Le scie di zucchero sono quelle sorprese inaspettate che - proprio perche` inattese - addolciscono la quotidianita`.
Possono essere piccoli gesti; una parola buona e gentile; un dono; l`affetto che ti mostra un animale venendoti vicino oppure guardandoti con occhi espansivi; una chiacchierata a cuor leggero; un sorriso; un paesaggio terribilmente incantevole; una folata di vento rinfrescante; un caffe` sorseggiato in solitudine; un libro che per te ha un valore particolare; i gridolini entusiasti di bambini che, nelle loro lunghe ed interminabili ore estive, rispecchiano l`euforia per un gioco.
Anche a costo di essere banale e forse persin noiosa, non mi stanco di ripetere quanto importante sia ogni tanto rallentare il passo e fermarsi ad apprezzare queste scie di zucchero, queste gemme che rendono un pochettino piu` lieta la nostra vita quotidiana.
Ieri il sole ed un monello temporale si sono rincorsi senza sosta. Sembrava di assistere ad uno strambo spettacolo in cui gli scenari vengono cambiati ininterrottamente da personaggi invisibili.
Quando toccava al sole giocare allora l`aria si faceva calda e ogni cosa brillava fino quasi ad accecare.
Quando, invece, toccava al temporale ecco che quella brillantezza di prima si tramutava velocemente in grigiore, mentre il calore si trasformava in un venticello frizzante che si divertiva a scompigliare capelli e a capovolgere ombrelli poco robusti.
Un mercatino delle pulci, nascosto in una piazzetta molto ordinata, mi ha naturalmente attirata.
Da un ragazzo e sua mamma e poi da un signore anziano ho acquistato i libri che vedete in alto a sinistra:
- Vivere del prof. Leone Maurizio. Un libro del 1945, pubblicato da una casa editrice fiorentina.
"Alla ricerca di un`arte che si perde: Vivere". Questo e` il titolo per esteso di questa piccola opera che emana una sensazione d`innocenza e delicatezza molto forti.
Il prof. Maurizio, con un linguaggio semplice ma dal sapore antiquato e nostalgico, affronta varie "arti" o virtu` necessarie per saper appunto vivere. Arti tipo quella di essere pazienti, di saper amare, di essere felici in famiglia, di leggere, di pensare, ecc.
- Il palanchino delle lacrime di Chow Ching Lie. Questo mi ha attratta perche` ha bersagliato la mia antica, ma ancor viva, passione per la storia cinese soprattutto quella relativa al periodo maoista. Una materia, questa, che ho studiato per anni in maniera del tutto indipendente e che su di me ha sempre esercitato grande fascino.
Ho avuto il privilegio d`intrattenere una rapida ma piacevole conversazione con la signora da cui ho acquistato Vivere. Una signora originaria di Agrigento ma trapiantata qui a Torino da tantissimi anni da il via a questa conversazione con una graziosa risata attraverso cui confessa - con un lieve imbarazzo - di essersi messa a rileggere Piccole Donne nonostante la sua eta`.
Mi chiede, piu` volte, se la cosa non mi faccia venir voglia di ridere, al che le rispondo che in realta` questo mi fa tenerezza. E molta.
Allora iniziamo a parlare di come siano cambiati i tempi e di come la lettura della celebre opera di Louisa May Alcott la faccia in realta` sorridere (amaramente, credo io) pensando a quanto e come tutto sia mutato.
Mi parla di pieta` filiale e della figura - un tempo tanto temuta e rispettata - della madre.
Mi racconta del suo trasferimento da Agrigento a Torino, in anni quando ancora era possibile finire le scuole dell`obbligo e trovare un inserimento lavorativo immediato quasi ovunque si desiderasse.
Mi racconta dell`incessante supporto ricevuto dalla famiglia e della sua gratitudine verso persone che in effetti si erano sacrificate, e non poco, per renderla felice.
E inevitabilmente si arriva all`amaro paragone con cio` che vediamo al giorno d`oggi ed io improvvisamente mi accorgo del peso dei miei anni.
Il mio pomeriggio prosegue con una pigrissima camminata in una zona verde della mia citta` dove l`odore delle magnolie, delle ginestre e degli abeti non ha rivali e dove l`umida frescura del fiume mi accoglie ad ogni passo.
Da un ponte mi fermo a scattare una foto di una stampa dal vivo che la mia citta` decide di regalarmi:
A ritroso coi pensieri, rievoco una scia di zucchero del giorno precedente quando - in occasione di un dolce incontro con Silvana, un`affezionata lettrice di questo blog - condivido con lei un momento di inadulterato Giappone, con lo struggente sapore di onigiri accompagnati da del te` verde ed un daifuku al matcha.
Abbiamo fatto merenda da Kokoro-ya, in Via Piave 9 a Torino.
Silvana, una ragazza dal cuore raro, mi ha portato due meravigliosi regali che aveva ordinato per me dal Giappone qualche tempo fa.
La famigliare eleganza e cura nei pacchetti e` per me una carezza al cuore:
ありがとう arigatoo.
いつもありがとう itsumo arigatoo.
Cosi` mi accolgono i due delicatissimi pacchetti.
Al loro interno, due furoshiki incantevoli.
Un tradizionalissimo furoshiki in tessuto chirimen, abbellito da fiori di ume.
