mercoledì, agosto 12, 2009

Ramune e fuurin

(A sinistra: le due bottigliette di ラムネ ramune che ho comprato oggi pomeriggio. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia.)

Vorrei ringraziare tutte le persone che hanno lasciato un commento sotto l'articoletto di ieri, a proposito del terremoto. Grazie a tutti per esservi preoccupati per noi! Davvero.

Ogni volta che ritorna una scossa, dopo mi ritrovo sempre a pensare alla paura appena provata e al senso di smarrimento che diventa inevitabile in quelle circostanze. E tutto questo, naturalmente, spaventa. Spaventa perche' il terremoto e' una calamita' piu' grande di noi, e la sua furtivita' lo rende ancora piu' sinistro.
Ma poi penso anche alla grande esperienza che il Giappone ha in campo sismico, e a come questa esperienza si sia tradotta, per esempio, in avanzatissime tecniche edilizie che consentono ad un edificio di assorbire con coraggio i colpi assestatigli, senza darla vinta all'orrendo tremolio.

In situazioni come queste, i miei pensieri vagano e puntualmente rievocano l'Abruzzo e la triste sorte abbattutasi su quella regione che, martoriata dalla forza distruttiva di quel terremoto, ha vissuto un incubo che per molti di noi e' inimmaginabile.
Mi sento, dunque, molto grata per il fatto che, nonostante le tendenze ballerine di questo vecchio Paese, noi siamo ancora qui, sani e salvi.

Cambiando discorso, oggi pomeriggio sono andata a farmi due passi, approfittando del sole che ha illuminato tutta la giornata. L'aria caldissima, il canto insistente dei minminzemi e il profumo d'incenso che, bruciando lentamente, fuoriusciva dalla finestra di una casa del quartiere, mi hanno regalato un sorriso felice.

Sono andata a fare un po' di spesa, e mentre ero in coda alla cassa del supermercato, ho visto entrare il monaco del tempio buddista del nostro quartiere. Il monaco, rigorosamente vestito con la sua tunica, e' entrato a passi svelti e si e' diretto verso una delle cassiere. Pensavo che l'oboosan (monaco buddista) fosse venuto in negozio a fare un po' di spesa, ma era invece solo passato a distribuire piccoli poster che pubblicizzano un evento che fra non molto si terra' nel cortile del tempio.
Con voce molto bassa e gentile, ha chiesto ad una commessa se poteva consegnarle un poster da attaccare all'entrata; il monaco si e' inchinato piu' e piu' volte, e usando un giapponese molto cortese e rispettoso, ha salutato ed e' ritornato a fare il suo giro dei negozi del quartiere.
Il caldo soffocante di oggi mi ha fatto venire in mente ラムネ ramune, una bevanda molto amata qui in Giappone e che e' diventata, ormai, simbolo moderno dell'estate nipponica.
Se mi venisse chiesto di elencare le piu' famose bevande giapponesi dell'estate, credo proprio sarei indecisa se aggiudicare il primo posto al mugicha oppure al ramune!

La bevanda ramune (il cui nome, pare, sia una giapponesizzazione dell'inglese lemonade) e' una bibita zuccherata e gassata dal sapore piacevolmente dolce e che dovrebbe ricordare un po' il limone o il lime. A me, personalmente, il sapore del ramune ricorda molto il gusto del bubblegum, quel sapore dolce e terribilmente chimico, ma cosi' deliziosamente buono, forse perche' involontariamente lo collego all'infanzia, ma soprattutto alla mia adolescenza.
Pur non bevendo quasi mai bibite gassate (come bevande fredde, preferisco l'acqua, te' freddo non zuccherato e ogni tanto qualche succo di frutta), ho voluto riscoprire la gioia del ramune, e rendere quindi anche voi partecipi di questa mia riscoperta bibitosa.
Sebbene le ditte giapponesi produttrici di ramune siano numerose, le bottigliette di questa bibita hanno tutte la stessa forma, e molto spesso anche lo stesso colore (un bell'azzurrino chiaro che mi fa pensare ai bei cieli estivi oppure all'acqua limpida del mare).

sull'etichetta, nella parte bianca, c'e' scritto che la bibita ha il sapore nostalgico di una volta!

Inoltre, il ramune viene sempre confezionato con una tecnica d'imbottigliamento particolare, ed e' forse questo aspetto che rende la bevanda particolarmente curiosa: le bottigliette non vengono semplicemente sigillate con un tappo, ma con una grossa biglia di vetro.
Per poter, dunque, aprire e consumare la bevanda e' necessario usare qualcosa che spinga la biglia all'interno della bottiglia. Questo "qualcosa" viene dato in dotazione, e si tratta semplicemente di un pezzetto di plastica tondo con un piccolo stecchetto in mezzo che faciliti la spinta della biglia.
Ecco la forma particolare del collo delle bottiglie di ramune:
E dopo aver rimosso l'incarto che sigilla il tappo (che a sua volta custodisce al suo interno la biglia), ecco qui la biglia ancora nella sua posizione originale:
Ed ecco qui il pezzetto di plastica posizionato sopra il tappo. Dopo averlo messo nella posizione giusta, ho portato la bottiglia nel lavandino (saggia decisione!) e ho dato un leggero colpetto all'aggeggino di plastico.
La biglia e' scesa, ma un po' del ramune e' fuoriscito dalla bottiglia. Menomale che l'avevo messa nel lavandino, altrimenti mi sarebbe toccato lavare il pavimento!
Ed ecco la bella biglia cristallina del ramune mentre si dondola avanti e indre' nel collo di questa stranissima bottiglietta.
Eh si, il ramune sa proprio d'estate giapponese. Non a caso, infatti, sull'etichetta appare persino il disegnino di un fuurin! E colgo quindi l'occasione per mostrarvi il mio fuurin il cui dolce suono e' molto simile a quello del fuurin del blog.

