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giovedì, agosto 18, 2016

Un onigiri per l`anima

Scavando nei miei ricordi e forse voi nei vostri si ritrovano istantanee di grandi citta` che ad agosto si trasformavano in luoghi di silenzio, di strade solitarie, di serrande abbassate, di negozi chiusi, di sparute pizzerie prese d`assalto dai pochi disperati rimasti in balia del caldo e della noia.

Oggi tutto sta cambiando.

Certo, si avverte ancora quell`insolito senso di svuotamento della citta` accompagnato dal silenzio, dall`oscurita` dei condomini privati temporaneamente dei propri abitanti, ma sono sensazioni molto ridotte rispetto a un tempo.

Io sono rimasta in citta`.

E con me diverse centinaia di migliaia di persone, molti italiani e forse anche in gran parte cosiddetti "immigrati esterni" che - vuoi per impianto culturale o vuoi per ristrettezze economiche - non hanno optato per la provvisoria fuga dalla metropoli.

Un giro, in questi giorni, per Corso Giulio Cesare, Corso Palermo, Corso Romania, ma anche per le vie del centro tradurra` in esperienza le mie parole.

Da bambina aspettavo sempre con ansia l`estate per poter finalmente dormire e non pensare alla scuola, anche se studiare mi piaceva e mi e` sempre piaciuto. Ma soprattutto ogni estate speravo che si potesse andare qualche giorno al mare e sebbene le vacanze estive della mia infanzia siano state poche e modeste, le ricordo ancora con nitidezza ed una certa dose di affetto.

Da anni ormai, cioe` da quando andai via dall`Italia spezzando irrimediabilmente tutta una serie di consuetudini che quasi inevitabilmente si perdono se non ci si circonda di connazionali, non avverto piu` quel bisogno indotto della villeggiatura estiva.

Ed essere ritornata qui non e` servito a ricucire un bel niente perche` ormai lo strappo era fatto e anzi, si e` allargato sempre piu`. Ma questo forse e` argomento per un`altra volta.

Sto riassaporando la mia citta` in veste estiva, una citta` alleggerita dalle troppe persone, dai troppi veicoli, dalle troppe voci che concorrono l`una contro l`altra durante il resto dell`anno.

Le mie parole non sono quelle della volpe indispettita davanti all`uva, ma semplicemente le riflessioni di chi ha smesso di esser parte di questa societa` ufficialmente nell`estate del millenovecentoenovantanove e non e` piu` tornata fra le sue fibre.

Mi manca viaggiare, piu` di quanto forse questo disadorno blog possa trasmettere.

Schegge di Giappone da me
immortalate a giugno di quest`anno
Vi sono notti in cui lacrime spesse, calde e silenziose mi appannano la vista quando realizzo, ancora una volta, che sono di nuovo qui in questa Italia dove sono nata ma che non mi ha riaccolta come avrei voluto e anzi mi ha messa con le spalle al muro tante, tante, tante volte.

Pero` non voglio ora scivolare nel miserabilismo che a sua volta poi sfocia in un pessimismo fine a se stesso. Le cose capitano per un motivo, ne sono certa. Non vi e` casualita`.

E in quei giorni in cui avverto forte quel senso lacerante di nostalgia principalmente per il mio Giappone, fuggo dal pianto nudo e crudo. Quel pianto sconsolato che ti fa affondare nel letto e dove le lacrime bollenti e salate ti ricoprono il viso, facendovi appiccicare tutti i capelli disordinatamente un po` qui e un po` li`.

Quel pianto dove il buio si fa ancora piu` buio.

Ho imparato a fuggire da quel pianto di pura nostalgia perche` porta con se` un sapore sgradevole: quello della speranza che scivola via come un pugno di rena contro vento.

Allora cerco le carezze per l`anima.

Vi ricordate di Jack Canfield e della sua collezione di storie Brodo caldo per l`anima? Erano raccolte di storie vere che avevano come scopo quello di coccolare le nostre anime tartassate quotidianamente da continui esempi di cinismo, di crudelta`, di soprusi, il tutto amplificato a dismisura con l`arrivo di Internet che funge da inarrestabile cassa di risonanza . Sono degli abbracci per chi ha perso o sta perdendo fiducia nel genere umano pensando che esso non sia piu` in grado di agire con bonta`.

Io trovo e ritrovo ciclicamente i miei brodi caldi per l`anima nel ricreare i sapori che amo. E anzi, e` proprio nel ricrearli da sola che ritrovo grande sollievo perche` riuscire a ritrovare, con risorse estremamente limitate e in una cucina che forse e` piu` piccola del vostro sgabuzzino, quei sapori che qui sono difficili da incontrare e` una conquista ed un abbraccio. Ogni volta.

Per me un soul food che mi e` d`ausilio nel riconnettermi col Kanagawa sono gli onigiri oppure omusubi, se proprio voglio usare il termine piu` - diciamo cosi` - del cuore. Vi ricordate quando ve ne parlai? Fate un salto nel passato cliccando QUA, QUI tra i tantissimi articoletti che ho dedicato a questo cibo semplice ma deliziosamente speciale.

