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martedì, agosto 16, 2016

Miraggio di Atsugi-shi

Lo Henohenomoheji* con cui gioco da nascondino
da tanto tempo ormai. 
Vi e` mai successo di trovarvi in un luogo che, per varie ragioni, vi ricorda moltissimo un altro posto?

Non e` un deja vu. Attenzione. E` semplicemente una forte sensazione di somiglianza fra due luoghi, magari molto distanti geograficamente l`un dall`altro, ma che tuttavia condividono un qualcosa che li accomuna.

O forse chissa`, quel qualcosa esiste soltanto negli occhi di chi osserva in quel momento.

Sia come sia, a me questa sensazione capita delle volte. Non e` un evento frequente, a meno che non mi ritrovi a percorrere soventemente uno di questi posti gemellati dal mio sentire.

Nel mio quartiere di nascita, qui a Torino, l`antico quartiere operaio di Barriera di Milano - questo il suo nome - c`e` una Via Bologna che una volta era un importante nodo industriale ma che adesso conserva una frazione delle fabbriche di un tempo.

Adesso, sui suoi lati poco curati, sorgono edifici abbandonati, qualche ditta boccheggiante, muri fatiscenti insozzati da orrendi scritte sgraziate, vecchie case addossate l`un l`altra in un soffocante contatto, modesti negozi di vario genere, qualche supermercato, bar mal frequentati, condomini di piu` recente costruzione, il Centro per l`Impiego e poi una sorta di Ufficio Immigrazione.

E poi la nota stonata: lo sfarzo dei concessionari di automobili di lusso, da BMW a Jaguar, con le loro vetrate brillanti che sembrano quasi non esistere.
E` come se si potesse varcare liberamente quella soglia e raggiungere quei veicoli in bella mostra che contrastano cosi` tanto con l`ambiente immediato che li circonda perche` fatto essenzialmente di indigenza, di degrado, di delinquenza, di stenti, di erbacce, di marciapiedi sporchi, di case popolari, di muri che si sbriciolano, di panchine malconce.

E in tutto questo vi e` un tratto di quella via, dall`incrocio con Corso Novara fino giu` alla farmacia Dabbene e gli stridenti e disarmonici concessionari dove, non so come spiegarvi, ma e` come se vi fosse il mio wormhole di cui parlava Alessandra nel commento all`articoletto precedente a questo.
Una specie di scorciatoia spazio-temporale tra Torino e il Giappone.

Non so spiegarvi con precisione cosa sia a darmi questa sensazione. Da un lato forse quei concessionari ma forse anche quel tratto aperto di strada, quegli alberi, la disposizione del tutto. Non lo so.

So solo che c`e` una porzione della via dove, se mi fermo e ignoro tutto il resto, ho l`illusione di trovarmi in un punto preciso di una grande strada della cittadina di Atsugi-shi, nel Kanagawa, un luogo a poca distanza da dove abitavo io.

Un punto preciso che laggiu` mi ricordava quest`altro punto preciso di Via Bologna.

Andavo da Saizeri-ya, da Tsutaya. C`era anche un ramen shoppu dove una volta mi fermai a mangiare cose deliziose.

E ad acuire questo miraggio cittadino, in questo solitario giorno di Ferragosto dove ho avuto il raro privilegio di essere l`unica passeggera dell`autobus numero settantacinque, e` l`insegna nera dai bei caratteri rossi che recitano: 名古屋 Nagoya.

Ma Nagoya qui e` solo la banalita` avvilente di un nome scelto di fretta per imbastire l`ennesimo tempio del gozzoviglio a poco prezzo: uno di quei cosiddetti sushi-bar cinesi di cui ormai non penso sia immune piu` alcuna citta` italiana.

Solo quei kanji, messi li` a scopo unicamente decorativo e non certo comunicativo, mi confortano.

Ma poi il conforto scompare alla vista delle prevedibili canne di bambu` d`ordinanza, del menu` ingarbugliato e pasticciato, del cinesissimo ed immancabile lampadarione a gocce di possibile cristallo di cui intravedo l`esagerato bagliore dall`esterno.

Il miraggio e` appunto tale. E` un gioco di illusioni, di strani scherzi, di specchi che riflettono cose inesistenti.

A forse venti metri dal Nagoya di periferia, un maleodorante bidone della spazzatura circondato da scatoloni vuoti ricoperti di scritte stampate in kanji che mi rivelano il loro scopo e la natura del loro contenuto originale: sake` d`importazione nipponica.

Riprendo il mio cammino lasciandomi il cunicolo spazio-temporale alle spalle e riprendo piena consapevolezza di essere in una strada desolata qualunque di un quartiere popolare di periferia, in un pomeriggio di Ferragosto.

