giovedì, giugno 04, 2009

Onigiri, warabi-mochi e varie

(Questi sono gli onigiri che mi ha portato oggi Kyoko)

Il valzer delle nuvole con il sole e la pioggia non e' ancora terminato, e molto probabilmente lo spettacolo metereologico continuera' ancora per qualche settimana.
D'altra parte siamo solo all'inizio della stagione delle piogge, quindi bisognera' portare un po' di pazienza con i capricci climatici che verranno.

Come ogni giovedi', anche oggi Kyoko e' venuta a casa mia per la sua lezione settimanale d'italiano.
Questa volta, pero', oltre la nostra consueta oretta d'italiano, abbiamo fatto anche un'oretta di giapponese.

Kyoko, cara e generosa amica, ha deciso di aiutarmi a sconfiggere un po' di quella paura che mi assale ogniqualvolta mi tocca parlare in giapponese. E' una paura che nasce dal timore di non riuscire a capire o a farmi capire; un timore che mi blocca quasi completamente e mi fa dimenticare all'istante tutto quello che so.
E' una paura - ne sono certa - che scaturisce anche dal fatto che non sono molto brava ad esprimermi a voce nemmeno in italiano, mia lingua madre (ovviamente so parlare a voce in un italiano corretto, ma m'impappino con facilita', mi viene da tossicchiare, mi sudano le mani e finisco col bloccarmi del tutto). Insomma, mi sento sempre e maggiormente a mio agio quando scrivo che non quando parlo.

Tempo fa, se ricordate, scrissi anche qualcosa a proposito della mia paura del telefono, una paura che a quanto pare e' condivisa (e pazientemente sopportata) da molti.

E' tutto collegato, quindi. Parlare, per telefono o di persona, mi mette sempre in agitazione.

Kyoko ha pensato, quindi, di fare uno scambio di lezioni: un'ora di giapponese per me e un'ora d'italiano per lei. Nell'ora di giapponese leggiamo un brano e conversiamo sull'argomento affrontato, mentre nell'ora d'italiano studiamo un po' di grammatica e leggiamo qualche storiella.

Mi sento molto fortunata ad avere quest'opportunita' e sono sicura che grazie alla lunga esperienza e all'aiuto della bravissima Kyoko riusciro', piano piano, a vincere questa paura.

alcune schede che mi ha dato Kyoko e che sono interamente dedicate all'uso corretto del 敬語 keigo (linguaggio onirifico giapponese)...e la mia penna di Shinzi Katoh! Ma non e' carinissima?
In giapponese saper leggere e scrivere e saper parlare sono capacita' molto diverse fra loro e l'una non include automaticamente l'altra. Anzi! Saper parlare il giapponese non significa affatto saperlo scrivere. Per poter leggere e scrivere correttamente in giapponese e' necessaria la conoscenza dei kana e dei kanji (oltre la grammatica, ovviamente). Questa e' una delle differenze sostanziali che separa il giapponese da altre lingue, come quelle europee per esempio. Questa e' anche una delle differenze di cui tener conto quando si vuole decidere quale lingua scegliere e studiare.
La netta distinzione fra le capacita' necessarie per leggere / scrivere e parlare si traduce in tempi di studio generalmente molto lunghi; e' un percorso di studio tortuoso e che richiede enorme entusiasmo, forza di volonta' e voglia di fare.

Kyoko, infatti, mi parlava di alcuni suoi conoscenti stranieri che, pur avendo addirittura superato il primo livello del JLPT, ancora non sono in grado di esprimersi oralmente in modo sicuro e sciolto. Questo significa che spesso gli studenti diligenti di questa lingua hanno il giapponese in testa e riescono quindi a leggerlo e a scriverlo, ma quello stesso giapponese che defluisce senza singhiozzi dalla penna o che scorre pacificamente davanti agli occhi s'aggroviglia e s'ingarbuglia nel momento in cui si ritrova a dover fuoriuscire dalla bocca sotto forma di parole.
Mi spiegava che per poter ovviare a cio' e' importante dedicare un po' di tempo anche alla conversazione, evitando cosi' di cadere nella trappola della paura di sbagliare e di venir derisi.