Li ho ripreparati molto di recente.

Ho misurato il riso.

Riso giapponese, varieta` Shinode. 
Da quando Yukiko-san ha chiuso il suo bel negozio nonche` mia importante fonte di ingredienti a Torino, sono dovuta ritornare a Porta Palazzo a prendere il riso giapponese.

Non e` un compito troppo ingrato e comunque le varieta` che si trovano sono tutte direi piu` che discrete. La maggior parte di esse proviene dalla Lomellina dove, oltre ovviamente le varieta` nostrane tradizionali, si coltiva riso di provenienza giapponese trapiantato in Italia.

Voi sapete che, salvo rarissime e costose eccezioni, il riso giapponese d`importazione in Italia non si trova. Quello che abbiamo qui e` il cosiddetto "sushi rice", una denominazione data per fornire un indizio su un possibile (ma non di certo l`unico!) utilizzo di questa particolare varieta` di riso.

Se abitate a Torino e dintorni, datemi retta e prendete l`Okome-san oppure lo Shinode nelle botteghe di Porta Palazzo dove li troverete a prezzi onesti. Lasciate perdere la pomposita` pretenziosa dei sushi rice etnici ed esotici della grande distribuzione o - peggio ancora - delle bio botteghe et similia.

Sconsiglio, a meno che non sia davvero l`unica soluzione, di ricorrere a sostituti perche` il risultato sara` diverso e non soddisfacente. Lasciate quindi perdere gli esperimenti con l`Originario o il Vialone Nano. Lo so, si dice che si prestino bene come sostituti, ma non e` proprio vero.
No e poi no categorico per il Basmati o il Thaibonnet, due varieta` assolutamente inadatte per la cucina giapponese.
Sono varieta` di riso non intercambiabili ed e` sufficiente esaminarne i chicchi crudi, anche solo in fotografia, per rendersene conto.

I miei ripieni preferiti per gli onigiri sono le umeboshi 梅干し:

e l`okaka おかか ossia katsuobushi, o scaglie di tonnetto bonito secco, mischiato a qualche goccia di salsa di soia.

La preparazione degli onigiri e` poi molto semplice e - sapete - non servono formine od aggeggi particolari. Servono solo le vostre mani, buona volonta`, un sorriso e un paio di altre cosette che ora vi mostro.

Avrete bisogno ovviamente del vostro riso cotto al vapore, possibilmente caldo, del sale marino, una scodella d`acqua fresca, dell`alga nori giapponese e i ripieni che avrete scelto.

Il mio piano di lavoro:

Esistono varie tecniche, tutte accettabili purche` portino allo stesso risultato.

Io mi inumidisco le mani nella scodella d`acqua fresca, dopodiche` metto un pochino di sale nel palmo di una mano e - lavorando rapidamente - inizio a maneggiare una dose di riso cotto. Per dosare il riso cotto potete aiutarvi con una semplice scodellina, tipo quelle da riso oppure da miso.

Aiutandomi poi con il dito indice, faccio un buchino al centro dell`onigiri e vi inserisco il ripieno che desidero. A questo punto, sempre alla svelta, finisco di modellare il mio omusubi chiudendo il buchino del ripieno e dando alla polpetta la sua forma finale che potra` essere tringolare, sferica, cilindrica, ecc. Sempre onigiri sara`.

E infine, se voglio ma non e` di certo un obbligo imposto dalla legge, aggiungo una foglia di alga nori di qualita`.

Ecco il mio soul food, la mia carezza, i miei onigiri per l`anima:


Preciso una cosa importante che sento di dover sottolineare: per cortesia, non mettete l`aceto nel riso degli onigiri!

Ho notato questa terribile abitudine che, mi dicono, nasce dalla denominazione data al riso tipo giapponese a cui accennavo prima, ossia sushi rice. Un fraintendimento un po` duro a morire.

Sono onigiri, non e` sushi.

Il riso per onigiri non e` condito. Il sale, come avete visto, lo si mette in quando si modellano gli omusubi e non in cottura. L`unica cosa che, se proprio volete, potete usare per dare un aroma in piu` al riso in cottura e` una striscia di alga konbu che rimuoverete non appena l`acqua avra` preso bollore.

Mi siedo, sospiro con calma, prendo delicatamente uno dei miei onigiri e lo addento con affettuosa golosita`.

Altro angolo di Giappone a Torino, da me
immortalato a giugno di quest`anno.
E il mio teletrasporto ha luogo. Il mio onigiri per l`anima ha asciugato, anche questa volta, le mie lacrime.

martedì, dicembre 17, 2013

Omusubi: il teletrasporto del cuore

I miei おむすび omusubi
"In my mind I'm goin' to Carolina
Can't you see the sunshine
Can't you just feel the moonshine
Ain't it just like a friend of mine
To hit me from behind
Yes I'm goin' to Carolina in my mind..."


Cantava, con voce infusa di malinconia, James Taylor.


Con la mente possiamo arrivare ovunque perche` le strade spariscono, i kilometri si dissolvono nel sangue che scorre velocemente nelle vene, un sangue pompato da un cuore che accelera al pensiero di un luogo tanto amato.