*Henohenomoheji e` il nome di un personaggio inventato che gli scolari giapponesi disegnano utilizzando a questo scopo sette hiragana. Il nome stesso del personaggio e` infatti la sequenza dei sette hiragana necessari per comporre il volto del personaggio. Riuscite a vedere la sua faccia?
Henohenomoheji へのへのもへじ viene ogni tanto utilizzato anche per dare un volto agli spaventapasseri oppure ai teruteru-boozu in Giappone. Anni fa scrissi qualcosa a proposito di questi ultimi proprio QUI.




lunedì, agosto 04, 2014

Piccole cose belle

Limpidi mondi di un tempo che fu
Mi e` capitato, tra ieri ed oggi, d`immergermi in piccoli e limpidi mondi fatti di immagini semplici; di parole un po` antiquate ma dolci come la carezza dalle mani di una mamma; di descrizioni composte e pulite, ma non per questo inamidate.

Mi e` capitato, tra ieri ed oggi, di riscoprire un`infinitesima parte di quella letteratura per ragazzi che, forse e con sommo rammarico, sta scivolando suo malgrado in un oblio dove vengono relegate tutte quelle cose considerate ormai superate, démodé, meritevoli di un armadio e qualche bella pallina di naftalina.

Ad allietarmi e ad immalinconirmi anche un po`, il celebre Giornalino di Gian Burrasca di Vamba e un`opera decisamente piu` oscura della prima, ma non per questo minore in bellezza: Tre Monelli e un Teatrino di Manlio Mora.

Il motore di ricerca piu` famoso al mondo mi restituisce poche e scarne notizie su questo Mora.

Pare fosse originario di Parma, un poeta e addirittura un generale del Regio Esercito durante la seconda guerra mondiale.

Esistono ancora alcune copie dei suoi vecchi libri, soprattutto in sale di consultazione oppure attraverso antiquari o semplici rigattieri.

Senza farlo minimamente apposta, i due libri - venuti in mio possesso in due momenti temporalmente ed emotivamente lontani fra loro - raccontano entrambi, seppur con impostazioni differenti, le avventure di bimbi monelli e delle loro innumerevoli marachelle.

Vamba ci narra le rocambolesche avventure di Giannino Stoppana, detto Gian Burrasca, un bimbo dei primi nel Novecento che, combinandone davvero di tutti i colori, ci regala uno scorcio unico di vita in una famiglia toscana nobile di quegli anni.

Mora invece ci racconta le avventure di due piccoli monelli, due fratelli di nome Mario ed Enzo e della loro sorellina Dirce, appartenenti ad una povera famiglia dove i lussi erano ben pochi e dove bastava un`umile crosta di formaggio a far venire l`acquolina in bocca a questi umili bimbi.

A coloro che hanno la pazienza di rispolverare le letture dei ragazzi di un tempo, la ricompensa che trovano e` quella di un linguaggio garbato, pulito, d`altri tempi ma non per questo noioso.

Vi sembrera` di affondare leggermente la testa in un mondo scomparso, dove ci si dava normalmente del Voi e dove - complice forse l`innegabile fascino di tutte le cose che sono state e non sono piu` - tutto sembrava infinitamente piu` genuino, sincero, cristallino e umano.

Le marachelle di Gian Burrasca nascono quasi sempre, infatti, dal desiderio in realta` di fare un favore, di facilitare qualcosa a qualcuno. Come quando, all`arrivo improvviso e inaspettato in casa Stoppani della vecchia zia Bettina, le sorelle del monello Giannino si sentirono enormemente infastidite perche` sapevano che questa visita non attesa (e non gradita) avrebbe messo a rischio la riuscita della loro festa.
Gian Burrasca, allora, con cuore innocente decide di riportare all`anziana zia i commenti poco lusinghieri che le sue nipoti le hanno rivolto a sua insaputa. Cosi` facendo, il monellino pensa ingenuamente di risolvere la situazione salvando capra e cavoli, ignaro ovviamente delle mille e disastrose conseguenze.

Un`indole decisamente piu` birichina anima invece le birbanterie di Mario ed Enzo che spesso si divertono a combinarle grosse semplicemente per il gusto di farsi un gran bella risata. Un po` come quando, nella bottega di Mastro Cesare, il loro padre falegname, decisero di versare della colla sopra una sedia su cui si stava per accomodare un uomo anziano e cliente del papa`.

Vi lascio immaginare il resto della scena.