Un altro stupendo furoshiki, anche questo in tessuto chirimen (il tessuto, a mio avviso, migliore per un furoshiki perche` ben si presta ad essere annodato), raffigurante i classici ornamenti da Hina-matsuri ひな祭り.
Conosco molto bene l`intenzione con cui Silvana mi ha presentato questi tesori. Un`intenzione nobile e preziosa, come il suo cuore.
Approfittando del giorno di festa, oggi 24 giugno, e quindi di rilassanti pulizie, ho ritrovato e riscoperto questo ヒョウタン hyootan decorato, acquistato per pochi spiccioli l`anno scorso in una bottega polverosa di Riva Ligure, in provincia d`Imperia.
Adesso il mio hyootan fa da delicato fermaporta.
Sono grata a chi ringrazio sempre, a chi ringrazio raramente per pigrizia, e a chi - peggio ancora - non ringrazio mai.
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martedì, giugno 25, 2013
lunedì, dicembre 07, 2009
Una donabe blu e varie
In autunno e in inverno ritornano in auge, sulle tavole giapponesi, le 土鍋 donabe, ossia le pentole di terracotta. Con le donabe si possono preparare davvero molti piatti. Il repertorio di ricette per questo tipo di pentola e' noto col nome di 土鍋料理 donabe-ryoori, e tra le specialita' compaiono deliziose zuppe di carne, verdure, tofu, pesce, molluschi, ecc.
Le ricette sono tantissime, e come capita spesso nella cucina casalinga tradizionale, altrettante sono le varianti.
Ma con la donabe non si preparano solo zuppe, ma anche del delizioso riso al vapore (senza bisogno, dunque, della cuociriso!). Vi spieghero' come, appena possibile.
In commercio, inoltre, esistono centinaia di ricettari interamente dedicata all'uso della donabe con cui poter preparare davvero qualunque cosa, anche i dolci!
Da quando e' arrivato il freddo mi e' venuta voglia di mettermi alla ricerca di una bella donabe da acquistare, ma volevo che fosse un po' particolare. Inoltre, volevo che fosse assolutamente 日本製 nihon-sei, ossia di produzione giapponese.
Sono cosi' andata ad esplorare negozi, negozietti e i reparti di articoli casalinghi di grossi centri commerciali, nella speranza di trovare una donabe che mi piacesse all'istante. Naturalmente, vista la stagione in cui siamo, l'assortimento in vendita di queste pentole in terracotta e' immenso! Vi sono donabe di tutti i colori e le forme possibili ed immaginabili; di tutti i prezzi e di tutte le dimensioni.
Nel corso della mia spedizione "Alla ricerca della donabe perfetta", ho scoperto che - purtroppo o per fortuna, dipende - il mercato giapponese e' invaso da donabe d'importazione cinese. Queste donabe cinesi, naturalmente, assomigliano in tutto e per tutto a quelle giapponesi, anche se quelle cinesi sono decisamente piu' economiche delle altre.
Davanti a me si e' profilata una montagna di pentole di terracotta pericolosamente accatastate le une sulle altre.
Ero in estasi!
Dopo neanche un paio di minuti di rapida ispezione, i miei occhi si sono posati sulla splendida donabe blu che vedete nelle immagini.
Comunque sia, l'ho ammirata e rimirata per qualche minuto, anche se in cuor mio gia' sapevo che sarebbe tornata a casa con me. Per non prendere decisioni affrettate, pero', ho fatto un giretto all'interno del centro commerciale e poi sono ritornata davanti alla montagna di donabe, dove la delicata pentola blu di terracotta era ancora li' che mi aspettava con pazienza.
Le donabe, pero', come d'altronde tutto il vasellame di terracotta adibito ad uso alimentare, vanno prima sottoposte ad una sorta di stagionatura per eliminare l'odore naturale della terracotta e per creare una patina sulla superficie porosa della parte interna della pentola. Senza la stagionatura, i cibi cotti nella donabe rischierebbero di assorbire sia l'odore che il sapore della terracotta. Inoltre, senza la stagionatura, le donabe a loro volta assorbirebbero gli odori dei cibi e si macchierebbero piu' facilmente.
In alternativa, si puo' usare semplicemente un po' di とぎ汁 togijiru (acqua di lavaggio del riso) mischiata a bucce di verdure.
Un altro metodo, invece, prevede semplicemente l'uso di acqua mischiato ad un cucchiaino o due di farina.
In casa avevo un po' di riso bianco avanzato e un po' di togijiru, e cosi' ho mischiato entrambi e ho aggiunto anche qualche buccia di carota e del porro.
Giovedi' scorso sono stata invitata a pranzo da Kyoko, e insieme abbiamo un ottimo pranzo tradizionale in un ristorante di sua conoscenza. Tra le deliziose meraviglie, vi era anche del tempura di ostriche!
Ed ecco il tempura di gamberi, ostriche e funghi:
Siamo andate cosi' a dare un'occhiata alle riproduzioni in plastica degli osechi-ryoori dato che stavo pensando di ordinarne uno. Ricordo che il termine おせち料理 osechi-ryoori si riferisce ai piatti tradizionali giapponesi per il Capodanno.