James rievoca la sua amata North Carolina e lo fa servendosi di parole cariche di emozioni accompagnate da melodie semplici.

Io invece mi servo unicamente delle mie parole perche` queste sono i colori della mia tavolozza.

La guarigione del mio cuore, dopo la nera tempesta, e` avvenuta lentamente. Mi sono accorta di stare meglio quando riuscivo di nuovo a sentire gli odori e a gustare i sapori della cucina giapponese, senza cadere in una tristezza davvero troppo profonda.

La malinconia per un posto di cui sentiamo la mancanza e` un sentimento umano e che ha ragione di esistere, ma quando altri fattori ne appesantiscono la difficolta` acuendone le spine allora bisogna prima guarire la ferita e poi ritornare alla dolce e sana malinconia.


E allora sono ritornata ad assaporare tutto.

Certo, al primo boccone di solito segue una fitta al cuore perche` la rievocazione dei ricordi e` istantanea, ma subito dopo segue la gioia per aver riscoperto quel sapore tanto amato e a cui inevitabilmente si legano dei ricordi.

Senza lacrime ma con sul volto un sorriso felice, ho ripreso i contatti con le mie radici adottive ritrovando la sintonia dei sapori che amo.

Ho preparato gli おむすび omusubi, l`altro nome - forse meno conosciuto ma piu` sentito e casalingo - degli onigiri.

Ho usato un riso giapponese di coltivazione, pero`, italica.

Questo:

お米さん Okome-san e` il nome di questo riso, prodotto dalla Italpo, un`azienda fondata dalla famiglia Morimoto e con sede nel cuore della Lomellina. Questo e` il loro sito.
L`inevitabile dicitura for sushi serve a rendere il prodotto facilmente collocabile sul mercato occidentale il quale, senza uno stereotipato punto di riferimento che gli dia un indizio, non saprebbe che fare.

E` ovvio, quindi, che il sushi e` solo uno dei piatti che si puo` preparare con questo riso, ma non di certo l`unico.

Okomesan quindi e` il riso italiano piu` giapponese possibile, senza esserlo di provenienza diretta.

Ma vi posso assicurare che e` quasi lui!

Come da consuetudine, non essendo questo un 無洗米 musenmai (ossia un tipo di riso che non richiede lavaggio), l`ho risciacquato un 3-4 volte prima di metterlo a cuocere in pentola.
La cottura e` avvenuta alla vecchia maniera, senza 炊飯器 suihanki o cuociriso elettrica, quindi.

L`ho messo in una pentola capiente e l`ho ricoperto d`acqua, senza bisogno di aggiungere niente. Ho messo il coperchio e a fiamma alta ho portato il tutto ad ebollizione. Ho quindi abbassato la fiamma al minimo e - sempre lasciando la pentola coperta - ho fatto cuocere per una ventina di minuti.

Nel frattempo, ho preparato i ripieni dei miei omusubi.

I miei ripieni, per meta` giapponesi e per meta` italianissimi, sono stati scelti con cura seguendo il mio gusto personale.

Ho preso del 鰹節 katsuobushi:
e l`ho mischiato a pochissime gocce di salsa di soia, formando cosi` l`okaka おかか, uno dei ripieni piu` popolari.
Ho poi, con la salivazione gia` a livelli stratosferici, portato in scena la 梅肉 bainiku, ossia la polpa di umeboshi, uno dei miei ripieni preferiti in assoluto.
Tra l`altro, se vi interessa, la bainiku e` disponibile su Dadakko-ya, il mio bazar.

Ed ecco tutti i miei ripieni, pronti per il loro momento di trionfo!


Nel piattino in alto a sinistra: tonno piccante e vicino - nientepopodimenoche` - dell`autentica sardella calabrese, una delle bonta` che prediligo.

Sotto, un formaggino delicato.

La bainiku.

L`okaka.

Il riso, terminata la sua cottura, e` rimasto a riposare ancora qualche minuto prima che iniziassi a smuoverlo delicatamente con il mio しゃもじ shamoji di bambu`, ossia la tradizionale paletta che si usa proprio per servire il riso.

Senza formine ma con solo l`ausilio delle mie manine e di carta trasparente per non trasformare il tutto in un disastro appiccicoso, ho preparato i miei omusubi.

Uno di questi l`ho avvolto in una striscia di alga nori precedentemente inumidita molto leggermente.

Primo morso, fitta al cuore, rievocazione mille ricordi e sensazioni. Sorriso sul volto, occhi che non vedevo ma che penso fossero illuminati, un altro sorriso seguito da uno - due - tre bocconi.

Il sapore dell`okaka e della bainiku in particolare sono stati i miei veicoli teletrasportatori e che mi hanno permesso, nel lasso di tempo necessario per affondare i denti nell`omusubi e percepirne i sapori, di ritornare laggiu`... a casa, a Sagamihara.


martedì, giugno 25, 2013

Scie di zucchero

Le scie di zucchero sono quelle sorprese inaspettate che - proprio perche` inattese - addolciscono la quotidianita`.