Curiosando nei mercati di cose vecchie, come puo` essere il nostro celebre Balon qui a Torino, oppure negli oramai numerosi negozi dell`usato che popolano le nostre citta`, vi puo` capitare facilmente di trovare molte opere risalenti ai primi anni del Novecento. Libri spesso di autori oscuri oppure eclissatisi dopo forse un breve periodo di gloria a noi troppo distante per poter rievocare un ricordo.

Ma sta proprio in questo il fascino. Il numero di autori viventi o defunti che abbiano pubblicato anche solo una parola e` talmente grande da non poter forse essere quantificato. E quindi perche` mai dovremmo soffermarci testardamente sui pochi e blasonati nomi riveriti da questa o quella persona? Chi ci dice che nei tanti libri di scrittori meno conosciuti o addirittura anonimi non possano celarsi delle piccole meraviglie, dei piccoli mondi vellutati, delle piccole cose belle?

Testimonianze autentiche di un passato, spesso ammonticchiate in polverose casse dove per ogni pezzo bastano pochi spiccioli.

Sempre dalla mia cara amica Dea, ho ricevuto il dono di parole sentite e bellissime.

Da lei ho ricevuto questa collezione di sue poesie che hanno la delicatezza di un giglio e la bellezza di un velo di seta sospinto da uno sbuffo di vento.

In passato mi sono stati regalati libri di poesie, in varie occasioni, ma poche volte ho provato la sensazione sentita nel ricevere e poi nel leggere le parole di questi componimenti.
Sono stata trasportata, con forza, in una dimensione pero` delicata fatta solo di sentimenti che dall`anima vengono convogliati attraverso una penna ed il suo inchiostro.

Sono emozioni che prendono la forma di stille d`inchiostro su fogli di carta leggermente ruvidi.

Chiedero` a Dea il permesso di riportare alcune delle sue poesie che ho apprezzato particolarmente affinche` possiate leggerle anche voi.

Le piccole cose belle continuano nonostante tutto. Certo, perche` noi non cessiamo di esistere anche quando si fa buio e a volte si ha paura.

Negli ultimi mesi la mia vita si e` arricchita spiritualmente in maniera molto speciale e preziosa. Un giorno, forse, ve ne parlero`. Ma non ora.
E la mia vita adesso, ricca ora anche sentimentalmente, e` rifiorita...come un campo che, inaridito da un caparbio sole, riceve acqua che lo rigenera reidratando le sue vene e il suo essere.

Negli ultimi due mesi o tre, pero`, la mia vita e` stata un po` come una mongolfiera che salendo sempre piu` su ha dovuto, a un certo punto, liberarsi di pesi, di zavorre. In realta`, a volte le zavorre si liberano da sole senza che sia tu a volerlo.

Ed e` esattamente cio` che mi e` successo.

Avevo un`amica a cui volevo molto bene. La stimavo particolarmente. Era una persona che ritenevo, senza ipocrisie, una delle migliori che avessero mai incrociato il mio scombussolato cammino di vita.
Era davvero un piccolo diamante. O cosi` sembrava.

Ho il difetto, il grande, enorme difetto di sopravvalutare sempre le persone anche quando l`istinto mi dice che in realta` vi e` qualcosa di bizzarro, di strano, di non del tutto chiaro.
Testardamente ignoro i campanellini d`avvertimento, considerandoli meri pregiudizi sciocchi.

Quei campanellini mi avevano avvisata in piu` occasioni, ma io ho sempre scelto di non prestar loro alcuna attenzione reputandoli fasulli o fuorvianti.

Ma le cose hanno un perche` e anche le sensazioni.

Questa persona non mi era amica. Non lo era affatto.

Ma pazienza. Ha scelto di eliminarmi dalla sua vita come si fa con un vestito smesso, sparendo veramente dall`oggi al domani e negandomi addirittura la basilare ed elementare possibilita` di un confronto dove, le persone mature di solito, si dicono sul muso quello che hanno in petto anziche` scivolar via vigliaccamente nei meandri del quotidiano e del tempo che scorre.

Di vigliaccherie ve ne sono state gia` a sufficienza nella mia vita negli ultimi anni e quindi riceverne di nuove, soprattutto da chi si professava molto corretta e capace nella gestione del tempo e mille altre cose, lascia amareggiati e un po` (tanto) sfiduciati.

Incassato il colpo ed ingoiatane l`amarezza, mi sono rialzata - anche se con meno fiducia nei confronti dell`amicizia - riprendendo il mio cammino.

Vi e` sempre qualcosa di piu` bello dopo.