Din-din-din. Din-din-din.
Questa e' la dolce cantilena del fuurin.

martedì, agosto 11, 2009

Jishin - Terremoto

Stamattina, verso le cinque e un quarto, mio marito ed io siamo stati svegliati nel peggiore dei modi: da una forte scossa di terremoto.

Ho aperto gli occhi e ho immediatamente capito la situazione. Istintivamente ho afferrato con forza il braccio di mio marito il quale, come me, si era improvvisamente svegliato. Nel giro di una frazione di secondo, mentre la scossa continuava imperterrita a dar sfogo alla sua ira, ci siamo alzati di scatto e siamo corsi in corridoio, in direzione del genkan. Ancora prima di raggiungere il genkan, la scossa si e' placata e tutto e' tornato nel silenzio mattutino.

Con addosso la paura e l'inquietudine che seguono le scosse, siamo ritornati malvolentieri a dormire, anche se oramai il sonno mi aveva completamente abbandonata. Con gli occhi spalancati e il cuore che mi batteva a mille dallo spavento, osservavo il cielo e, quasi come se gia' lo sapessi, aspettavo il suono sinistro di una qualche sirena d'emergenza che, con le sue mesti note, avrebbe allertato il quartiere.
Dopo meno di un minuto, infatti, una voce ed un dlin-dlon trasmessi da piu' megafoni bianchi che sovrastano il quartiere invitavano i residenti a mantenere la calma e a prendere tutte le precauzioni necessarie qualora dovesse sopraggiungere un'altra scossa.

Oramai conosco a memoria tutti i rumori che questa casa produce durante un terremoto. Solo a rievocarli mi vengono i brividi.
Un suono cupo che arriva da chissa' quali profondita' e che con la sua impetuosa violenza scuote ogni cosa; il tremolio delle finestre; il tintinnio dei bicchieri e delle bottiglie; il movimento agitato del letto, del tavolo e delle sedie; e quel rumore tetro della casa stessa mentre cerca valorosamente di ondeggiare senza distruggersi e sbriciolarsi in mille pezzi, tentando cosi' di riassestarsi.

Secondo l'Asahi Shinbun, l'epicentro e' stato individuato a circa 23km di profondita' dalle parti della Prefettura di Shizuoka. Il 気象庁 kishoochoo, ossia l'agenzia metereologica del Giappone, ha dichiarato che il terremoto e' stato di magnitudo 6.5 sulla scala Richter, anche se ho visto che vari quotidiani hanno riportato dati un po' diversi.

Comunque sia, nonostante il forte spavento che ha inaugurato questa giornata di pioggia, noi stiamo bene.

PS. Jishin 地震 in giapponese significa terremoto. Il primo kanji significa terra, mentre il secondo vuol dire tremare, scuotere.

lunedì, agosto 10, 2009

Te' verde e serenita'

(La mia merenda pomeridiana di oggi: te' sencha accompagnato da un piccolo wagashi a forma di crisantemo e ripieno di marmellata d'azuki).

Una nuova settimana e' cominciata e questo inizio combacia con il giorno di San Lorenzo. Stasera, dunque, osservero' pazientemente il cielo nella speranza che i miei occhi riescano a catturare con lo sguardo una brillante stella cadente; una stella che, sulla sua scia, custodisce un desiderio.

Ma purtroppo oggi la giornata e' piovosa e il cielo e' mestamente imprigionato in una coltre di nuvole fumose e scure. Chissa' se queste nuvole lasceranno qualche pezzetto di cielo libero affinche' gli occhi di chi cerca le stelle non debbano venir inutilmente delusi?

La pioggia cade quasi incessantemente da ieri sera, ma tutta quest'acqua non e' servita a rinfrescante l'aria nemmeno un po'. Anzi, sembra quasi che piu' piova e piu' l'umidita' si faccia intollerabile.

In questi giorni di vacanza in cui non ci sono esami da dare o centinaia di pagine di qualche testo da leggere e studiare, ho ritrovato un po' di quella calma che mi aiuta ad apprezzare ogni cosa che mi circondi, anche la piu' minuta.
E questo pomeriggio ho nuovamente riscoperto il piacere semplice di una tazza di te' verde (sencha) accompagnata da un buon wagashi.

La preparazione stessa del sencha - operazione semplice e alla portata di tutti - ha un qualcosa di rasserenante. Sara' la semplicita' stessa della preparazione; sara' la bellezza degli oggetti utilizzati; sara' l'aroma verde e fresco delle foglie di te'. O forse saranno tutte queste cose messe assieme a regalare un vero attimo di pace e di meditativa contemplazione.

Qui in Giappone ho scoperto la calma e la pace che derivano dalla bellezza di un paesaggio o di un oggetto delicato ed aggraziato. Forse sembrera' una banalita', ma prima di venire qui non avevo mai fatto veramente caso al rapporto che esiste tra serenita' e bellezza.
Il te' giapponese come i wagashi oppure un pasto washoku (cioe' un pasto tradizionale giapponese) non servono solo a soddisfare bisogni primordiali come la fame e la sete, ma il loro importante scopo e' anche quello di soddisfare innanzitutto la vista, l'olfatto e il tatto. La vista soprattutto: quando davanti a se' si ha anche solo una scodella di semplici udon in brodo ma serviti in una ciotola dalla forma e dai colori accuratamente scelti, ed arricchiti magari da una sobria guarnizione di aburaage o cipollotti tritati, ecco che ancora prima del primissimo boccone abbiamo gia' nutrito una parte di noi stessi: i nostri occhi.