Possono essere piccoli gesti; una parola buona e gentile; un dono; l`affetto che ti mostra un animale venendoti vicino oppure guardandoti con occhi espansivi; una chiacchierata a cuor leggero; un sorriso; un paesaggio terribilmente incantevole; una folata di vento rinfrescante; un caffe` sorseggiato in solitudine; un libro che per te ha un valore particolare; i gridolini entusiasti di bambini che, nelle loro lunghe ed interminabili ore estive, rispecchiano l`euforia per un gioco.

Anche a costo di essere banale e forse persin noiosa, non mi stanco di ripetere quanto importante sia ogni tanto rallentare il passo e fermarsi ad apprezzare queste scie di zucchero, queste gemme che rendono un pochettino piu` lieta la nostra vita quotidiana.

Ieri il sole ed un monello temporale si sono rincorsi senza sosta. Sembrava di assistere ad uno strambo spettacolo in cui gli scenari vengono cambiati ininterrottamente da personaggi invisibili.

Quando toccava al sole giocare allora l`aria si faceva calda e ogni cosa brillava fino quasi ad accecare.
Quando, invece, toccava al temporale ecco che quella brillantezza di prima si tramutava velocemente in grigiore, mentre il calore si trasformava in un venticello frizzante che si divertiva a scompigliare capelli e a capovolgere ombrelli poco robusti.

Un mercatino delle pulci, nascosto in una piazzetta molto ordinata, mi ha naturalmente attirata.

Da un ragazzo e sua mamma e poi da un signore anziano ho acquistato i libri che vedete in alto a sinistra:

- Vivere del prof. Leone Maurizio. Un libro del 1945, pubblicato da una casa editrice fiorentina.

"Alla ricerca di un`arte che si perde: Vivere". Questo e` il titolo per esteso di questa piccola opera che emana una sensazione d`innocenza e delicatezza molto forti.

Il prof. Maurizio, con un linguaggio semplice ma dal sapore antiquato e nostalgico, affronta varie "arti" o virtu` necessarie per saper appunto vivere. Arti tipo quella di essere pazienti, di saper amare, di essere felici in famiglia, di leggere, di pensare, ecc.

- Il palanchino delle lacrime di Chow Ching Lie. Questo mi ha attratta perche` ha bersagliato la mia antica, ma ancor viva, passione per la storia cinese soprattutto quella relativa al periodo maoista. Una materia, questa, che ho studiato per anni in maniera del tutto indipendente e che su di me ha sempre esercitato grande fascino.

Ho avuto il privilegio d`intrattenere una rapida ma piacevole conversazione con la signora da cui ho acquistato Vivere. Una signora originaria di Agrigento ma trapiantata qui a Torino da tantissimi anni da il via a questa conversazione con una graziosa risata attraverso cui confessa - con un lieve imbarazzo - di essersi messa a rileggere Piccole Donne nonostante la sua eta`.
Mi chiede, piu` volte, se la cosa non mi faccia venir voglia di ridere, al che le rispondo che in realta` questo mi fa tenerezza. E molta.

Allora iniziamo a parlare di come siano cambiati i tempi e di come la lettura della celebre opera di Louisa May Alcott la faccia in realta` sorridere (amaramente, credo io) pensando a quanto e come tutto sia mutato.

Mi parla di pieta` filiale e della figura - un tempo tanto temuta e rispettata - della madre.

Mi racconta del suo trasferimento da Agrigento a Torino, in anni quando ancora era possibile finire le scuole dell`obbligo e trovare un inserimento lavorativo immediato quasi ovunque si desiderasse.
Mi racconta dell`incessante supporto ricevuto dalla famiglia e della sua gratitudine verso persone che in effetti si erano sacrificate, e non poco, per renderla felice.

E inevitabilmente si arriva all`amaro paragone con cio` che vediamo al giorno d`oggi ed io improvvisamente mi accorgo del peso dei miei anni.

Il mio pomeriggio prosegue con una pigrissima camminata in una zona verde della mia citta` dove l`odore delle magnolie, delle ginestre e degli abeti non ha rivali e dove l`umida frescura del fiume mi accoglie ad ogni passo.

Da un ponte mi fermo a scattare una foto di una stampa dal vivo che la mia citta` decide di regalarmi:
A ritroso coi pensieri, rievoco una scia di zucchero del giorno precedente quando - in occasione di un dolce incontro con Silvana, un`affezionata lettrice di questo blog - condivido con lei un momento di inadulterato Giappone, con lo struggente sapore di onigiri accompagnati da del te` verde ed un daifuku al matcha.
Abbiamo fatto merenda da Kokoro-ya, in Via Piave 9 a Torino.

Silvana, una ragazza dal cuore raro, mi ha portato due meravigliosi regali che aveva ordinato per me dal Giappone qualche tempo fa.

La famigliare eleganza e cura nei pacchetti e` per me una carezza al cuore:
ありがとう arigatoo.
いつもありがとう itsumo arigatoo.

Cosi` mi accolgono i due delicatissimi pacchetti.

Al loro interno, due furoshiki incantevoli.

Un tradizionalissimo furoshiki in tessuto chirimen, abbellito da fiori di ume.