Leggete cosa scrisse Mora negli anni Trenta, nel libro Tre Monelli e un Teatrino:

"(...)Non bisogna dimenticare, del resto, che l`idea informativa del bello e del brutto, nelle cose di questo mondo, il piu` delle volte non e` che una manifestazione di soggettivita` determinata dalle condizioni di spirito colle quali le cose stesse vengono, ad un dato momento, osservate o sentite. La naturale, istintiva filosofia dei piccoli, aveva portato Mario - ad esempio - a tale grado di sensibilita`, da non sentirsi veramente felice se non quando suo padre era in collera con lui, perche` - l`esperienza glielo aveva insegnato - sapeva che cosi` non poteva durare molto a lungo: il maltempo, presto o tardi, la cede al suo rovescio: il sereno."

In questa foto, invece, si riassumono tre concetti:

- il desiderio, realizzabile chissa` quando, di scrivere un libro. Motivo per cui acquistai quel quadernetto dalla copertina decorata in omaggio di antiche lacche giapponesi che ornavano vecchi 重箱 juubako di un tempo...con la speranza di riempirne le pagine con idee.

- La signora di Malacca, di Francis de Croisset: un romanzo acquistato in un negozio di libri usati. Mi attirava il suo titolo attorno cui, nella mia testa, iniziai a costruire mille storie.

- Un vecchissimo libro di cultura giapponese, in giapponese, regalatomi dalla mia amica Monica di ritorno da un suo viaggio nel Sol Levante.

Tre piccole cose belle.


Tante piccole cose belle.

Come questo testo raro dedicato alle prime generazioni di sino-americani e scovato, una sera per caso, da Mercurio in Via Po.


Oppure queste riviste giapponesi, di decenni fa, dedicate all`origami e trovate sulla caotica bancarella di alcuni signori, al Balon di Torino.

Piccole cose belle come questo ストラップ sutorappu (pendaglio giapponese per cellulari o borse) ricevuto dalla mia amata amica Saku e su cui compaiono gli hiragana del mio nome:

Le perdite non sono mai vane. Tutto ha sempre - sempre - un suo perche` anche se a volte non lo si comprende subito.

Ma ad ogni perdita segue un una gioia sempre piu` grande del dolore che l`ha preceduta.

domenica, agosto 04, 2013

Note di cardamomo, Yixing...e pensieri

Caffe` egiziano
Ogni stagione porta con se` un dono. Non esiste stagione piu` bella di altre, anche se i nostri gusti personale possono portarci a preferirne una anziche` l`altra.

Ogni stagione ha un suo scrigno di profumi, sapori, colori.

L`estate, ad esempio, arriva un po` prepotentemente portando dietro se` una scia di profumo di ginestre.

Le ginestre si abbigliano di giallo e iniziano ad abbellire gli alberi della citta`, regalando a chi passa intense nuvole del loro inconfondibile profumo.

Il sole cocente, spesso arrabbiato, caratterizza questa stagione che proprio per la sua afa molte volte e` amata / odiata contemporaneamente.

Eppure, anche in quel frangente, nell`estate troviamo la gratitudine per ogni sbuffo di brezza, per ogni folata di vento che viene a portarci un po` di sollievo.

L`estate ci regala la lavanda e l`anguria.

A me l`estate ha regalato e sta regalando momenti di riflessione. Il potermi sedere e riflettere su varie cose e` un lusso che ho deciso di concedermi non appena fosse iniziata la mia pausa estiva.

Una pausa addolcita da doni che come sempre ricevo dalle belle persone che caratterizzano la mia vita ora.

Una di queste persone e` M. la quale, un giorno, mi ha portato i due pacchetti di caffe` egiziano che vedete nella foto in alto a sinistra.
La torrefazione Vakakis e` una delle piu` antiche d`Alessandria d`Egitto, risalente infatti agli inizi del Novecento.

M. mi dice che Vakakis produce tre tipi di miscele: la miscela rossa che e` quella normale; la miscela verde che e` quella al cardamomo (e al momento la mia preferita); e infine quella blu, aromatizzata al cioccolato.

Dopo aver riposto questi bellissimi pacchettini in dispensa, nel giro di poco la mia casetta ha iniziato a profumare di cardamomo e caffe`, un`accoppiata assolutamente vincente...un po` come lo sono arancia e cioccolato.

Al cardamomo mi sono affezionata molto tempo fa. Chissa` se vi ricordate quando vi parlai della mia passione per i film Bollywood e per il garam chai? Proprio qui.

Ritrovare, dunque, il cardamomo tempo dopo e in un contesto inaspettato ha reso ancor piu` dolce la sorpresa.

Il caffe` egiziano si prepara mischiando la polvere del caffe` (due cucchiaini non colmi, a persona) con un bicchiere d`acqua per persona. Al tutto si aggiunge un cucchiaino di zucchero, sempre per persona.
Si mescola bene bene per evitare che si formino grumi e si mette il composto in un pentolino, a fiamma media.