E visto che il Capodanno si sta avvicinando sempre di piu', in tutti i centri commerciali del Giappone sono in esposizione riproduzioni in plastica degli osechi-ryoori che e' possibile ordinare direttamente in loco. Io ho fotografato alcuni di questi finti osechi, ed eccoli qua:
Ma i tempi cambiano, e con essi anche i gusti e le preferenze della gente. Si ha sempre meno tempo da dedicare ai fornelli, e piano piano alcune vecchie tradizioni stanno via via dileguandosi nell'oblio. Una di queste e' appunto la preparazione a mano dell'osechi-ryoori, una tradizione al giorno d'oggi osservata da ben poche famiglie. La preparazione dell'osechi-ryoori e' elaborata e richiede molta pazienza e tempo, e questo e' uno dei motivi principali per cui la maggior parte dei giapponesi preferisce affidarsi alle mani esperte di ditte e ristoranti specializzati nella vendita di osechi-ryoori gia' pronti.
L'osechi-ryoori e' generalmente molto costoso sia da preparare a mano che da ordinare, e i prezzi degli osechi gia' pronti variano soprattutto in base alla fama della ditta o del ristorante che li vende. Ci sono osechi-ryoori provenienti da famosi e rispettatissimi ristoranti di Kyoto che oltrepassano tranquillamente i millecinquecento euro!
Senza pero' arrivare a cifre da capogiro come quelle, e' comunque possibile farsi venire un mancamento anche solo guardando i prezzi degli osechi-ryoori dei centri commerciali, oppure i prezzi esposti sui tantissimi cataloghi che ogni anno vengono stampati proprio per la vendita su ordinazione di questi tradizionalissimi pasti.
Anche quest'anno ho preso alcuni di questi cataloghi e me li sono spulciati con grande curiosita':
Nei secoli scorsi, i juubako erano composti da quattro o cinque dan, soprattutto quelli utilizzati in famiglie particolarmente abbienti. A tal proposito, vi rimando ad un mio articoletto in cui vi parlai di un vecchio juubako del Periodo Meiji acquistato ad una fiera dell'antiquariato; come vedete, quel juubako e' composto da quattro dan.
In questo periodo e' ancora possibile ordinare molti osechi-ryoori, tranne forse quelli piu' esclusivi, andati a ruba sicuramente mesi fa. Gli osechi-ryoori particolarmente ricercati in genere vengono ordinati addirittura con un anno d'anticipo!
Se pero' non si vogliono spendere cifre astronomiche, e' possibile comunque virare in direzione di osechi piu' modesti, magari da uno o due dan. I prezzi piu' ragionevoli che abbia visto fino adesso si aggiravano su 12,000 yen (circa 90 euro).
Sfogliando uno di questi cataloghi, non ho potuto non sorridere quando ho trovato un trafiletto dedicato ad una ditta che produce addirittura gli osechi-ryoori per cani! E vicino alla foto di quel grazioso cagnolino c'e' scritto: "Anch'io voglio festeggiare insieme a te! Bau!".
Ecco qua:
Naturalmente, fotografero' il risultato e postero' le immagini qui sul blog.
Volendo seguire la tradizione, da Isetan pero' ho acquistato tre paia di bacchette di Capodanno, abbellite dagli animali dell'oroscopo giapponese e dal dorato e propiziatorio kanji 寿 kotobuki, ossia lunga vita:
Daremo presto il benvenuto all'anno della Tigre! Se avete tempo e se v'incuriosisce l'argomento legato al Capodanno giapponese, vi rimando ad alcuni miei vecchi articoletti: qua, qua, e qua.
Buona lettura e buon proseguimento di settimana!
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martedì, maggio 26, 2009
Un po' d'Italia...in Giappone
Da che ricordi, ho sempre creduto che dopo una giornata (o un periodo) tempestoso arrivasse puntualmente un po' di sole a rinfrancare lo spirito e a ridare quel tanto di ottimismo che basta per non ricadere a terra.E anche stavolta non mi sbagliavo.
Giorni fa, in seguito ad un problema di salute che mi ha spaventata moltissimo e di cui preferirei non parlare per il momento, sono passata nel giro di brevissimo tempo da uno stato di disperazione ed angoscia ad uno di sollievo e leggerezza. E' non e' stata una leggerezza qualunque, ma quella sensazione di rinascita che pur ridandoti benessere e tranquillita', ti costringe a fermarti a pensare; ti costringe a sederti e a riflettere sui tuoi ritmi e sulle tue abitudini, chiedendoti di rivederne qualcuna e sollecitandoti a darti una ridimensionata.
Ci si rende conto all'instante di quanto poco in realta' ci conosciamo, ma ci si rende anche conto che in fondo il corpo e' il nostro miglior alleato perche' ci avverte quando qualcosa non va.
Con questi avvertimenti ben impressi nella mente, mi sono rialzata, ho respirato profondamente e ho ripreso la mia vita dal punto in cui l'avevo lasciata. Questa volta, pero', con un maggior senso di gratitudine verso Qualcuno o Qualcosa per la vita che mi e' stata data, e con la forte consapevolezza che nulla mi e' dovuto.
E sabato e' stata la giornata raggio di sole che mi ha aiutata a chiudere la parentesi buia dei giorni scorsi e a riprendere la mia vita con l'entusiasmo e la curiosita' di sempre.