Cio' che rende ancora piu' preziosa questa bellezza e' la sua totale estraneita' a qualunque discorso di tipo monetario. E' una bellezza che puo' scaturire anche dalla vista di un foglia ricoperta di rugiada; da un'umile tazza contenente del te'; da un sentiero illuminato dal sole del tardo pomeriggio; dai brillanti colori di verdure fresche ed adagiate con cura in un piatto; da una pila di libri vecchi e misteriosi.

Ieri pomeriggio, malgrado la pioggia torrenziale, sono uscita per andare a fare due passi fino al supermercato di zona. In un angolo del supermercato sono in esposizione mazzi di fiori vari, spesso composizioni adatte per le funzioni shintoiste oppure per i cimiteri.
Da una parte, pero', c'erano dei semplici mazzi di deliziosi fiorellini viola adatti sia alle funzioni shintoiste che come decorazione per la casa; pur non conoscendo assolutamente il nome di questi bei fiori, li ho acquistati perche' regalassero un po' di colore alla mia casa.
Sulla carta che li avvolgeva c'era solo scritto il prezzo, ma del nome non c'era traccia. Avrei dovuto chiedere a qualche addetto del supermercato, ma la calca del tardo pomeriggio mi ha invogliata soltanto a sbrigare alla svelta le mie compere per poter finalmente incamminarmi di nuovo verso casa.
Ecco i miei bei fiori viola. Chi di voi ne conosce il nome?
Rimanendo sempre in tema di fiori, venerdi' ho aggiunto un nuovo piccolo kanzashi alla mia altrettanto piccola collezione. Eccolo qui:
Da quando e' iniziata la pausa estiva, ho cominciato a guardare assiduamente un canale giapponese che e' diventato, tra l'altro, il mio preferito: 日本映画専門チャンネル Nihon eiga senmon channeru, ossia il canale dedicato ai film giapponesi.
Su questo splendido canale vengono trasmessi soltanto film originali giapponesi (quindi niente film stranieri sottotitolati o doppiati), molti dei quali degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta. Un vero splendore!
Ho iniziato a guardarmi un film quasi ogni pomeriggio, e il fatto che non ci siano sottotitoli in giapponese (o in nessun'altra lingua) e' una vera fortuna in quanto questo mi obbliga a prestare attenzione senza correre il rischio d'impigrirmi. Un vero allenamento che consente di migliorare notevolmente le proprie capacita' di comprensione della lingua orale!

I vecchi film giapponesi mi hanno sempre affascinata, a dire la verita'. La differenza pero' e' che prima me li guardavo con i sottotitoli in inglese dato che non studiavo giapponese, mentre ora la solfa e' cambiata e posso cosi' provare a riscoprire alcuni dei miei film preferiti rivedendoli in lingua originale.
Ieri sera, ad esempio, ho rivisto 麦秋 Bakushuu, un meraviglioso film del 1951 diretto da Yasujiroo Ozu. Una delle attrici protagoniste e' la splendida 原節子 Hara Setsuko, la mia attrice giapponese preferita. Hara Setsuko e' e rimarra' per sempre nei cuori dei giapponesi come la vera divina del cinema nipponico degli anni Cinquanta.
Ecco la magnifica Hara Setsuko che, in una vecchia foto, accenna un simpatico sorriso:
Il mio rito pomeridiano dei vecchi film giapponesi e' diventata una piacevole abitudine estiva e che spero di poter continuare anche nei mesi a venire.
Questa e' il mio televisore oggi pomeriggio, mentre su Nihon Eiga era in onda 武蔵野夫人 Musashino Fujin (La signora di Musashino), un capolavoro del 1951 diretto da 溝口健二 Mizoguchi Kenji.


Venerdi', mentre ero alla stazione ad aspettare la metro', ho girato un breve video in cui si vedono le belle risaie del Sagami. Nel video sentirete, oltre l'inevitabile rumore del vento, anche un vociare allegro di alcuni bambini che aspettavano il treno in compagnia della loro nonna, e una voce che dall'altoparlante annuncia l'arrivo del treno sul binario 2. Ho ripreso anche un pezzetto del treno mentre sta per entrare in stazione.
Ho pensato di fare questo video dato che spesso pubblico le foto delle risaie che vediamo dalla stazione, e quindi vedendo questo breve filmato sara' forse come rivedere un posto a voi gia' un po' famigliare.


Ora che Ferragosto e' a pochi giorni di distanza, quanti di voi mi leggono dal mare, dalla montagna, dal lago o da qualche altra localita' di villeggiatura? Quanti di voi, invece, sono rimasti in citta'? Ci sono fra voi lettori nuovi e che da poco hanno scoperto questo blog?
Buona lettura e buona settimana!

giovedì, agosto 06, 2009

Un tofu avvolto nella leggenda: il kooya-doofu

(A sinistra:il 高野豆腐の含め煮 kooyadoofu no fukumeni che ho preparato ieri. Le foto di questo articoletto sono tutte opera mia).

Una vecchia leggenda di otto secoli fa racconta di un monaco di un piccolo ed isolato tempio buddista sul monte 高野 Kooya, nella Prefettura di Wakayama che, dopo aver inavvertitamente lasciato sopra un tavolo nel cortile del tempio un blocchetto di tofu fresco e appena fatto, lo ritrovo' il giorno dopo completamente congelato. Senza pensarci tanto, lo prese e lo getto' nel giardino.