Si continua a mescolare per un minuto circa, dopodiche` si lascia che il tutto inizi a bollire. Dal momento dell`ebollizione si contano due minuti, si spegne, si serve e si lascia che il caffe` riposi per dare il tempo alla polvere di depositarsi sul fondo delle tazze.

Non vi posso nemmeno descrivere la fragranza che pervade la mia cucina e la mia piccola casetta ogni volta che preparo questa bevanda. E` un profumo antico e che sa di sole, sa di saggezza, sa di tradizione e di benevolenza.

Alcune sere fa l`ho gustato accompagnato da un paio di dolcetti marocchini.

Il dolcino ricoperto di sesamo e`, in particolar modo, il mio prediletto tra tutti quelli del panorama dolciario del Marocco.

Sono gli chebakia (sono varie le traslitterazioni, tra cui: chebbakia, shebakia).

Alcuni chebakia ricevuti in dono proprio ieri da S. e pronti per essere divorati senza pieta` alcuna!


Sono biscotti fritti a base di farina, farina di mandorle, zafferano, cannella anice, acqua di fiori d`arancio, ecc. e poi cosparsi (il giusto, non troppo!) di sesamo e miele.

Un lavoraccio assolutamente fuori dalla mia portata poiche` le mie capacita` culinarie non arriverebbero a quei livelli. Indi per cui, li acquisto senza vergogna!

I chebakia sono inoltre i dolci tipici del periodo di Ramadan, periodo in cui ci troviamo ora.

M. e` ritornata in Egitto proprio prima del colpo di Stato e l`inizio delle fortissime ed incessanti proteste che hanno portato milioni di egiziani in rivolta per le strade del loro Paese.

Sapendo di M. li` la mia preoccupazione aumentava di giorno in giorno, soprattutto quando non sempre riuscivo ad avere sue notizie.

Quando poi, grazie a Dio, e` ritornata in Italia sana e salva, con gioia l`ho rivista e l`ho abbracciata. Ma come mi capita tanto spesso, piu` spesso di quanto io meriti in realta`, ricevo sempre magnifiche dimostrazioni di affetto, amicizia e generosita` dalle persone che mi stanno vicine...soprattutto ora che la mia vita e` cambiata radicalmente.

M. mi ha ricoperta di doni tra cui ecco alcuni frutti del suo orto, proprio fuori Torino:

Brillanti e succosi pomodori; fragranti mazzetti di basilico, rosmarino e salvia; delicati fagiolini bianchi; croccanti cetrioli dissetanti.

Tra le meraviglie, e nella mia incredulita`, una scorta gigante di altro caffe` Vakakis al cardamomo!!!

Credo che, a questo punto, non rischiero` di rimanere a secco per diversi mesi!

Son pur sempre italiana, e quindi ogni tanto - anzi, direi ogni giorno - non posso a fare a meno del nostro classico caffe` il cui aroma mi riporta quasi in vita dopo una notte di sonno, specie se comatoso o agitato.

Dopo una traumatica esperienza con il pessimo caffe` Suerte della Lavazza -il peggior mai bevuto da che parlo e cammino - sono passata oltre il prezzo non proprio "amico" e mi sono trattata bene acquistando una latta del grande Illy.

Mi dite quali sono state le vostre esperienza col Suerte? No perche` era talmente cattivo da farmi quasi credere di aver trovato un pacchetto difettoso!

E` come passare dalla stalle alle stelle.

E chi se lo ricordava quasi piu` l`Illy? Caro, troppo caro, pero` ragazzi...che bonta`!

Ricordo ancora come, in un pomeriggio sereno ed assolato di anni e anni fa, assaporai una tazzina di magnifico Illy in un posto inaspettato: a Julian, California, nella contea di San Diego.

Julian non e` nemmeno un paesino, ma una frazione di frazione sperduta fra campi sconfinati. E` un pugnetto di case con una strada che arbitrariamente le ha messe alcune di qua e altre di la`.

Julian e` un posto di cui nessuno si ricorderebbe se non fosse per...le sue mele!

Ecco, diciamo che Julian e` un po` la Cavour piemontese, con il suo festival delle mele, le sue pasticcerie e botteghe devote e dedicate interamente a questo nobile frutto.

E proprio in una di queste pasticcerie, non ricordo se a destra o a sinistra dell`unica strada di Julian, un buon Illy ha accompagnato la miglior apple pie che io abbia mai avuto il privilegio di gustare.

Ma il Giappone, mia costante quotidiana, non scompare e adorna la mia vita.