La settimana scorsa eravamo stati invitati dal nostro amico Dino - primo pizzaiolo alla mitica pizzeria Tonino di Tokyo - ad un party privato che si sarebbe tenuto nei locali del ristorante, sabato sera. La serata era stata organizzata in occasione della cerimonia ufficiale di consegna del prestigioso marchio dell'AVPN (Associazione Vera Pizza Napoletana) alla pizzeria Tonino, ma e' stato contemporaneamente anche un modo, da parte dei gestori del ristorante, d'introdurre e quindi affiancare un nuovo menu' di alta cucina al menu' tradizionale (primi, secondi, pizze, ecc.).Ecco una foto scattata sabato sera. Qui vedete uno degli apprendisti pizzaioli giapponesi all'opera:
Ci si poteva servire di tutti i cibi e di tutte le bevande a volonta' e...gratuitamente! Non a caso, infatti, c'era il pienone! Tutti noi che abbiamo ricevuto il preziosissimo invito non ci siamo di certo lasciati scappare questa golosa opportunita'!
A meta' serata c'e' stata una video-conferenza in diretta con la Pizzeria Tonino di Bologna (nelle foto, vedete che c'e' un televisore acceso? Ebbene, eravamo in diretta proprio con la pizzeria bolognese!). Tra l'altro, se c'e' qualche bolognese fra i lettori del blog, vi consiglio di andare a dare un'occhiata alla Pizzeria Tonino della vostra citta'. Ecco qui il link.
E naturalmente se siete a Tokyo, allora scendete alla stazione di 下高井戸 Shimotakaido sulla Keio Line. La pizzeria e' a neanche cinquanta metri dalla stazione.
Ecco ancora qualche foto della serata.
Qui era ancora in corso la diretta con Bologna e la premiazione da parte dell'AVPN:
A fine serata, prima di andare via, ad ognuno di noi e' stato consegnato un elegante sacchetto contenente una bottiglia di vino rosso italiano. Ecco qui le nostre bottiglie:
Davvero simpatico questo Peppe! Mi ha detto di essere qua in Giappone da due anni e mezzo e mi ha parlato un po' di come si trova a lavorare qui e della sua vita cosi' giapponese eppure cosi' professionalmente legata all'Italia.
Abbiamo fatto amicizia anche con il signor Luca B. mio corregionale! Infatti, il signor Luca e' piemontese come la sottoscritta, ed e' originario della citta' di Canelli, nonche' una delle capitali mondiali del vino nel mondo! Il signor Luca lavora come chef al ristorante italiano La bisboccia di Shibuya, Tokyo.
Durante la serata ho fatto caso ad un curioso fenomeno di cui non potevo non parlare qui sul blog: siccome la maggior parte degli ospiti erano persone in qualche modo legate all'ambito della ristorazione, molti di loro si sono ritrovati a parlare di lavoro e a scambiarsi consigli su vari aspetti della loro professione. E fin qui nulla di strano. Senonche' ho notato che, via via, quasi tutti hanno iniziato a scambiarsi i propri biglietti da visita.
Certo, lo scambio dei biglietti da visita non e' nulla di nuovo, ma mi ha sorpresa notare come questo scambio sia avvenuto tra italiani ma secondo le ferree regole giapponesi!!
Qui in Giappone lo scambio del biglietto da visita e' un momento fondamentale nei rapporti interpersonali, soprattutto quelli di natura professionale. E' un momento, pero', governato da rigidissime regole di galateo che scandiscono e determinano quasi ogni singolo movimento atto a non offendere l'altra persona e a mostrare sempre il massimo rispetto (indipendentemente dalla propria sincera opinione personale! Ma d'altronde i concetti di 本音 honne e 建前 tatemae sono temi perennemente ricorrenti).
Alcune di queste inflessibili regole obbligano, per esempio, chi riceve un biglietto da visita ad inchinarsi e al tempo stesso a prenderlo con entrambe le mani. Il biglietto, inoltre, non andra' assolutamente infilato magari nella tasca posteriore dei pantaloni o distrattamente in borsetta (o peggio ancora, abbandonato da qualche parte o buttato nell'immondizia, ecc.) ma ad esso bisognera' dedicare un po' d'attenzione per poterlo leggere (o se non altro dare l'impressione di essere interessati anche se in realta' ci si sente del tutto indifferenti) prima di riporlo nel taschino della giacca o in un apposito porta-biglietti da visita da tenere sempre con se'.
Le regole che stabiliscono il galateo dei biglietti da visita sono molte di piu' e quelle da me brevemente descritte non sono che un esempio.
A queste regole ci si abitua in fretta abitando qui in Giappone perche' sono regole che, in fondo, scandiscono anche altri momenti come ad esempio lo scambio di regali o d'inviti.
Mi ha fatto quindi un certo effetto vedere questi italiani che, essendosi probabilmente abituati cosi' tanto alle regole giapponesi del gioco, si sono comportati in modo cosi' consono al contesto in cui si trovano dimostrando non solo il fatto di essersi realmente integrati in questa realta' che li ospita, ma anche di avere rispetto per la cultura del Giappone, una cultura che si puo' criticare finche' si vuole ma che ha regole ben precise a cui solo chi vi si attiene con serieta' e' il vero benvenuto.
Il fenomeno, comunque sia, mi e' apparso curioso proprio perche' e' avvenuto tra italiani e non tra giapponesi o giapponesi ed italiani. Questo dimostra veramente quanto, volenti o nolenti che siamo, la cultura del Paese di residenza ci cambi. Ovviamente il cambiamento non deve sempre e per forza essere negativo, anzi! Si tratta di un cambiamento finalizzato in fondo all'arricchimento della propria sensibilita' e del proprio modo di affrontare la vita. E' un cambiamento che non porta all'obnubilazione delle proprie origini e della propria identita', ma al contrario ne accentua i lati migliori.
