in vari contesti.
Sfogliando questa severa e solenne lista assieme al sensei, ho scoperto che di kanji ne abbiamo studiati veramente tanti e che in fondo mi bastera' continuare sulla strada intrapresa per finirli, arrivando cosi' in vetta alla montagna sacra dei kanji.
Ah, i kanji. Mi morsero una volta e da allora non sono piu' riuscita a sottrarmi al loro fascino. Sono la mia passione e ad essi dedico tutto il tempo del mondo e tutta le energie di cui sono capace. Ad essi dedico ore di studio massacranti, liste chilometriche di vocaboli composti, centinaia di piccole eccezioni che posano la scelta su di una pronuncia anziche' un'altra.
Sono anni ormai che studio i kanji; avevo iniziato con gli hanzi cinesi e poi sono passata ai loro cugini giapponesi. Credo di aver accumulato un po' di esperienza nel campo dello studio dei kanji, ma non mi sento mai di atteggiarmi a mo' d'esperta. Pero' sono sempre disposta a dare qualche consiglio su come rendere meno faticosa la scalata, anche se - ahime' - non esistono metodi miracolosi ed indolori. Nossignori. Studiare i kanji e' fatica, ma Fatica con la F maiuscola. Chi sostiene il contrario vi prende in giro oppure e' un illuso.
Certo, esistono metodi che facilitano la scalata piu' di altri (date un'occhiata all'eccellente Metodo Heisig), ma le formulette magiche o i metodi che promettono l'apprendimento del giapponese nel giro di dieci giorni (ma c'e' gente che ancora ci casca?) sono tutte belle favolette che servono solo a rimpolpare le tasche di qualche abile businessman.
Non c'e' niente da fare. Se il giapponese (o un'altra lingua) vuoi imparare, un po' di sangue devi sudare.
Ma e' sangue che si suda volentieri, soprattutto se ci si prefigge una meta. La mia, ad esempio, e' quella di essere in grado di leggere un qualunque libro mi venga voglia di sfogliare, senza l'incubo del "forse e' un livello troppo avanzato", o "forse mi conviene cercare solo libri col furigana". No. Voglio poter leggere qualunque cosa.
Qualunque.
Che nostalgia!
Ma tornando al discorso di prima, nello studio di una lingua straniera e' importantissimo prefiggersi una meta. E non c'e' niente di male se la meta prescelta e' un tantinello ambiziosa, anzi! E' una ragione in piu' per sentirsi motivati a continuare e a non mollare mai.
Ad esempio, io amo tantissimo leggere. La passione per i libri e' un qualcosa che mi accompagna da quando ero bambina. Grazie a mia mamma, instancabile divoratrice notturna di libri di vario spessore, ho iniziato presto a respirare il profumo delle pagine, ad ammirare l'eleganza dell'inchiostro sulla carta e a rimanere incantata dal concatenarsi di aggraziate lettere che formano parole e poi pensieri.
"Vorrei tanto un libro!" e' la prima risposta che do quando mi viene chiesto cosa desideri per Natale o per il compleanno. Libri, libri e sempre libri.
Se vado a fare shopping, me ne frego delle scarpe e delle borse e mi dirigo subito in libreria, passando magari da qualche negozio di ceramiche.
Dopo aver intrapreso lo studio del giapponese, e' cresciuto in me il desiderio di leggere in questa lingua senza dovermi per forza sempre e solo accontentare delle letture noiosamente annacquate che i libri di testo cercano di propinare agli studenti, facendo passar loro definitivamente la voglia di esplorare una biblioteca o una libreria. Un'altra cosa che paventavo era il dovermi accontentare di leggiucchiare a fatica solo libri per bambini, quindi scorpacciate di fiabe, filastrocche, ninnananne e quant'altro. Per carita', la letteratura infantile e' una tappa quasi obbligata per un qualunque studente serio di una lingua straniera, ma e' una fase su cui non ci si deve soffermare per paura di trovarsi, smarriti ed allarmati, in territori fatti per chi "gia' conosce almeno tot kanji".