Alle prime avvisaglie di torrido calore, sono corsa ai ripari con del buon o-cha in bottiglia preso da Yukiko-san, nel suo delicato ed elegante negozio di Via Monginevro, qua a Torino.
Vicino all`o-cha giapponese, del buon 茉莉花茶 molihuacha (te` al gelsomino, in cinese). 

L`o-cha, splendidamente senza zuccheri ed edulcoranti di sorta, e` delizioso proprio per la sua semplicita`. Non ha bisogno di fronzoli, di aggiunte e di maschere per farsi piacere. 
Eppure e` praticamente impossibile trovare del te` verde in bottiglia SENZA zucchero (e senza nemmeno quella porcheria di aspartame). 

Ma perche`?

Quando sono tornata in Italia, ero felicissima di vedere il te` verde della San Benedetto nelle bottigliette. Pensando di aver trovato un corrispondente dell`o-cha freddo che bevevo in Giappone, mi sono invece imbattuta in un`amara (anzi no, che dico? magari fosse stata amara!) sorpresa: un te` verde stradolce. 

E lo stesso mi e` capitato a Pechino dove pare non esistano te` in bottiglia che non contengano due tonnellate di zucchero. 

Faceva un caldo disumano, e in una drogheria confusionaria ho trovato un frigo con delle bottiglie di bibite varie: dalle piu` note tipo Coca Cola e Sprite a quelle locali. Senza indugio, afferro un te` verde cinese pensando di andare cosi` sul sicuro.

Solo dopo il primo mega sorso da assetata guardo schifata l`etichetta su cui, in caratteri cinesi leggibili, appariva la parola ZUCCHERO.  

Rimanendo in tema bevande e in tema Cina, non potendomi permettere una teiera giapponese con tutti i crismi e non volendo ripiegare su robaccia dozzinale di quel genere di roba Asian style che io aborro con tutte le mie forze, ho trovato una via di mezzo.

Proprio una via di mezzo proveniente dal Regno di Mezzo: la Cina.

Ho scelto una teiera in terracotta di Yixing, un materiale pregiato e unico al mondo poiche` ricavato solo dalle zone terrose intorno alla citta` di Yixing, nella provincia del Jiangsu. 

Sono diverse le varieta` di argille di Yixing e a seconda del tipo utilizzato si ha un risultato diverso (e un nome diverso).

La mia teiera e` una Zisha poiche` creata con dell`argilla bruna tendente al violetto.

Le teiere di Yixing sono oggetti particolari perche` necessitano di molte cure ed attenzioni, anche se in cambio regalano bellezza, grazia e naturalmente del delizioso te`.

Prima di essere utilizzate per la prima volta, vanno lavate bene e poi fatte bollire in acqua a cui e` stato aggiunto del te`. La terracotta, cosi` facendo, assorbe il sapore del te` e quindi si puo` considerare da quel momento in avanti pronta all`infusione.

Approfittando di sconti speciali e ribassi non indifferenti, sono andata a fare un salto in solitaria in uno dei miei posti preferiti a Torino: il MAO, ossia il Museo d`Arte Orientale...da cui sono uscita con questo volume (l`unico in negozio!):

La scrittura del Giappone Antico, del prof. Aldo Tollini.

Sto iniziando lo studio di questo volumetto e vorrei quindi, nei prossimi articoletti, condividere qualcosa con voi sull`argomento.

Vado a ritemprarmi un po` sul balcone da cui vedo un cielo blu scuro, ingioiellato di stelline, e con sullo sfondo la Basilica di Superga nel suo dorato splendore architettonico.

Vado sul mio balcone da cui vedo una luna sempre piu` affilata e sempre piu` bella.

Vado sul mio balcone a respirare il profumo della sera che sa di brezza, di piante, di estate e di citta` un po` abbandonata dai suoi abitanti trasformatisi, ora, in villeggianti chissa` dove.

Ma io resto qua. Con il mio cuore, i miei pensieri, e la forza di non ricadere piu` a terra.

lunedì, luglio 12, 2010

Unzen remoneedo, wagashi, e varie

(A sinistra: una bottiglia di Unzen-remoneedo 温泉レモネード proveniente da Nagasaki, ed un furoshiki buddista del 1974. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia).

Nella Prefettura di Nagasaki c'e' 雲仙天草国立公園 Unzen-amakusa kokuritsu kooen, ossia il parco nazionale di Unzen-Amakusa.
Il vastissimo Unzen-amakusa ha una lunga storia alle spalle ed e' stato il primo parco giapponese ad essere stato riconosciuto come parco nazionale. Al suo interno ospita spiagge, montagne e persino alcuni vulcani attivi tra cui il famigerato Monte Fugendake 普賢岳 che nel 1991 - in seguito ad una violenta eruzione - ha causato la morte di quarantaquattro persone e ha fatto perdere le tracce di tanti altri.