Sono anni, ormai, che faccio parte del folto numero d'italiani residenti all'estero, ed e' da molto tempo che faccio proprio caso ad un'altra caratteristica che penso ci contraddistingua e a cui vorrei dedicare, in futuro, qualche riflessione: un forte patriottismo.
E' strabiliante come molti di noi abbiano dovuto ritrovarsi dall'altra parte del globo per imparare ad apprezzare realmente non solo il proprio Paese, ma la sua storia, le sue tradizioni e la sua lingua. E' un fenomeno che avrebbe tutte le carte in regola per qualificarsi come un autentico ed ironico scherzo del destino, ma che in fondo non ha nulla di crudele. Tutt'altro! E' proprio grazie a quest'ardente spirito d'italianita' che molti nostri connazionali lavorano con passione e riescono a portare in tanti Paesi opere e prodotti di cui andare grandemente fieri.
Mi basta davvero osservare ed ammirare il grande lavoro di passione (perche' si tratta soprattutto di passione!) svolto dagli amici della Pizzeria Tonino (o della cara e coraggiosa Niki!). E' un lavoro duro e che richiede non solo grande esperienza, ma un'infinita dose di buona volonta' e pazienza. Richiede l'utilizzo di materie prime di altissima qualita' che pero' hanno costi spesso proibitivi. Pur tuttavia, ogni giorno fanno il possibile affinche' cio' che creano non solo rispecchi i veri canoni della tradizione gastronomica italiana, ma fanno si' che il loro duro lavoro contribuisca in maniera sempre positiva all'immagine degli Italiani nel mondo.
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martedì, maggio 05, 2009
Un po' di Corea...in Giappone
Nell'immensa Tokyo c'e' un quartiere che abbraccia la stazione di 新大久保 Shin-Ookubo (山手線Yamanote Line) e che ospita moltissimi immigrati coreani. Questa zona, dunque, e' una specie di Little Korea o Korea Town.
La zona in se' non sembra essere cosi' conosciuta pur essendo vicina ad una delle stazioni servite dalla Yamanote Line, ovvero una delle linee ferroviarie piu' amate dai turisti perche' grazie al suo percorso circolare massaggia il cuore della grande capitale.
Eppure Shin-Ookubo e' ad una sola fermata di distanza dalla caotica Shinjuku, e lo scenario che offre e' assai interessante e curioso.
Il numero di occidentali si fa via via sempre piu' esiguo (la maggior parte scende ad Harajuku, Shinjuku, ecc.), e chi decide di spingersi oltre inizia a sentire una piacevole mescolanza di giapponese e coreano.
Uscendo dalla stazione s'incontra il solito teatro di luci colorate dei pachinko e dei ristoranti. Eserciti d'insegne luminose tentano di catturare l'attenzione dei nuovi arrivati, facendoli sentire a meta' tra il benvenuto e il disorientato.
Noi siamo arrivati a Shin-Ookubo sabato scorso nelle prime ore della sera, mentre era ancora giornino (termine mariannesco che indica quel momento della giornata in cui si sta per fare sera ma il cielo e' ancora un po' chiaro). La strada principale era un viavai allegro di gente. Nell'aria c'era il vociare frizzante di massaie coreane che conversavano animatamente e con le braccia cariche di borse della spesa da cui spuntavano cespi d'insalata e porri. Nell'aria c'era il suono di quella lingua che non capivo; un volteggiare di parole che non riuscivo ad afferrare perche' scappavano via con la stessa velocita' con cui mi raggiungevano. E' l'inevitabile dispetto delle lingue che non si capiscono.
I marciapiedi stretti ci obbligavano a camminare in fila indiana e a prestare attenzione al cemento sotto i nostri piedi anziche' a cio' che ci circondava. Non c'era tempo per fermarsi a guardare e ad ammirare quei negozi e quelle insegne su cui regnavano incontrastate tante parole in hangul.
Ma camminare di fretta e' un'attivita' che non amo particolarmente; non mi piace fare incetta di metri senza poter assaporare ogni passo che compio.
E cosi', quasi d'improvviso, mi sono accorta che la strada su cui mi trovavo offriva una diramazione sottile e quasi insignificante; un oscuro angiporto in cui mi sono istintivamente addentrata, attratta dalla silenziosa penombra del vicolo. A spasso per Tokyo capita spesso di scorgere stradine buie e che nascondono nient'altro che qualche vecchio santuario o tempietto.
E la stradina che mi aveva attratta nascondeva gelosamente proprio un piccolo santuario circondato da lanterne di pietra, da vasi di terracotta e da vetusti altari di legno.
Cio' che piu' mi ha sorpresa e' stato passare dal caos quasi assordante della strada principale al silenzio surreale del giardinetto del santuario.
Mi sono addentrata per quel sentiero con occhi curiosi e con il passo lento di chi intende esplorare. Camminavo senza far rumore perche' non volevo disturbare la divinita' del luogo e perche' non volevo infastidire chi era venuto qui a meditare. In realta' c'erano solo una bambina che giocava da sola con una palla rosa e poco piu' in la' un signore che pregava.
La strada principale era dietro di me, eppure era come se avessi attraversato un'invisibile barriera che proteggeva la sacralita' del luogo impedendo a qualunque rumore che non fosse il fruscio delle foglie, il cinguettio degli uccellini o la risata innocente di una bambina, di entrare.