Spesso, con un briciolo d'impudenza che farebbe probabilmente trasecolare professori un po' conservatori, entro in librerie qualunque e inizio ad andare in cerca di libri (in giapponese, naturalmente) su argomenti che m'interessano. Quando trovo qualcosa che cattura la mia attenzione, sfoglio, leggo qua e la' e poi acquisto. Non mi faccio spaventare ne' dal numero di pagine ne' dalla quantita' di kanji sconosciuti e privi di furigana.
Una volta a casa, con un po' di pazienza, inizio a leggere cercando di resistere alla tentazione di consultare il dizionario ogni tre secondi e mezzo.
Non vi sembrera' possibile, ma cosi' facendo ho arricchito notevolmente la mia conoscenza sia di kanji che di vocaboli. Quando m'imbatto in kanji malefici e i cui significati non riesco ad evincere nemmeno dal contesto, allora chiedo aiuto al mio fedelissimo compagno di studi: il mio denshi jisho. Per il resto, se mi trovo senza granche' a cui aggrapparmi, mi avvalgo dell'intuizione e prima o poi quell'impenetrabile paragrafo diventa mio!
Grazie a questa mia sfacciataggine libresca, mi sono portata a casa volumi di ogni genere, incluso addirittura un polveroso dizionario di 古語 kogo, cioe' di giapponese arcaico. Non vi dico che meraviglia! Centinaia e centinaia di pagine stracolme di kanji obsoleti, di termini in voga nel Periodo Edo e ora conosciute soltanto da qualche storico, purista della lingua o da qualche inguaribile curiosastra, come la sottoscritta. Un tomo enorme trovato, per puro caso, sugli scaffali disordinati di un rigattiere e acquistato per la ridicolissima cifra di duecento yen (circa 1,50 euro).
Questa cocciutaggine mi ha portata a raggiungere un altro traguardo che ritengo significativo: ho imparato a leggere i libri di cucina! Dagli oggi e dagli domani, quelle ricette che prima mi sembravano scritte in geroglifico hanno iniziato a diventare sempre piu' semplici da capire.
Ho abbinato la mia passione per la lettura con quella della cucina, e i ricettari in giapponese sono cosi' diventati i miei amici del cuore! Ora ne ho una collezione quasi vergognosa a cui, recentemente, si sono aggiunti i due pargoletti di carta che ora vi mostro:
Il secondo, invece, e' un piccolo e tenero gioiellino intitolato お料理したい子のレシピブック O-ryoori shitai ko no reshipi bukku, ovvero "Il ricettario per i bambini che vogliono cucinare". Si tratta di un libro si' rivolto ai bambini, ma sotto la sorveglianza di un adulto. Il ricettario in questione si propone d'insegnare ai piu' piccoli a preparare bonta' nipponiche come l'oyako-donburi, gli inari-zushi, i nabeyaki-udon, l'okonomiyaki, il kinpira, ecc. Tutte le ricette sono coadiuvate da graziosi disegni che spesso illustrano il procedimento spiegato.
E per finire, vorrei condividere con voi ancora una piccola gioia.
Mentre Annalisa era qui da noi, leggendo un articolo che consigliava alcuni manga anziche' altri, sono venuta a conoscenza di una bellissima e nuova serie di fumetti intitolata よつばと Yotsuba to!, di 東清彦 Azuma Kiyohiko.
Ho comprato il primo volumetto e dopo essermelo letto tutto d'un fiato...ho acquistato gli altri due che ho puntualmente divorato nel giro di pochi giorni! Ora ho bisogno di comprarmi gli altri numeri, ma li prendero' sicuramente di seconda mano perche' seicento yen il pezzo mi sembra un po' tanto. Eccoli qui:
So che Yotsuba to! e' stato tradotto in inglese, ma non so se esista gia' la versione in italiano. Comunque sia, e' un manga che vi consiglio perche' trasmette un senso di pace e serenita' meravigliosi! E' la storia di Yotsuba-chan, una vivace bambina dai capelli verdi che abita con suo papa' e che cerca di scoprire il mondo attraverso tante piccole avventure e buffe marachelle.
Prima di concludere, vorrei ricordarvi di andare a dare un'occhiata al mio nuovo articolo sul sito Insieme a Tè, nella mia rubrica dedicata al Giappone. Ecco qua! Buona lettura!