Naturalmente l'ideale sarebbe affiancare la lettura costante e regolare di materiale autentico all'uso della lingua parlata attraverso la conversazione.

Kyoko oggi mi ha portato dei deliziosi onigiri. Uno con ripieno di おかか okaka (scaglie di katsuo secco mischiate con salsa di soia...uno dei miei ripieni preferiti!) e l'altro con ripieno allo shiso. Lo shiso e' un tipo di pianta molto utilizzato in cucina e che viene spesso chiamato anche "basilico giapponese" sebbene non abbia nulla che ricordi il basilico nostrano. Di shiso ne esistono diverse varieta', tra cui quello verde e quello viola. Ecco una foto scattata da me di alcune foglie di shiso verde. La foto appartiene a quest'articoletto.

Ecco gli onigiri di Kyoko:
Assieme agli onigiri, Kyoko mi ha portato un vassoietto dei miei wagashi preferiti! I わらび餅 warabi-mochi!
In realta', i warabi-mochi non sono veri e propri mochi preparati, cioe', con riso cotto e pestato con il mortaio fino a diventare una poltiglia. I warabi-mochi sono piu' simili a gelatine, e sono a base di un amido estratto dalla pianta della felce. Da questa preparazione si ottengono dei blocchetti di gelatina che vengono tagliati in pezzi piccoli e poi passati nel kinako o farina di soia tostata.
Si possono gustare cosi' come sono...
...oppure con una spruzzatina di paradisiaco 黒みつ kuro-mitsu, uno sciroppo preparato con zucchero di canna di Okinawa.
Un mese e mezzo fa circa, curiosando fra i disordinati scaffali di un negozio che vende libri vecchi, sedie scompagnate, kimono smessi, vasellame antico e qualche lavatrice e frigorifero arrugginiti, ho scovato un paio di numeri di un fumetto il cui protagonista - molto rapidamente - si e' conquistato la mia simpatia: コボちゃん Kobo-chan.
Questo fumetto, il cui autore e' 植田まさし Ueda Masashi, e' nato sulle pagine del famoso quotidiano giapponese 読売新聞 Yomiuri Shinbun su cui le avventure del birichino Kobo-chan appaiono in quattro esilaranti vignette per volta. Buffe storielle create per divertire i lettori dell'autorevole quotidiano nipponico.
Le vignette del signor Ueda sono state poi raccolte in volumetti nei quali le avventure di Kobo-chan sono ancora nel formato originale, cioe' in quattro vignette proprio come sono apparse sullo Yomiuri Shinbun.

Questo fumetto racconta le avventure quotidiane del simpatico Kobo-chan, un bimbino dell'asilo che vive in una citta' qualunque del Giappone assieme ai suoi genitori e ai suoi nonni materni.
Sono storie semplici ma farcite di quella deliziosa ironia giapponese che le rende particolarmente comiche, soprattutto considerando che le intere vicende si srotolano tutte nell'arco di sole quattro vignette dimostrando, cosi', l'ammirevole bravura del signor Ueda.
Di Kobo-chan sto facendo incetta. Ho gia' divorato due volumetti piu' una mega raccolta-almanacco che equivale a tre volumi normali. In questo periodo Kobo-chan e' la mia lettura notturna preferita perche' mi fa ridere e mi fa addormentare accompagnata da pensieri positivi e leggeri. Mi fa dimenticare le preoccupazioni quotidiane e mi ricorda l'importanza di una sana risata con cui concludere saggiamente la giornata.