Alcuni giorni dopo, in seguito ad un innalzamento della temperatura, il monaco ritrovo' lo stesso blocchetto di tofu e noto' che non solo si era scongelato, ma era completamente intatto e senza alcuna traccia di muffa!

Secondo questa leggenda, la scoperta del monaco diede inizio a questo metodo di conservazione del tofu, un metodo ancora oggi ampiamente utilizzato anche se sicuramente reinterpretato attraverso tecniche un po' piu' al passo coi tempi.

Le leggende sono sempre imbevute di un irresistibile fascino che continua a stregarci anche dopo secoli.
Probabilmente c'e' un fondo di verita' in questa leggenda del monaco, ma forse non sapremo mai come sono andate veramente le cose. D'altra parte, pero', penso che venire a sapere la verita' sull'origine di questo particolare tofu non farebbe alcuna differenza e quindi preferisco continuare ad immaginarmi il monaco e la sua casuale scoperta.
(immagine di proprieta' del sito 旭松 Asahimatsu)
Naturalmente la produzione di kooya-doofu divenne una delle specialita' principali della Prefettura di Wakayama, ed in particolar modo della zona del Monte Kooya. Questo tipo di toofu divenne anche uno dei capisaldi della 精進料理 shoojin-ryoori, ossia della cucina vegetariana buddista.

Si narra, inoltre, che nel Periodo Edo il kooya-doofu del Monte Kooya fosse uno degli omiyage piu' preziosi ed apprezzati di tutto il Giappone!

Al giorno d'oggi, il kooya-doofu si trova facilmente in qualunque supermercato del Paese; e' un alimento molto economico e che costituisce un elemento importante della vera cucina tradizionale. Il kooya-doofu, inoltre, e' noto anche con altri nomi a seconda della regione. Ad esempio, pare che ad Hokkaido sia meglio noto col nome di 凍み豆腐 shimi-doofu (tofu congelato), oppure 凍り豆腐 koori-doofu (tofu congelato). Una volta veniva chiamato 氷豆腐 koori-doofu, usando quindi il kanji della parola ghiaccio, ossia koori.

Questo e' il kooya-doofu che ho acquistato io:
Il kooya-doofu, quindi, altro non e' che tofu fresco che e' stato sottoposto ad una liofilizzazione, un metodo che prevede una fase di congelamento e poi di essiccamento.

Questo tipo di tofu viene generalmente venduto in pacchetti da cinque o piu' panetti. Ecco come sono fatti i panetti di kooya-doofu:

I blocchetti sono molto leggeri e hanno una superficie porosa.

Solitamente, la preparazione prevede un breve ammollo in acqua molto calda per poter far rinvenire il tofu. Dopo l'ammollo, si puo' usare il tofu in molti modi diversi.
La consistenza, pero', del kooya-doofu e' notevolmente differente da quella del tofu fresco! Il kooya-doofu ha una consistenza spugnosa, ed e' grazie a questa sua caratteristica che durante la cottura assorbe interamente tutti i sapori con cui viene a contatto.

Per alcune ricette, pero', questo ammollo non e' necessario. Ieri, infatti, ho preparato un piatto classico della cucina casalinga giapponese: 高野豆腐の含め煮 Kooya-doofu no fukumeni, cioe' kooya-doofu in umido e fatto sobbollire in un brodo dolce. Ho affiancato il kooya-doofu di ieri a due shokadoo-bentoo a base di salmone alla griglia e che ho preparato per mio marito e per me, per cena.

Per il kooya-doofu ho seguito la ricetta che ho trovato sulla confezione, e devo dire che la preparazione e' stata estremamente facile!

E anche questa volta gli ingredienti erano semplici e senza fronzoli:
Salsa di soia, mirin, un briciolo di sale, zucchero, dashi e naturalmente del kooya-doofu.

Se dovesse interessarvi la ricetta esatta, fatemelo sapere e la pubblichero'. Chissa' se in qualche negozio di alimentari asiatici si trova il kooya-doofu in Italia? Se lo trovate, non dimenticatevi allora di ritornare a trovarmi qui sul blog!

In una pentola ho preparato la base dalla fragranza cosi' deliziosamente giapponese: salsa di soia, dashi, mirin, zucchero e sale. In quel saporito brodo ho messo a sobbollire il kooya-doofu cosi' com'era, senza farlo prima rinvenire in acqua.
La consistenza dei blocchetti e' molto simile a quella di una spugna molto soda, tant'e' che anche con i saibashi non ho rischiato di romperli mentre li giravo.
Nel giro di una decina di minuti il tofu era pronto. Ho poi messo i blocchetti sopra una griglia di metallo perche' sgocciolassero un po' dato che erano completamente imbevuti di brodo.
Nel frattempo, ho preparato delle fettine di carote a forma di fiore di sakura e ho scottato rapidamente in acqua salata alcune taccole freschissime provenienti da Hokkaido.
Ho tagliato il kooya-doofu e l'ho sistemato, assieme alle carote e alle taccole, in un piatto dai colori tenui e che riprendessero le tonalita' del tofu stesso e che creassero un piacevole contrasto con i colori brillanti degli ortaggi.

Et voila'!