Nonostante questa tristissima vicenda, ho scoperto pero' che e' proprio grazie alla presenza di questi vulcani che ad Unzen-Amakusa esiste una lunga e rispettata tradizione termale e che gia' nel periodo Taishoo (1912-1926) attirava numerosi turisti occidentali. In alcuni vecchi documenti dell'epoca si parla addirittura di uno stabilimento che produceva una limonata in bottiglia, preparata proprio con le acque termali di Unzen-Amakusa, ed ideata appositamente per ristorare i tanti visitatori che ogni anno andavano ad ammirare le incontaminate meraviglie naturali di questo angolo di Nagasaki-ken.

Uno dei 旅館 ryokan (albergo tradizionale giapponese) della zona, lo 雲仙旅館 Unzen-ryokan, ha rispolverato la ricetta di un tempo rimettendo cosi' in moto la produzione di questa dissetante bibita agrumata.

Non sono mai stata ad Unzen-Amakusa e non ne conoscevo affatto la storia, ma grazie al magnifico supermercato 相模の国の駅 Sagami no kuni no eki (di cui vi parlai qui), ho trovato le bottiglie di questa storica e deliziosa bevanda che mi hanno permesso di scoprire qualche indizio su questo affascinante luogo.

E' interessante notare, pero', l'elegante flessibilita' della lingua giapponese e il modo con cui essa si mette al servizio di chi - armato di un po' di brillante creativita' - decide di giocare con le parole e i kanji. Il nome del parco e' 雲仙天草 Unzen-amakusa, mentre la parola "terme" in giapponese si scrive 温泉 e si pronuncia onsen. La bevanda pero' si chiama 温泉レモネード Unzen-remoneedo! Pur essendoci la parola 温泉 nel proprio nome, e cioe' terme, ad essa l'ideatore di tutto cio' ha attribuito una lettura diversa che conservasse il nome del luogo pur mantenendo riverenza nei confronti della tradizione termale.
E naturalmente il ritratto di quella bella signora occidentale non e' che un omaggio ai tanti europei dell'epoca che contribuirono a far prosperare questa localita'.

Tempo fa, se ricordate, vi parlai di un'altra bevanda al limone e che appartiene ad un tempo che fu. Ecco qua.

In questi giorni di infinito caldo e di sempre piu' soffocante umidita', mio marito ed io continuiamo a ritrovare sollievo nei nostri amati ghiaccioli Garigari-kun, nelle ラムネ ramune un po' bambinesche come queste...

...e nei gelati, come questo al ラムネ ramune e che ho acquistato - lo confesso - perche' mi piaceva alla follia la sua etichetta scritta con quel katakana di foggia cosi' 昭和 Shoowa.


E anche oggi ho avuto il privilegio di stare un po' in compagnia di Sakura - o Saku - perche' e' cosi' che preferisce farsi chiamare dai suoi famigliari ed amici piu' stretti.
Ci siamo trovate stamattina e, dopo una lunga chiacchierata, ci siamo incamminate verso 盛月 Seigetsu dove - sollecitate da una fame sempre piu' insistente - ho fatto assaggiare a Saku i miei chashumen preferiti.

Nonostante l'aria pesante e bollente che con fare insolente ci aspettava fuori dalla porta e dietro il noren blu del locale, Saku ed io abbiamo divorato senza esitazione quei divini ramen che - ancora adesso e dopo ben quattro anni di Giappone - sono indiscutibilmente i migliori che abbia mai assaggiato.
Il loro profumo aromatico ed avvolgente mi stringe il cuore e mi avvolge in un abbraccio invisibile fatto di ingredienti semplici, di tempo e di pazienza.
Il loro sapore - sereno e pulito - rispecchia il sapore dei ramen di una volta. Cosi' mi disse Akiko un giorno dopo averle fatto assaggiare i chashumen di Seigetsu. E anche Saku ha detto la stessa cosa.

Dopo pranzo, siamo andate al tempio di zona perche' volevamo dare un'occhiata alla biblioteca sacra che ospita centinaia di libri e volumi sul buddismo. Siamo state accolte da un giovane monaco vestito di blu che, con un sorriso e con fare molto gentile, ci ha accompagnate nella stessa stanza dove mesi fa ho ricevuto il mio nome in kanji. Proprio da li' si accede a questa biblioteca che, pur dando ospitalita' ad illustri tomi religiosi, aveva un'aria rassicurante ed accogliente. Non c'era traccia di quel nonsoche' d'imponente e presuntuoso che spesso aleggia nelle biblioteche antiche.
C'era il profumo della carta e delle pagine lette. C'erano persino scaffali colmi di libri per bambini sul buddismo e che sembravano essere stati non solo letti, ma riletti e straletti con entusiasmo!
C'erano disegnini colorati di bambini che, con l'aiuto di pastelli colorati e fogli di carta bianca come la neve, avevano immortalato fiori, piante, animali e divinita'.