Mi si leggeva chiaramente in faccia la curiosita' e la meraviglia che provo ogni volta che mi trovo in posti come questi: occhi apertissimi e lucidi, bocca quasi spalancata. Il non voler respirare per non fare rumore. Il voler camminare a passi lenti e silenziosi per non urtare, magari per sbaglio, una pietra o un fiore.
Mi sono avvicinata ad uno dei vecchi altari di legno rosso. L'osservavo. L'altare era vecchio e aveva l'aria di essere in disuso. Dietro vi erano accatastate montagne di pezzi di legno scuro e corde secche. Le statuine che forse una volta adornavano l'altare ora erano chissa' dove.
Prima di scattare questa foto ho avuto un attimo d'inquietudine. Non so. Una sensazione un po' sinistra come se un folletto (chissa', forse un kappa?) dovesse spuntare da un momento all'altra da dietro l'altare. O forse era la presenza di qualche altro spirito guardiano?
Ci siamo lasciati alle spalle il santuarietto silenzioso e misterioso per ritornare ancora una volta nella nostra dimensione. La strada principale ci aspettava. Ci aspettava il suo vociare, ci aspettavano le sue luci e i suoi odori. E sono proprio gli odori che hanno iniziato a farci venire fame.
A Shin-Ookubo naturalmente non si va a mangiare giapponese, ma ci si addentra nel mondo della gastronomia coreana, un mondo delizioso fatto di sapori assai diversi da quelli nipponici tradizionali.
Tanti ristoranti e tanti pub, tutti naturalmente coreani. La scelta era difficile, ma nel giro di nemmeno un minuto ci siamo ritrovati seduti ad un tavolo in un locale nascosto e che sembrava essere stato ricavato da un sottoscala. Un locale accogliente ed angusto al tempo stesso. Un locale accoglientemente angusto o angustamente accogliente? Non lo so. So solo che l'ossimoro in questione descrive con cura la sensazione.
Ad un centimentro e mezzo da noi c'era la cucina, una cucina cosi' stretta che due persone avrebbero probabilmente dovuto fare a pugni per aprire il frigorifero.
I coreani del locale erano gentili ma non avevano l'affabilita' dei giapponesi, quella premura che ti fa sentire un ospite gradito. Pur tuttavia, abbiamo cenato magnificamente.
Immancabile era la tipica griglia coreana incorporata nel tavolo stesso:
Immancabile erano anche il kimchi e i vari e numerosi contorni di verdure che caratterizzano il pasto coreano:

E quella sera ho scoperto quallo che e' diventato il mio piatto coreano preferito. O voi studenti di coreano, perdonate la mia grafia forse poco corretta: Soon tubu jigae, ovvero stufato di tofu. Ossia, questa meraviglia qui:
In realta', e' un piatto dai sapori ben piu' complessi del previsto. E' composto da un brodo piccantello ed insaporito dalla presenza di tofu a dadini (pare che in Corea usino pero' il tofu non coagulato), vongole, funghi freschi, cipollotti tritati, pepe nero. E prima di versare la zuppa nel contenitore nero di terracotta, al suo interno viene versato un uovo crudo che col calore della scodella e poi della zuppa si cuoce alla perfezione.
Un piatto davvero squisito e che vorrei tanto provare a preparare. Non mi resta, dunque, che tornare a Shin-Ookubo alla ricerca d'ingredienti coreani e magari di una di quelle scodelle nere di terracotta!
La luculliana cena e' diventata ancor piu' luculliana quando ci siamo visti portare un fornellino su cui una cameriera ha poggiato una lastra di ghisa. Non capendo bene cosa stesse capitando, ho chiesto lumi alla signorina la quale mi ha risposto, in tono abbastanza perentorio, che avrebbe cotto lei il resto della carne e del kimchi su quella piastra e non sulla griglia in mezzo al tavolo.
Il motivo era chiaro: la cottura della carne di maiale e del kimchi e' quanto di piu' impiastriccioso ci sia, e l'operazione dunque necessitava mani esperte, per non parlare di due bei bavaglioli di carta che ci siamo visti consegnare dalla suddetta signorina e che, con un certo imbarazzo, abbiamo accettato ed indossato.
Ecco la precaria lastra di ghisa posizionata sul bordo (!) del nostro tavolo e su cui cuocevano la carne ed un kimchi-cosi'-piccante-che-al-primo-morso-mi-e'-sembrato-di-morire-e-stavo-seriamente-credendo-di-dover-passare-a-miglior-vita-nonostante-la-mia-giovane-eta':
La cottura della carne e del kimchi e' stata una cosa lunga e laboriosa. Un lavoro da certosini, insomma. La cameriera incaricata veniva ogni tanto a dare un'occhiata alla nostra cena, e quando la carne era pronta la tagliava in pezzetti che fossero facili da prendere con le belle e pesanti bacchette coreane di metallo. A proposito, avete mai mangiato con le bacchette coreane di metallo? Ecco, se pensavate che le classiche bacchette di legno fossero difficili da usare e' arrivato il momento di ricredervi e di passare ad un livello di difficolta' maggiore.
I coreani, a tavola, usano solo bacchette di metallo ed un particolare cucchiaio (che loro chiamano sujeo) e che usano per mangiare il riso al vapore! Quindi, a differenza dei giapponesi e dei cinesi, i coreani preferiscono mangiare il riso col cucchiaio e prendere il resto con le loro pesantissime bacchette di metallo.