Il delizioso e delicato sapore del kooya-doofu preparato in questo modo mi ha nuovamente ricordato l'aggraziata leggerezza e semplicita' della cucina tradizionale del Giappone. Una cucina veramente balsamica non solo per il corpo, ma anche per gli occhi e forse soprattutto per lo spirito.

martedì, agosto 04, 2009

Wagashi d'agosto e una ricetta

(A sinistra: due dei wagashi ricevuti in regalo ieri da Ishii-san. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia).

Ed eccoci gia' ad agosto, il mese piu' caldo e piu' estivo dell'anno.
Agosto pero' e' anche il mese che ci regala la magia dell'estate, il canto dei minminzemi, i fuochi d'artificio che spensieratamente brillano nel cielo blu della sera, il sapore dolce e rinfrescante di una fetta d'anguria, il tintinnio dolce e cantilenante di un fuurin.

Ma agosto e' anche il mese in cui poter gustare deliziosi wagashi che racchiudono in se' la fragranza di questa stagione dorata.

Ieri abbiamo ricevuto i nostri consueti wagashi mensili da parte di Ishii-san, e nell'assortimento di questo mese compaiono anche delle profumatissime gelatine di 寒天 kanten (agar-agar) aromatizzate al limone! Oltre queste rinfrescanti gelatine, nella scatola c'erano morbidi 草もち kusa-mochi, 水羊羹 mizu-yookan e まんじゅう manjuu alla castagna.

In preda ad una momentanea ma intensa vena artistica, ho deciso di scattare alcune foto a questi golosi wagashi d'agosto. Ho voluto scattare quest foto con lo scopo di rendere partecipi anche voi della gioia che provo puntualmente ogni volta che apro la scatola dei wagashi mensili di Ishii-san.

La gelatina al limone ed un kusa-mochi:

Di fotografia non so molto, ma e' un argomento a cui mi sto lentamente appassionando sempre di piu'. La felicita' che provo nel riuscire a catturare, con uno scatto, un qualcosa di particolarmente bello e che mi colpisce e' elettrizzante!

Ed ecco i delicati mizu-yookan. Gli yookan sono veramente i wagashi estivi per eccellenza!
E siccome ogni tanto - anzi, abbastanza spesso - mi piace sperimentare nuove ricette giapponesi prese dai miei ricettari, oggi vi propongo un piatto delizioso e che spero vogliate assaggiare anche voi.
Di recente vi ho parlato di un ricettario che e' diventato uno dei miei preferiti: 浜内さんの家のけんこう和食 Hamauchi-san no ie no kenkoo washoku. Anche questa volta ho attinto dalla conoscenza gastronomica della signora Hamauchi e ho preparato un piatto classicissimo della cucina casalinga giapponese: 肉じゃが nikujaga. La parola niku in giapponese significa carne, e jaga e' l'abbreviazione di jagaimo, ossia patata.
Il nikujaga, dunque, e' essenzialmente uno stufato di carne e patate, ed e' un piatto cosi' indissolubilmente legato al repertorio della cucina casalinga da comparire alquanto raramente sui menu' dei ristoranti. Il nikujaga e' un piatto che si gusta a casa perche' custodisce i sapori genuini della cucina casalinga.
Ma come avrete modo di scoprire, il nikujaga e' anche un piatto di una semplicita' sorprendente e che vi consiglio di preparare perche' sono sicura vi piacera'.

Devo precisare, pero', che la ricetta del nikujaga tradizionale generalmente prevede l'uso anche di zucchero e mirin, ma siccome l'Hamauchi e' un ricettario che rivede i classici della cucina giapponese in versione piu' salutare, lo zucchero non appare nella lista degli ingredienti. Ricordo che parlai di questa ricetta ad Akiko, e quando le dissi dell'assenza di zucchero rimase molto stupita tant'e' che alcuni giorni dopo le inviai questa stessa ricetta via email perche' la provasse. E' una ricetta deliziosa, e non crederete alle vostre papille quando, assaggiando il vostro nikujaga, vi ricorderete che alla base di tutto c'erano solo acqua e salsa di soia.

Passiamo agli ingredienti per il nikujaga (per due persone):
Questa foto degli ingredienti risale ad alcune settimane fa, e cioe' la prima volta in cui ho preparato il nikujaga.

3 patate
1 cipolla
100g di carne di manzo* tagliata fine
1/3 di carota
3 cucchiai di salsa di soia (molto meglio se giapponese. Una buona Kikkoman andra' benissimo!)
250ml d'acqua
una manciata di fagiolini o piselli surgelati (facoltativo)

Non avendo grande predilezione per la carne di manzo, ho usato del maiale. Il tipo di taglio consigliato dalla ricetta si chiama 薄切り usugiri che significa "affettato finemente". Questo e' il vassoio di carne di maiale usugiri che ho usato per la ricetta.
Sembra quasi bacon a vederlo, vero?

Se non trovate della carne affettata cosi' finemente, qualunque altro tipo andra' bene ma dovrete allungare solo un po' i tempi di cottura.

Le fasi della ricetta sono brevi e semplici. Le numerero' da 1 a 5 per facilitarvi un po' le cose e per evitare confusione.

1. Riempire una pentola d'acqua e portarla ad ebollizione. A questo punto, spegnere la fiamma ed immergere nell'acqua le fettine di carne aiutandosi con i saibashi oppure con una forchetta. Scottare la carne fino a quando non avra' cambiato colore. Togliere la carne dall'acqua e metterla su di un piatto. Buttare via l'acqua di cottura della carne (se volete, potete conservarla per dei brodi).
2. Pelare e lavare le patate ed affettarle a dadini. Mettere i dadini in un recipiente pieno d'acqua e lasciarli a mollo.