Un altro stupendo furoshiki, anche questo in tessuto chirimen (il tessuto, a mio avviso, migliore per un furoshiki perche` ben si presta ad essere annodato), raffigurante i classici ornamenti da Hina-matsuri ひな祭り.

Conosco molto bene l`intenzione con cui Silvana mi ha presentato questi tesori. Un`intenzione nobile e preziosa, come il suo cuore.

Approfittando del giorno di festa, oggi 24 giugno, e quindi di rilassanti pulizie, ho ritrovato e riscoperto questo ヒョウタン hyootan decorato, acquistato per pochi spiccioli l`anno scorso in una bottega polverosa di Riva Ligure, in provincia d`Imperia.

Adesso il mio hyootan fa da delicato fermaporta.

Sono grata a chi ringrazio sempre, a chi ringrazio raramente per pigrizia, e a chi - peggio ancora - non ringrazio mai.

martedì, agosto 25, 2009

Onigiri di fine agosto

(A sinistra: i miei onigiri di oggi. Tutte le foto sono opera mia).

Forse e' davvero solo una mia impressione.
Forse saranno le angeliche note di questa 手を取り合って Te o toriatte dei Queen a farmi osservare il cielo con quel briciolo di malinconia che sembra accompagnare la fine di una stagione, ma ho l'impressione che il volto luminoso dell'estate stia iniziando - seppur molto lentamente - a coprirsi delicatamente di un velo grigiastro ed imbevuto di quell'effluvio settembrino che riesce a far apparire l'afa estiva come un ricordo di cui non riusciamo a mettere ben a fuoco i contorni.

Le cicale continuano il loro canto intenso e sincero, ma sembra che i momenti di silenzio - quelli in cui la quiete e' spezzata solo dalle note della vita quotidiana o magari dal canto di un passerotto appollaiato sul bordo di pietra grigia di un'aiuola - inizino piano piano ad aumentare.
L'uscita di scena dei minminzemi avverra' inesorabilmente, e con loro anche le fatate libellule blu giapponesi - quelle che con una grazia ed un'eleganza quasi oniriche volteggiano in aria roteando su nastri immaginari di seta azzurrina - ritorneranno dietro le quinte del palcoscenico della natura, per dare spazio ad una stagione che non e' piu' la loro.

Durante la settimana, pranzo quasi sempre da sola e questo mi permette di riutilizzare - possibilmente in maniera un po' creativa - gli avanzi della sera prima oppure di prepararmi cio' che preferisco.
E oggi mi sono tornati in mente gli onigiri, e in particolar modo il libro ad essi dedicati e che acquistai un po' di tempo fa. Era da tempo che non preparavo gli onigiri in casa, e allora ho pensato di porre rimedio a cio' proprio oggi.
A differenza delle altre volte in cui li ho preparati (come ad esempio qui, qui, e qui,) questa volta ho voluto seguire il metodo tradizionale, e cioe' quello che non prevede l'uso delle formine, ma solo l'uso delle proprie manine.
Ho l'impressione che gli onigiri preparati con le mani siano piu' belli perche' assumono un'aria piu' artigianale, piu' genuina, piu' ... giapponese!

Per prima cosa, ho preparato il riso. Kyoko mi diceva - e come ho potuto constatare piu' volte, ha ragione - che se si prepara solo una porzione di riso al vapore, questa non risultera' particolarmente buona. Il perche' di cio' rimane un mistero. Kyoko, dunque, consigliava di prepararne almeno due porzioni, anche a costo di surgelare quella in piu'.

Naturalmente, prima della cottura ho lavato il riso e ho conservato un po' della sua acqua di lavaggio.
Per tradizione, i giapponesi detestano lo spreco e cercano di evitarlo ogni qualvolta ne hanno la possibilita' (anche se questo spesso contrasta con il terribile spreco quotidianamente praticato nei negozi e centri commerciali., e.g. scatole, scatoline, pacchi, pacchetti, e contropacchetti). L'acqua di lavaggio del riso, da sempre, ricopre un ruolo importante nelle case dei giapponesi, soprattutto di quelli un po' piu' attenti all'ambiente. Kyoko, ad esempio, mi consigliava di usarla per innaffiare le piante perche' questa e' un'acqua ricca di minerali e sarebbe quindi un peccato buttarla.
Sara' un caso, ma da quando ho iniziato a seguire questo consiglio, le piante di casa sembrano aver ritrovato un benessere del tutto inaspettato!

Piccola aggiunta: proprio questa stasera stavo guardando un programma alla televisione in cui parlavano dei segreti di bellezza di una ragazza che, per mantenere una pelle morbida e luminosa, oltre a bere un succo di verdura e frutta tutte le mattine (se non ricordo male, la sua ricetta prevede: un pomodoro, una costa di sedano, un cetriolo, una mela), dopo aver lavato il riso ne conserva l'acqua di lavaggio e la usa per farsi degli impacchi sul viso. Diceva che, mentre sbriga alcune faccende domestiche al mattino, sul viso tiene dei batuffoli di cotone imbevuti dell'acqua di lavaggio del riso; dopo aver finito le sue faccende domestiche, toglie semplicemente i batuffoli e si risciacqua il viso con dell'acqua.
Beh, si puo' provare! E' sicuramente un metodo economico!