C'era la fragranza della conoscenza, della serenita', e di quella semplicita' pura che trasparve dalle parole sagge di Hirano-san, il monaco che mi diede il nome in kanji.

Respirata un po' di quella magica aria meditativa, siamo andate a fare una passeggiata fino alla pasticceria 光輪 Koorin dove ci aspettavano dei fragranti dorayaki appena fatti! Sulla stessa colorata 商店街 shootengai (stradina con negozi) su cui si affaccia Koorin, un minuscolo negozietto di elettrodomestici usati, stoffe di una volta e vasi giapponesi ha attirato la nostra attenzione.

In un cesto colmo di はぎれ hagire o scampoli di stoffa, ho scovato tre vecchi 風呂敷 furoshiki e che mi sono piaciuti all'istante.
Un grosso furoshiki giallo, un verde e bianco con un decoro floreale, ed uno di un viola che lentamente sfuma in un lilla-bianco.
Prima di salutarci, Saku mi ha portata a vedere una casa che pur essendo a pochi isolati da qua, non sapevo nemmeno esistesse. E' una casa dell'Ottocento e che appartenne (ed appartiene tutt'ora) alla famiglia di un dentista di nome 中村さん Nakamura-san.
Questa casa e' una delle poche del quartiere - se non addirittura l'unica - ad essersi salvata dalla violenza distruttiva del cosiddetto Grande Terremoto del Kanto che si accani' su Tokyo, sul Kanagawa ed altre zone limitrofi, nel 1923.

Quella casa, ormai chiusa e tristemente disabitata, rimane a testimonianza di una tragedia la cui enorme gravita' e bruttezza mi e' impossibile anche solo tentare di comprendere.

Davanti a quella casa c'e' un cartello che riassume brevemente la storia del terremoto e della casa stessa. Su quel cartello appare persino una foto in bianco e nero che ritrae la casa con davanti un'elegante donna vestita con un 綿入れ着物 wataire-kimono (un kimono con imbottiture di cotone) di un colore scuro, forse blu.

Dietro quella donna appare un cipresso alto e rigoglioso. Ebbene, quel cipresso e' ancora li'.

Saku ed io ci siamo avvicinate all'albero con un po' di timore. Eravamo pero' emozionate al pensiero di trovarci cosi' vicine al passato. Dentro di me ho recitato una sorta di preghiera inventata sul momento, dedicata a quella donna e a tutte le persone che persero la vita quel maledetto giorno di settembre di cosi' tanti anni fa.

Saku, prima di salutarmi, mi ha dato questa scatola gialla.
Sopra c'e' scritto 田舎パイ inaka-pai, ovvero tortine di campagna.

All'interno, infatti, mi aspettavano tante piccole tortine con vari ripieni: azuki, zucca, satsumaimo, fragola.

Dolci wagashi che riflettono il carattere affettuoso di Saku, amica mia.

Quando mi parla, la starei ad ascoltare per ore, ore, ore ed ore. Ha sempre tantissimi fatti curiosi da raccontarmi. Un giorno mi ha detto, ad esempio, che qua in Giappone si crede che la luce del sole pomeridiano porti sfortuna, motivo per cui le case vengono progettate in modo tale che al tramonto la luce del sole non entri nel genkan proprio per non attirare negativita' di nessun genere. A questo non avevo mai fatto caso, ma poi effettivamente ho dovuto constatare che al tramonto la luce del sole non riesce mai nemmeno a sfiorare il pavimento del genkan!

Un giorno, invece, mi ha detto che sui bastoncini d'incenso, dopo averlo acceso, non bisogna mai soffiare per spegnere la fiamma. Il fumo dell'incenso, secondo gli insegnamenti buddisti, e' il mezzo con cui si comunica con il Kamisama e quindi soffiando sul bastoncino si crea uno squilibrio che impedisce alle preghiere di arrivare su, su, su e poi ancora su.
Meglio sarebbe, secondo Saku, spegnere delicatamente la fiamma facendo aria con un ventaglio oppure con un giornale.

Oggi avrei voluto anche parlarvi di alcune meraviglie del tofu, ma mi sento molto stanca in questo momento e preferisco rimandare il tutto a domani.

Un saluto a tutti voi che mi leggete!