3. Pelare la cipolla e tagliarla un po' grossolanamente. Affettare a rondelle la carota e tagliuzzare la carne precedentemente sbollentata in acqua.

4. In una pentola versare le patate a dadini (e che avrete scolato), la carota a rondelle, la cipolla, la carne, i tre cucchiai di salsa di soia e i 250ml d'acqua. Se volete, a questo punto potete aggiungere una manciata di piselli o fagiolini surgelati. Coprire la pentola con un coperchio e portare il tutto ad ebollizione a fiamma media, dopodiche' abbassare al minimo la fiamma e continuare la cottura per circa dieci minuti. Accertarsi che la carne e le patate siano cotte ed eventualmente lasciarle cuocere ancora per qualche minuto. Servire!

Ho servito il nikujaga accompagnato da una scodella di riso bianco al vapore, della zuppa di miso ed un trio di tsukemono.

A proposito di 漬物 tsukemono, in questi giorni ne stiamo mangiando molti semplicemente perche' oltre ad essere molto gustosi, sono rinfrescanti e col caldo di adesso vanno giusto bene.
Da accompagnare al nikujaga, ho preparato il mio tsukemono semplice di cetrioli (ecco la ricetta), ed uno tsukemono di carote. Per le carote, pero', ho utilizzato un prodotto nuovo e che ho trovato al supermercato:
Questo prodotto si chiama 浅漬けの素 Asazuke no moto, ossia base per asazuke. Gli asazuke sono un tipo di sottaceti molto leggeri e con un livello di acidita' quasi impercettibile. L'utilizzo di questa base e' molto semplice poiche' basta lavare ed affettare la verdura scelta e mischiarla alla dose consigliata di prodotto, mettere il tutto in un sacchetto pulito di plastica (tipo ziploc), e lasciare riposare in frigo per circa mezz'ora.
Io ho lavato e tagliato a bastoncino delle carotine che ho mischiato ad uno spicchio d'aglio affettato. L'idea dell'aglio l'ho trovata sul retro dell'etichetta della bottiglia di asazuke no moto, e devo dire che e' ottima!
Quello tsukemono giallo, invece, si chiama 東京沢庵 tookyoo-takuan, ed e' semplicemente daikon tagliato a fettine e lasciato marinare in un contenitore con sale, crusca di riso, alga konbu e buccia di caco (per il colore). Il sapore del takuan e' molto particolare, ma e' al tempo stesso uno di quegli tsukemono che in genere piacciono alla maggior parte delle persone, me inclusa!

*Piccola aggiunta* -- Versione casalinga dell'asazuke no moto --
Siccome dubito riusciate a trovare l'asazuke no moto al supermercato, sono riuscita a scovare tra le mie scartoffie una ricetta facilissima per preparare in casa quella soluzione che invece io ho acquistato in bottiglia.

Dunque:

300g di verdura a vostra scelta (carota, cavolo, rapa, daikon, cetriolo, ecc. oppure un mix di tutto)
2 cucchiai di aceto di riso
2 cucchiaini scarsi di zucchero
1 cucchiaino di sale marino

Lavare e tagliare la verdura a pezzi piccoli. In un sacchetto tipo ziploc versare l'aceto, lo zucchero e il sale ed aggiungere la verdura tagliata. Chiudere il sacchetto (facendo fuoriuscire l'aria) ed agitarlo bene in modo che la soluzione ricopra in modo uniforme le verdure. Riporre il sacchetto in frigorifero per circa mezz'ora. Tirare fuori dal frigo gli asazuke, scolarli e servirli!
Quelli che avanzano, potete tranquillamente conservarli in frigo in un piccolo contenitore di plastica per al massimo 2-3 giorni, non di piu'.

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E siccome e' ricominciata la stagione delle scalate sul monte Fuji, in onore della sacra montagna ho usato questi hashi-oki di pietra:

ご馳走様でした!
Gochisoosama-deshita!

martedì, luglio 28, 2009

Aria di festa ad Odawara

(Alcune lanterne della fiera decorate da bambini di una scuola elementare della zona.
Tutt le foto dell'articoletto sono opera mia o di mio marito.)


Siamo ormai giunti alla fine di luglio, questo mese cosi' rovente, cosi' umido, cosi' pesante, ma cosi' squisitamente estivo.

Ma agosto e' dietro l'angolo, e la parentesi estiva e' ancora lontana dalla fine.

In questo periodo sono molti gli お祭り o-matsuri (fiere) che illuminano il Giappone portando con se' allegria, spensieratezza, voglia di musica, sorrisi e deliziosi spuntini da passeggio.

Sabato mattina, accompagnati da un sole cocente e decisamente ostinato a dispensare i suoi raggi intensi, abbiamo preso il rapido per Odawara.
Prima di partire, abbiamo immortalato nuovamente le risaie che, dal binario della nostra piccola stazione, puntualmente ci salutano augurandoci "buon viaggio!" oppure accogliendoci con un "bentornati a casa!".
Dopo circa una quarantina di minuti di viaggio, siamo arrivati proprio ad Odawara, la vecchia citta' nella parte ovest del Kanagawa.

Odawara 小田原 e' una delle piu' famose localita' del Kanagawa, e la sua fama e' accentuata dalla presenza dell'altrettanto noto castello, 小田原城 l'Odawara-joo.
Desideravamo proprio visitare questo castello, ed infatti ci siamo immediatamente incamminati in direzione dell'imponente edificio che, dalla collina, silenziosamente posa il suo sguardo sulla citta' e sull'immensa baia blu di Sagami.