Mentre il riso era in cottura, mi sono messa all'opera e ho preparato i condimenti per i miei onigiri.
Innanzitutto, ho preparato un 薄焼き卵 usuyaki-tamago, ossia un'omelette sottilissima, usando solo un uovo e basta (niente sale, pepe, ecc).
Ho sbattuto l'uovo, l'ho suddiviso in due parti e l'ho messo a cuocere in un padellino da tamagoyaki leggermente unto, preparando cosi' una frittatina sottilissima.

Ho messo da parte la frittatina, e ho preparato l'okaka おかか. L'okaka e' uno dei ripieni per onigiri piu' tradizionali che esista! Il suo sapore - si dice - e' cosi' particolare e cosi' giapponese da essere difficilmente apprezzato da chi non e' cresciuto circondato da onigiri farciti di okaka. L'okaka e' composto semplicemente da katsuobushi (scaglie di tonnetto secco) mischiato ad un goccino di salsa di soia.

Ho usato circa 1g di katsuobushi (e siccome e' leggerissimo, sembra che in realta' ve ne sia molto di piu'!):
Al katsuobushi ho aggiunto mezzo cucchiaino scarso di salsa di soia.

Ho mischiato molto bene i due ingredienti e... l'okaka era pronto nel giro di pochi secondi!
In frigo, avevo dei peperoni di ieri sera e che avevo fatto saltare in padella con un po' d'olio d'oliva ed uno spicchio d'aglio tagliato fine, e siccome il ricettario consigliava proprio anche i peperoni come ottimo ripieno per onigiri, ero a posto.

All'appello, naturalmente, non mancavano il sale e l'alga nori:
Ma il vero protagonista in questo caso e' il riso! Ecco il riso appena cotto...
Il riso e' un alimento a cui i giapponesi mostrano sempre la massima riverenza, e questo rispetto solenne si manifesta anche nei momenti apparentemente piu' insignificanti, come quando lo si deve passare dalla pentola alle scodelle. Il riso, durante la cottura, aderisce alla parte interna della pentola e ne prende un po' la forma. Questo significa che non va bene servire il riso prima che questo sia stato delicatamente girato perche' altrimenti ci si ritroverebbe con dei bocconi rotondeggianti di riso nella scodella, e la cosa e' decisamente poco gradevole dal punto di vista estetico.
Kyoko mi ripete spesso quanto sia importante girare il riso cotto innanzitutto utilizzando solo ed esclusivamente una paletta da riso che sara' stata velocemente passata sotto un getto d'acqua fredda. Inoltre, il riso va girato lentamente e delicatamente dal basso verso l'alto, cercando d'incorporare in esso un po' d'aria. Solo dopo questa semplice - ma indispensabile - operazione si potra' servire il riso in tavola od utilizzarlo per altre preparazioni.
Ecco il riso "arieggiato":
L'autrice del libro consiglia di usare una normalissima scodella giapponese da riso come contenitore con cui misurare la porzione ideale per il riso con cui modellare ogni onigiri. Precisa, inoltre, che la quantita' media contenuta da una scodella e' abbastanza sostanziosa, ma cosi' facendo si otterranno onigiri che si presteranno bene come pasto unico e che sazieranno senza alcun dubbio.

Ho usato, quindi, una mia semplice scodella:
Per ogni onigiri, ho riempito la scodella con un po' di riso:
Purtroppo, non essendoci nessuno che potesse scattar foto mentre modellavo gli onigiri, non ho potuto documentare la parte in cui davo la forma al riso e ho potuto riprendere a far foto solo nella fase successiva.

Comunque sia, ho seguito le istruzioni del libro e questi sono i passaggi consigliati:

- Mi sono inumidita le mani con dell'acqua messa in una ciotolina che ho tenuto vicino a me.
- Con le mani umide, ho preso in mano la porzione di riso e l'ho modellata in modo molto approssimativo.
- Ho subito farcito gli onigiri con i ripieni messi da parte. Per la farcitura, ho semplicemente fatto un buchino nel riso usando un dito e ho poi riempito il buco con il ripieno scelto.
- Solo dopo la farcitura, si puo' modellare in modo definitivo l'onigiri dando ad esso la forma che piu' si preferisce.
- Come tocco finale, ho versato un briciolino di sale sul palmo di una mano e su di esso ho fatto rotolare delicatamente l'onigiri in modo da salarne uniformemente la superficie.

Essendo in vena un po' bambinesca, ho pensato di dare ad ogni mio onigiri una forma diversa: ne ho fatto uno triangolare, uno cilindrico e uno a sfera un po' appiattita.
Ho farcito l'onigiri triangolare con l'okaka e all'esterno l'ho abbellito con l'alga nori.
L'onigiri cilindrico, invece, non aveva alcun ripieno ma l'ho fatto prima rotolare in un pochettino di sale e poi l'ho avvolto in un pezzo di frittatina.
E per finire, l'onigiri sferico ed appiattito l'ho semplicemente farcito con il trio di peperoni e l'ho poi salato leggermente e guarnito con qualche altra strisciolina di peperoni.