Naturalmente, direte voi, come potevo farmi mancare un paio (anzi due) di bacchette del Regno della Calma Mattutina (il nomignolo che si da alla Corea, un po' come il Sol Levante per il Giappone) ed un paio di sujeo? In realta', le bacchette ci sono state portate in regalo da una coppia di nostri amici che di recente ha visitato Seoul, mentre i sujeo li ho acquistati io qui nel Kanagawa. Eccoli:
La nostra cena si e' conclusa piacevolmente e con quel senso di sazieta' che fa venir voglia di sedersi comodamente da qualche parte a leggere un libro avvincente, magari Masks di Enchi Fumiko.
Ma per noi c'era un po' di strada da fare prima di ritornare qui in Kanagawa. Il ritorno verso casa, pero', prevede sempre una sorta di tappa obbligata, ovvero la mega-super-maxi libreria 1st Books di Shinjuku dove, nonostante l'aria annoiata di mio marito, ho fatto qualche piccolo acquisto libresco alla facciazza della promessa che mi ero fatta di piantarla li' per qualche tempo con queste spese esagerate di libri. E cosi' si puo' dire che la piacevole lettura me la sono fatta seduta comodamente sul metro' della linea Odakyu che ci conduce rapidamente e serenamente verso casa.
Prima di concludere, vorrei dirvi un paio di cose:
Innanzitutto, un grazie grande cosi' a tutti i lettori fedeli di Biancorosso Giappone perche' proprio ieri il mio contatore ha superato le CENTOMILA visite!!! Accipicchia che traguardo! Grazie davvero! Mi raccomando, continuate a leggermi!
Per chi si sta chiedendo che fine abbiano fatto i wagashi mensili di Ishii-san: non preoccupatevi! Arriveranno le foto molto probabilmente domani. I wagashi continuano ad arrivarci puntuali, e proprio stasera Ishii-san ci ha regalato uno splendido assortimento di dolci piu' una sorpresa.
E invece per chi si sta chiedendo che fine abbia fatto il negozietto: non dimenticatevi di sintonizzarvi sulle onde blog di Biancorosso Giappone perche' sono in arrivo delle novita'! Ho gia' preparato la nuova vetrina e mi mancano solo un paio di descrizioni dopodiche' la pubblichero'.
La zona in se' non sembra essere cosi' conosciuta pur essendo vicina ad una delle stazioni servite dalla Yamanote Line, ovvero una delle linee ferroviarie piu' amate dai turisti perche' grazie al suo percorso circolare massaggia il cuore della grande capitale.
Eppure Shin-Ookubo e' ad una sola fermata di distanza dalla caotica Shinjuku, e lo scenario che offre e' assai interessante e curioso.
Il numero di occidentali si fa via via sempre piu' esiguo (la maggior parte scende ad Harajuku, Shinjuku, ecc.), e chi decide di spingersi oltre inizia a sentire una piacevole mescolanza di giapponese e coreano.
Uscendo dalla stazione s'incontra il solito teatro di luci colorate dei pachinko e dei ristoranti. Eserciti d'insegne luminose tentano di catturare l'attenzione dei nuovi arrivati, facendoli sentire a meta' tra il benvenuto e il disorientato.
I marciapiedi stretti ci obbligavano a camminare in fila indiana e a prestare attenzione al cemento sotto i nostri piedi anziche' a cio' che ci circondava. Non c'era tempo per fermarsi a guardare e ad ammirare quei negozi e quelle insegne su cui regnavano incontrastate tante parole in hangul.
Ma camminare di fretta e' un'attivita' che non amo particolarmente; non mi piace fare incetta di metri senza poter assaporare ogni passo che compio.
E cosi', quasi d'improvviso, mi sono accorta che la strada su cui mi trovavo offriva una diramazione sottile e quasi insignificante; un oscuro angiporto in cui mi sono istintivamente addentrata, attratta dalla silenziosa penombra del vicolo. A spasso per Tokyo capita spesso di scorgere stradine buie e che nascondono nient'altro che qualche vecchio santuario o tempietto.
E la stradina che mi aveva attratta nascondeva gelosamente proprio un piccolo santuario circondato da lanterne di pietra, da vasi di terracotta e da vetusti altari di legno.
Cio' che piu' mi ha sorpresa e' stato passare dal caos quasi assordante della strada principale al silenzio surreale del giardinetto del santuario.
Mi sono addentrata per quel sentiero con occhi curiosi e con il passo lento di chi intende esplorare. Camminavo senza far rumore perche' non volevo disturbare la divinita' del luogo e perche' non volevo infastidire chi era venuto qui a meditare. In realta' c'erano solo una bambina che giocava da sola con una palla rosa e poco piu' in la' un signore che pregava.
La strada principale era dietro di me, eppure era come se avessi attraversato un'invisibile barriera che proteggeva la sacralita' del luogo impedendo a qualunque rumore che non fosse il fruscio delle foglie, il cinguettio degli uccellini o la risata innocente di una bambina, di entrare.Mi si leggeva chiaramente in faccia la curiosita' e la meraviglia che provo ogni volta che mi trovo in posti come questi: occhi apertissimi e lucidi, bocca quasi spalancata. Il non voler respirare per non fare rumore. Il voler camminare a passi lenti e silenziosi per non urtare, magari per sbaglio, una pietra o un fiore.