Ma una sorpresa ci attendeva ai piedi del castello: ちょうちん夏まつり Choochin natsu-matsuri, ossia la fiera estiva delle lanterne.
Lungo il fossato che circonda gelosamente il castello, tante lanterne di carta decorate dai bambini di una scuola elementare della zona ci hanno accolto allegramente.
Eccone alcune:
Ed ecco il ponte rosso che permette l'accesso al castello:
...ed una delle lanterne che lo abbellivano:
Il vociare allegro e i profumi della fiera non si sono fatti attendere a lungo.
La fiera:
Un palco con delle ballerine giapponesi che, al suono malinconicamente melodioso dell'ukulele, sfoggiavano i delicati passi di una danza hawaiana. Dietro di loro, sulla lanterna ecco dipinti i kanji di 小田原 Odawara:
Li' quasi ogni cosa ci ricordava la presenza del castello. Al centro della fiera, un'immensa lanterna ci mostrava un'immagine di quell'edificio che, di li' a poco, avremmo ammirato da vicino:
Sebbene in Giappone esistano ancora alcuni di castelli la cui storia si perde e disperde nelle venature dei secoli passati, per il castello di Odawara le cose sono andate un po' diversamente. La storia dell'edificio in se', infatti, risale solo al recentissimo 1960. Il vero castello di Odawara, quello che con ardente orgoglio ricopri' il ruolo d'inespugnabile roccaforte del tardo Hoojoo clan dalla fine del Quattrocento fino verso la meta' dell'Ottocento, subi' la triste sorte a cui tanti altri castelli giapponesi furono destinati: la distruzione. Durante il Periodo Meiji, l'Imperatore dopo essere riuscito ad attuare la disfatta dello Shogunato, ordino' che tutti i castelli feudali presenti in Giappone fossero distrutti senza pieta'. E purtroppo, il castello di Odawara non riusci' a sfuggire al suo triste destino.

Nel 1960, pero', il castello venne ricostruito nello stesso punto in cui un tempo sorgeva quello originale, e cioe' proprio sulla collina che sovrasta la citta' di Odawara.
Ecco alcune immagini che abbiamo scattato dell'imponente castello:


Il castello e' stato ricostruito appositamente per poter ospitare al suo interno un museo in cui sono conservati numerosissimi ed antichissimi oggetti dei Periodo Muromachi ed Edo. Naturalmente, sono rimasta letteralmente incollata davanti alle vetrine che custodivano e proteggevano gelosamente antiche scodelle laccate; intricati お膳 o-zen (piccoli tavolini giapponesi per servire pasti formali. Questo e' un mio articoletto dedicato ad un o-zen che ho acquistato ad una fiera dell'antiquariato); pettini, kanzashi e monili vari (ecco qui le foto di un mio kanzashi acquistato tempo fa); antiche pergamene le cui fragili pagine erano interamente abbellite da aggraziati kanji neri che, insieme, formavano dolci poesie di un tempo che fu.

Purtroppo all'interno era proibitissimo scattare foto, ma all'ultimo piano era possibile affacciarsi dalle finestre del castello per ammirare la citta' di Odawara, le verdi montagne e le tonalita' di blu della vecchia Baia di Sagami:
Il sole giocava a nascondino, e qualche nuvola passeggera stava iniziando a regalarci qualche gocciolina di pioggia di fine luglio.


Dopo aver ammirato per un po' quell'ipnotico paesaggio che profumava di aria pulita, di foglie bagnate e d'incenso, siamo ritornati ai piedi del castello. Non volendo ritornare nel frastuono della fiera, abbiamo imboccato una stradina completamente deserta e che sembrava addentrarsi in un boschetto.
L'aria umida e pesante ed il canto infinito delle cicale facevano da colonna sonora alla nostra passeggiata. Non c'era nessun altro all'infuori di noi. Con la serenita' nel cuore, quelle serenita' che ti fa venire voglia di continuare a camminare anche senza una meta, abbiamo continuato a percorrere lentamente quella stradina che, andando in discesa, sembrava condurre al centro di un universo parallelo.
Intorno a noi solo tanti alberi altissimi, verdi e profumati. Ad un tratto, pero', ho intravisto un vecchio luna park dalle giostre arrugginite e dai colori sbiaditi. Qualche bambino felice correva e sorrideva in quel piccolo angolo di divertimenti che sapevano di antiquato. Non so perche', ma a vedere quel solitario luna park mi e' venuta molta malinconia; una tristezza pero' non necessariamente deprimente, ma solo dolcemente malinconica. Sentire quell'innocente musica da carillon della giostra e vedere quei colori sbiaditi in mezzo a tutto quel verde mi ha provocato una pungente nostalgia per un passato che non ho mai vissuto; per un passato di un Giappone dei primi anni Shoowa e che posso solo immaginare.

La stradina ci ha poi condotti in prossimita' di un sentiero stretto e che portava dentro il giardino di un santuario shintoista di nome 二宮神社 Ninomiya-jinja.
Eccoci giunti all'interno del giardino:
Il santuario:

Le coloratissime carpe del laghetto:
Nei giardini solitari di vecchi santuari e templi io mi sento a casa. La pace e la serenita' che si respirano in questi luoghi sono inenarrabilmente meravigliose.
Mentre passeggiavamo col naso all'insu' intenti ad ammirare ora questo e ora quello, mille o forse duemila erano i dettagli che avrei voluto immortalare per sempre in un'immagine perenne.
Mio marito ed io ci siamo dati il cambio ad usare la macchina fotografica per poter catturare un po' di quella silenziosa magia e di quell'ipnotico silenzio rotto solo dal canto delle cicale.