Ho servito i miei onigiri di fine agosto sopra un 竹の皮 take no kawa essiccato. Il take no kawa e' quella specie di membrana che protegge il bambu' ed e' un elemento molto molto tradizionale della cucina giapponese, e viene utilizzato proprio come elemento decorativo, in particolar modo per gli onigiri a cui conferisce un aspetto squisitamente antiquato.
Il take no kawa si trova in molti negozi di alimentari e in alcuni supermercati. Questa e' la confezione che ho acquistato io da Tokyu Hands:

Rimanendo sempre in tema di riso, di recente ho chiesto a Kyoko come si potesse utilizzare il riso cotto avanzato. Lei mi ha dato molte idee davvero originali, ma una in particolare mi e' sembrata assolutamente geniale! Mi ha consigliato di mettere il riso avanzato in sacchetti di plastica (tipo ziploc) e di metterlo nel freezer.
Quando si vorra' utilizzare quel riso congelato, bastera' tirarlo fuori dal freezer e lasciarlo scongelare a temperatura ambiente. Kyoko dice che lei, solitamente, con quel riso prepara degli onigiri che fa poi grigliare velocemente, facendo cosi' degli yaki-onigiri e che spennella con un po' di salsa di soia.
In alternativa, diceva che le piace molto mischiare quel riso scongelato con del riso fresco e preparare un chahan (una sorta di riso alla cantonese) molto veloce e a cui poter aggiungere avanzi vari di verdure, carne o pesce.

Tutto questo perche' buttare via del riso ancora commestibile e' un qualcosa che sa di sacrilego. Non so, ma credo sia un po' come buttare via il pane.

E cosi', eccomi anch'io qui con i miei sacchetti di riso congelato!

giovedì, giugno 04, 2009

Onigiri, warabi-mochi e varie

(Questi sono gli onigiri che mi ha portato oggi Kyoko)

Il valzer delle nuvole con il sole e la pioggia non e' ancora terminato, e molto probabilmente lo spettacolo metereologico continuera' ancora per qualche settimana.
D'altra parte siamo solo all'inizio della stagione delle piogge, quindi bisognera' portare un po' di pazienza con i capricci climatici che verranno.

Come ogni giovedi', anche oggi Kyoko e' venuta a casa mia per la sua lezione settimanale d'italiano.
Questa volta, pero', oltre la nostra consueta oretta d'italiano, abbiamo fatto anche un'oretta di giapponese.

Kyoko, cara e generosa amica, ha deciso di aiutarmi a sconfiggere un po' di quella paura che mi assale ogniqualvolta mi tocca parlare in giapponese. E' una paura che nasce dal timore di non riuscire a capire o a farmi capire; un timore che mi blocca quasi completamente e mi fa dimenticare all'istante tutto quello che so.
E' una paura - ne sono certa - che scaturisce anche dal fatto che non sono molto brava ad esprimermi a voce nemmeno in italiano, mia lingua madre (ovviamente so parlare a voce in un italiano corretto, ma m'impappino con facilita', mi viene da tossicchiare, mi sudano le mani e finisco col bloccarmi del tutto). Insomma, mi sento sempre e maggiormente a mio agio quando scrivo che non quando parlo.

Tempo fa, se ricordate, scrissi anche qualcosa a proposito della mia paura del telefono, una paura che a quanto pare e' condivisa (e pazientemente sopportata) da molti.

E' tutto collegato, quindi. Parlare, per telefono o di persona, mi mette sempre in agitazione.

Kyoko ha pensato, quindi, di fare uno scambio di lezioni: un'ora di giapponese per me e un'ora d'italiano per lei. Nell'ora di giapponese leggiamo un brano e conversiamo sull'argomento affrontato, mentre nell'ora d'italiano studiamo un po' di grammatica e leggiamo qualche storiella.

Mi sento molto fortunata ad avere quest'opportunita' e sono sicura che grazie alla lunga esperienza e all'aiuto della bravissima Kyoko riusciro', piano piano, a vincere questa paura.

alcune schede che mi ha dato Kyoko e che sono interamente dedicate all'uso corretto del 敬語 keigo (linguaggio onirifico giapponese)...e la mia penna di Shinzi Katoh! Ma non e' carinissima?
In giapponese saper leggere e scrivere e saper parlare sono capacita' molto diverse fra loro e l'una non include automaticamente l'altra. Anzi! Saper parlare il giapponese non significa affatto saperlo scrivere. Per poter leggere e scrivere correttamente in giapponese e' necessaria la conoscenza dei kana e dei kanji (oltre la grammatica, ovviamente). Questa e' una delle differenze sostanziali che separa il giapponese da altre lingue, come quelle europee per esempio. Questa e' anche una delle differenze di cui tener conto quando si vuole decidere quale lingua scegliere e studiare.
La netta distinzione fra le capacita' necessarie per leggere / scrivere e parlare si traduce in tempi di studio generalmente molto lunghi; e' un percorso di studio tortuoso e che richiede enorme entusiasmo, forza di volonta' e voglia di fare.