Mi sono avvicinata ad uno dei vecchi altari di legno rosso. L'osservavo. L'altare era vecchio e aveva l'aria di essere in disuso. Dietro vi erano accatastate montagne di pezzi di legno scuro e corde secche. Le statuine che forse una volta adornavano l'altare ora erano chissa' dove.
Prima di scattare questa foto ho avuto un attimo d'inquietudine. Non so. Una sensazione un po' sinistra come se un folletto (chissa', forse un kappa?) dovesse spuntare da un momento all'altra da dietro l'altare. O forse era la presenza di qualche altro spirito guardiano?
A Shin-Ookubo naturalmente non si va a mangiare giapponese, ma ci si addentra nel mondo della gastronomia coreana, un mondo delizioso fatto di sapori assai diversi da quelli nipponici tradizionali.
Tanti ristoranti e tanti pub, tutti naturalmente coreani. La scelta era difficile, ma nel giro di nemmeno un minuto ci siamo ritrovati seduti ad un tavolo in un locale nascosto e che sembrava essere stato ricavato da un sottoscala. Un locale accogliente ed angusto al tempo stesso. Un locale accoglientemente angusto o angustamente accogliente? Non lo so. So solo che l'ossimoro in questione descrive con cura la sensazione.
Ad un centimentro e mezzo da noi c'era la cucina, una cucina cosi' stretta che due persone avrebbero probabilmente dovuto fare a pugni per aprire il frigorifero.
I coreani del locale erano gentili ma non avevano l'affabilita' dei giapponesi, quella premura che ti fa sentire un ospite gradito. Pur tuttavia, abbiamo cenato magnificamente.
Immancabile era la tipica griglia coreana incorporata nel tavolo stesso:
Un piatto davvero squisito e che vorrei tanto provare a preparare. Non mi resta, dunque, che tornare a Shin-Ookubo alla ricerca d'ingredienti coreani e magari di una di quelle scodelle nere di terracotta!
La luculliana cena e' diventata ancor piu' luculliana quando ci siamo visti portare un fornellino su cui una cameriera ha poggiato una lastra di ghisa. Non capendo bene cosa stesse capitando, ho chiesto lumi alla signorina la quale mi ha risposto, in tono abbastanza perentorio, che avrebbe cotto lei il resto della carne e del kimchi su quella piastra e non sulla griglia in mezzo al tavolo.
Il motivo era chiaro: la cottura della carne di maiale e del kimchi e' quanto di piu' impiastriccioso ci sia, e l'operazione dunque necessitava mani esperte, per non parlare di due bei bavaglioli di carta che ci siamo visti consegnare dalla suddetta signorina e che, con un certo imbarazzo, abbiamo accettato ed indossato.
Ecco la precaria lastra di ghisa posizionata sul bordo (!) del nostro tavolo e su cui cuocevano la carne ed un kimchi-cosi'-piccante-che-al-primo-morso-mi-e'-sembrato-di-morire-e-stavo-seriamente-credendo-di-dover-passare-a-miglior-vita-nonostante-la-mia-giovane-eta':
I coreani, a tavola, usano solo bacchette di metallo ed un particolare cucchiaio (che loro chiamano sujeo) e che usano per mangiare il riso al vapore! Quindi, a differenza dei giapponesi e dei cinesi, i coreani preferiscono mangiare il riso col cucchiaio e prendere il resto con le loro pesantissime bacchette di metallo.
Naturalmente, direte voi, come potevo farmi mancare un paio (anzi due) di bacchette del Regno della Calma Mattutina (il nomignolo che si da alla Corea, un po' come il Sol Levante per il Giappone) ed un paio di sujeo? In realta', le bacchette ci sono state portate in regalo da una coppia di nostri amici che di recente ha visitato Seoul, mentre i sujeo li ho acquistati io qui nel Kanagawa. Eccoli:
Ma per noi c'era un po' di strada da fare prima di ritornare qui in Kanagawa. Il ritorno verso casa, pero', prevede sempre una sorta di tappa obbligata, ovvero la mega-super-maxi libreria 1st Books di Shinjuku dove, nonostante l'aria annoiata di mio marito, ho fatto qualche piccolo acquisto libresco alla facciazza della promessa che mi ero fatta di piantarla li' per qualche tempo con queste spese esagerate di libri. E cosi' si puo' dire che la piacevole lettura me la sono fatta seduta comodamente sul metro' della linea Odakyu che ci conduce rapidamente e serenamente verso casa.
Prima di concludere, vorrei dirvi un paio di cose:
Innanzitutto, un grazie grande cosi' a tutti i lettori fedeli di Biancorosso Giappone perche' proprio ieri il mio contatore ha superato le CENTOMILA visite!!! Accipicchia che traguardo! Grazie davvero! Mi raccomando, continuate a leggermi!
Per chi si sta chiedendo che fine abbiano fatto i wagashi mensili di Ishii-san: non preoccupatevi! Arriveranno le foto molto probabilmente domani. I wagashi continuano ad arrivarci puntuali, e proprio stasera Ishii-san ci ha regalato uno splendido assortimento di dolci piu' una sorpresa.
E invece per chi si sta chiedendo che fine abbia fatto il negozietto: non dimenticatevi di sintonizzarvi sulle onde blog di Biancorosso Giappone perche' sono in arrivo delle novita'! Ho gia' preparato la nuova vetrina e mi mancano solo un paio di descrizioni dopodiche' la pubblichero'.
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