Un grande vaso di terracotta colmo d'acqua:
Un severo ed irremovibile koma-inu di pietra che fa la guardia al sacro territorio del santuario:

Le sacre 絵馬 ema, ossia le tavolette di legno usate nei santuari shintoisti e su cui si scrivono preghiere e desideri, accompagnate da colorate gru di carta.

Un angolo di una lanterna di pietra, ricoperta in parte da vellutato muschio.
Alla 手水舎 temizuya (chiamate anche choozuya, ovvero vasca di pietra colma d'acqua in cui ci si lava le mani nei santuari, per purificarsi), ci siamo lavati le mani e rinfrescati con quell'acqua limpida e pura.

Il forte desiderio di osservare tutto cio' che mi circondava in quel luogo calmo e che sembrava essersi dimenticato del passare del tempo, era intenso. Con in mano la macchina fotografica, ho cercato di catturare tanti altri dettagli che mi facevano battere il cuore.

Un vecchio e consunto telo blu che svolazzava dal tetto della temizuya:

Un particolare del tetto di legno intagliato della temizuya:
La colonna di pietra del toori ed una lanterna di pietra:
E lasciandoci alle spalle il piccolo santuario immerso nel verde di Odawara, un altro ponticello rosso ha attirato la mia attenzione:
Dalla bella Odawara mi sono portata a casa qualche omiyage, naturalmente. In una piccola ed ordinata bottega gestita da un vecchio signore di nome 小林さん Kobayashi-san, ho acquistato la mia prima bambola こけし kokeshi. Il suo visino sorridente e quel bel fiore tra i capelli mi hanno conquistata a prima vista!
Odawara vanta un discreto artigianato del legno, e grazie all'abilita' di molti artisti del posto non e' affatto difficile ammirare splendide creazioni di legno tra cui le bambole kokeshi, scatoline, vasi, monili vari e tanto altro ancora.

...e due graziosi kanzashi da aggiungere alla mia modestissima collezione:

E chi l'avrebbe mai detto che, proprio ad Odawara, avrei trovato due riferimenti al mio Piemonte?
Mentre stavo ordinando del caffe' alla caffetteria Blenz sul corso principale di Odawara, il cassiere incuriosito dal fatto che gli stessi parlando in giapponese, mi ha chiesto da dove venissi, e quando gli ho detto di essere italiana si e' subito affrettato a dirmi che lui era stato a Torino a sciare! Quando gli ho detto che sono proprio originaria di Torino, era a dir poco estasiato! Mi ha parlato brevemente del suo viaggio nella capitale sabauda e di quanto sia rimasto affascinato dalla mia citta'!

Ma il secondo riferimento e' infinitamente piu' comico! Siamo, infatti, passati davanti ad un negozio dal nome che attinge dalla tradizione culinaria piemontese. Ecco qui:
Bagna cauda!
Li' per li', pensavo si trattasse di un ristorante, anche se mi sembrava davvero incredibile che potesse esserci un ristorante di cucina tradizionale piemontese ad Odawara, ma tutto e' possibile!
Pero' non mi sbagliavo. Avvicinandomi di piu' all'attivita' in questione, ho scoperto con un comico orrore che in realta' si trattava di un salone di bellezza!!! Quindi pieghe, permanenti, tinte, maschere, manicure, pedicure, massaggi, e compagnia bella.
Non riuscendo a trovare il nesso logico fra la bagna cauda e la messa in piega, ho preferito farmi una bella risata e scattare l'immagine che vedete.
Se poi le acciughe, l'aglio e l'olio di oliva siano ingredienti dalle strabilianti proprieta' cosmetiche, questo lo ignoro. Anzi no, bisogna dire che le proprieta' cosmetiche e terapeutiche dell'olio di oliva sono arcinote, ma le acciughe e l'aglio? Chissa', magari questi qui hanno scoperto qualcosa di tremendamente rivoluzionario mentre noi ce ne stiamo qua a ridere!

E notare pure la grafia corretta con cui e' scritto il nome di questo salone di bellezza!

Comunque, se v'incuriosisce la vera ricetta della deliziosa bagna cauda - nonche' uno degli antichi capisaldi della cucina piemontese - guardate qui o qui. E se sapete leggere il piemontese, allora guardate qua.

Prima di andare via, vicino alla stazione abbiamo ammirato per alcuni minuti questo gruppetto di ragazzini che suonavano i tradizionali tamburi taiko. Ecco qui:
Sullo striscione appeso al muro c'e' scritto: 小田原ちょうちん夏まつOdawara choochin natsu-matsuri, ossia la fiera estiva delle lanterne di Odawara.

E per finire, vi voglio regalare un suono giapponese molto tipico dell'estate; chissa', forse e' il suono dell'estate piu' giapponese che ci sia. E' il canto delle cicale, quel canto forte, intenso, e a volte insistente che accompagna quasi incessantemente le lunghe ed afose estati giapponesi.
Ho girato questo brevissimo video dal salotto di casa mia. Nel video vedrete soltanto un pezzetto del giardino di casa, e la casa dei vicini, ma sentirete il forte canto delle cicale, un canto che ci accompagna da settimane ormai.
Qui sul blog potete ascoltare anche il tintinnio del mio fuurin che, accompagnato dal canto dei semi (o minminzemi, un nome che tenta d'imitare il verso di queste cicale), vi regalera' un briciolo di magica estate giapponese.