Di giorno, invece, preferisco dedicare un po' di tempo a delle letture piu' impegnative, sia come contenuti che come difficolta' linguistica. Tra queste letture, ecco alcune mie recenti scoperte, ovvero brevi romanzi interamente ambientati nell'affascinante Periodo Edo:
Ma gira e rigira, sempre di libri parlo. E guarda caso, domani andro' alla volta di un'esplorazione solitaria di Tokyo, e in particolar modo del quartiere di Jinboochoo, una zona famosa per l'altissima concentrazione di....librerie! Si dice che Jinboochoo stia ai topi di biblioteca quanto Akihabara sta agli appassionati di elettronica.
Benissimo.
Preparo la mia borsetta, una borsa di tela per gli acquisti libreschi (che avverranno senz'alcun dubbio), un ombrello, un paio di scarpe comode e vado.

lunedì, giugno 01, 2009

Effluvi d'incenso e pensieri

Gli acquazzoni che via via si fanno sempre piu' frequenti ci ricordano che la 梅雨 tsuyu - ovvero la stagione delle piogge - e' dietro l'angolo. E' una parentesi climatica tipica non solo del Giappone, ma anche di altri Paesi dell'Asia. E' un periodo caratterizzato da piogge quasi giornaliere; spesso sono pioggerelline noiose e barbose, ma ogni tanto arrivano anche quei temporaloni che, con tanto di spaventosi tuoni e luminosi fulmini, mi fanno trasalire.

Sabato mattina mio marito e' partito ed e' andato negli Stati Uniti, per lavoro. Sto sentendo molto la sua mancanza, ma sto cercando di tenermi occupata con lo studio, con i vari articoli che scrivo (blog, riviste, ecc. a proposito, non dimenticatevi di leggere il mio ultimo intervento sul sito di Acilia!) e con tutti i miei progetti che prevedono l'andare a curiosare in giro per angoli polverosi e dimenticati di Tokyo e del Kanagawa.

Se ricordate, di recente vi ho parlato dell'incenso giapponese e della mia crescente curiosita' legata a quest'antico modo di profumare gli ambienti, e con la capacita' di conciliare un senso di pace e serenita' che fanno da cornice perfetta anche per la meditazione. Ebbene, la mia curiosita' mi sta portando alla scoperta di altre varieta' d'incenso nipponico. Ecco, dunque, le ultime tre varieta' aggiuntesi negli ultimi giorni:
Sulla piccola e delicata scatola appare il disegno di un micetto accompagnato dalla scritta お香 o-koo (incenso) in un hiragana molto elegante.
Questo e' uno degli incensi piu' affascinanti che abbia provato fino adesso. Nella scatolina sono contenuti solo dieci piccoli bastoncini impregnati, pero', di una fortissima fragranza di legni speziati.
Sono rimasta molto colpita nel notare come, dopo aver bruciato uno di quei preziosi bastoncini provenienti da Kyoto, quasi tutta la casa profumasse di antiche spezie. Una meraviglia! Peccato solo per il prezzo, pero'; credo che questo sia stato l'incenso piu' caro fra tutti quelli acquistati fino adesso: circa 52 yen il bastoncino! Davvero molto caro. Insomma, un incenso da bruciare solo una volta ogni tanto.
Alla mia collezione si e' aggiunta anche questa graziosa scatolina contenente un profumatissimo incenso la cui fragranza cattura alla perfezione l'odore dei boschetti di bambu', delle foglie madide di goccioline di pioggia che brillano col sole, e del muschio che ammanta rocce e tronchi. Il tutto e' impreziosito da un tocco dell'allegra fragranza di una manciata di riccioli di scorza di limone.
Anche quest'incenso arriva da Kyoto. Sulla scatola appaiono due parole giapponesi: 竹 take che vuol dire bambu', e スズメ suzume che significa passero.