Kyoko, infatti, mi parlava di alcuni suoi conoscenti stranieri che, pur avendo addirittura superato il primo livello del JLPT, ancora non sono in grado di esprimersi oralmente in modo sicuro e sciolto. Questo significa che spesso gli studenti diligenti di questa lingua hanno il giapponese in testa e riescono quindi a leggerlo e a scriverlo, ma quello stesso giapponese che defluisce senza singhiozzi dalla penna o che scorre pacificamente davanti agli occhi s'aggroviglia e s'ingarbuglia nel momento in cui si ritrova a dover fuoriuscire dalla bocca sotto forma di parole.
Mi spiegava che per poter ovviare a cio' e' importante dedicare un po' di tempo anche alla conversazione, evitando cosi' di cadere nella trappola della paura di sbagliare e di venir derisi.

Naturalmente l'ideale sarebbe affiancare la lettura costante e regolare di materiale autentico all'uso della lingua parlata attraverso la conversazione.

Kyoko oggi mi ha portato dei deliziosi onigiri. Uno con ripieno di おかか okaka (scaglie di katsuo secco mischiate con salsa di soia...uno dei miei ripieni preferiti!) e l'altro con ripieno allo shiso. Lo shiso e' un tipo di pianta molto utilizzato in cucina e che viene spesso chiamato anche "basilico giapponese" sebbene non abbia nulla che ricordi il basilico nostrano. Di shiso ne esistono diverse varieta', tra cui quello verde e quello viola. Ecco una foto scattata da me di alcune foglie di shiso verde. La foto appartiene a quest'articoletto.

Ecco gli onigiri di Kyoko:
Assieme agli onigiri, Kyoko mi ha portato un vassoietto dei miei wagashi preferiti! I わらび餅 warabi-mochi!
In realta', i warabi-mochi non sono veri e propri mochi preparati, cioe', con riso cotto e pestato con il mortaio fino a diventare una poltiglia. I warabi-mochi sono piu' simili a gelatine, e sono a base di un amido estratto dalla pianta della felce. Da questa preparazione si ottengono dei blocchetti di gelatina che vengono tagliati in pezzi piccoli e poi passati nel kinako o farina di soia tostata.
Si possono gustare cosi' come sono...
...oppure con una spruzzatina di paradisiaco 黒みつ kuro-mitsu, uno sciroppo preparato con zucchero di canna di Okinawa.
Un mese e mezzo fa circa, curiosando fra i disordinati scaffali di un negozio che vende libri vecchi, sedie scompagnate, kimono smessi, vasellame antico e qualche lavatrice e frigorifero arrugginiti, ho scovato un paio di numeri di un fumetto il cui protagonista - molto rapidamente - si e' conquistato la mia simpatia: コボちゃん Kobo-chan.
Questo fumetto, il cui autore e' 植田まさし Ueda Masashi, e' nato sulle pagine del famoso quotidiano giapponese 読売新聞 Yomiuri Shinbun su cui le avventure del birichino Kobo-chan appaiono in quattro esilaranti vignette per volta. Buffe storielle create per divertire i lettori dell'autorevole quotidiano nipponico.
Le vignette del signor Ueda sono state poi raccolte in volumetti nei quali le avventure di Kobo-chan sono ancora nel formato originale, cioe' in quattro vignette proprio come sono apparse sullo Yomiuri Shinbun.

Questo fumetto racconta le avventure quotidiane del simpatico Kobo-chan, un bimbino dell'asilo che vive in una citta' qualunque del Giappone assieme ai suoi genitori e ai suoi nonni materni.
Sono storie semplici ma farcite di quella deliziosa ironia giapponese che le rende particolarmente comiche, soprattutto considerando che le intere vicende si srotolano tutte nell'arco di sole quattro vignette dimostrando, cosi', l'ammirevole bravura del signor Ueda.
Di Kobo-chan sto facendo incetta. Ho gia' divorato due volumetti piu' una mega raccolta-almanacco che equivale a tre volumi normali. In questo periodo Kobo-chan e' la mia lettura notturna preferita perche' mi fa ridere e mi fa addormentare accompagnata da pensieri positivi e leggeri. Mi fa dimenticare le preoccupazioni quotidiane e mi ricorda l'importanza di una sana risata con cui concludere saggiamente la giornata.

Di giorno, invece, preferisco dedicare un po' di tempo a delle letture piu' impegnative, sia come contenuti che come difficolta' linguistica. Tra queste letture, ecco alcune mie recenti scoperte, ovvero brevi romanzi interamente ambientati nell'affascinante Periodo Edo:
Ma gira e rigira, sempre di libri parlo. E guarda caso, domani andro' alla volta di un'esplorazione solitaria di Tokyo, e in particolar modo del quartiere di Jinboochoo, una zona famosa per l'altissima concentrazione di....librerie! Si dice che Jinboochoo stia ai topi di biblioteca quanto Akihabara sta agli appassionati di elettronica.
Benissimo.
Preparo la mia borsetta, una borsa di tela per gli acquisti libreschi (che avverranno senz'alcun dubbio), un ombrello, un paio di scarpe comode e vado.