L'ultimo acquisto e' molto speciale. Un classico incenso giapponese, uno dei piu' conosciuti qui in terra nipponica. Pensate che appare seraficamente sugli scaffali dei supermercati giapponesi dal 1912!
Il 毎日香 mainichi-koo, ovvero l'incenso quotidiano.
Quest'incenso mi ha letteralmente stregata. Si'. Aprendo quella scatolina gialla si viene catturati da un effluvio che in realta' e' un incantesimo. Un incantesimo che sa di aria pulita, di quell'aria pura e leggera che si respira vicino al mare o vicino ad un torrente; di terra intrisa d'acqua dopo un temporale; di sapone di una volta, quello che si usava per lavare i panni a mano; il profumo della dolcezza di un cucchiaino di miele d'acacia sciolto nel latte.
Bruciando i bastoncini di mainichi-koo e chiudendo gli occhi ci si ritrova nelle vecchie case giapponesi di una volta, seduti magari con le gambe incrociate sul tatami, ad osservare un piccolo e curato giardino su cui si affacciano le vetrate principali. Un salto indietro nel tempo, in un'altra epoca, attraverso semplicemente il potere dell'olfatto.
Sollevando quel lembo di carta interna che protegge i bastoncini dall'aria e dalla polvere, ho trovato un foglietto. Su di esso, in un giapponese particolarmente rispettoso e ricercato, era stampato un messaggio molto particolare:

"ognuno di noi porta nel cuore un luogo caro a cui spesso capita di pensare. E quando si pensa a quel luogo e' come venir trasportati in un'altra dimensione. Questo e' l'incenso che ti riporta a quella dimensione. "

Una fragranza che dal Periodo Meiji profuma milioni di case di giapponesi, ogni giorno. Una fragranza le cui note mi regalano un profondo senso di serenita' e di equilibrio.

Anche questo mese non sono mancati i deliziosi wagashi da parte di Ishii-san. Eccoli qui:

Come sempre, i wagashi riflettono la stagione. Questa volta, infatti, compaiono dei blocchetti di 水羊羹 mizu-yookan (gelatina di azuki), dei delicati 草もち kusa-mochi (mochi preparati con assenzio triturato), ed un tipo di mochi di pasta lievitata e ripieni di pasta d'azuki. E come sempre, compaiono anche i deliziosi manjuu alla castagna.

Alcune sere fa mio marito ed io siamo stati invitati a casa di Ishii-san per cena. Abbiamo festeggiato l'imminente partenza per gli Stati Uniti di Takeshi-san, il figlio di Ishii-san. Takeshi-san e' un ragazzo ventiquattrenne molto diligente ed obbediente e che, volendo seguire un po' le orme del padre, ha deciso di continuare i suoi studi universitari negli Stati Uniti, e piu' precisamente in California proprio dove, molti anni fa, Ishii-san si laureo' in architettura.

Ishii-san ci parla spesso della sua esperienza americana, un'esperienza che l'ha cambiato profondamente e che gli ha lasciato preziosi ricordi, e anche qualche dolorosa ferita causatagli dalla cattiveria di chi, incoraggiato dalla distruttiva e maligna forza dell'ignoranza piu' becera, si rivolgeva a lui con sprezzanti epiteti che grondavano odio ed intolleranza.
Erano quei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, e negli Stati Uniti - in particolare nella costa dell' ovest del Paese dove il numero di asiatici era decisamente alto - serpeggiava ancora un profondo odio nei confronti degli orientali, soprattutto dei giapponesi i quali venivano troppo spesso apostrofati con eccessiva durezza, e a cui venivano riservati nomignoli offensivi e che bersagliavano vigliaccamente persone innocenti la cui unica colpa era quella di essere giapponesi di nascita oppure 二世 nisei, cioe' giapponesi di seconda generazione nati all'estero. Orrendi nomignoli che trasudano astio e che, per rispetto nei confronti di chi ha dovuto portarseli forzatamente addosso, non riporto.

Ci parla spesso, accennando ogni volta un sorriso grato e malinconico, delle forti amicizie strette con molti amici messicani che conobbe proprio durante il suo soggiorno californiano. Ricorda la loro ospitalita' e il loro affetto incondizionato reso tale ed accentuato forse proprio dal fatto che loro stessi, per primi, erano vittime di quel lurido razzismo che li costringeva ad essere cittadini di serie b.

Questo, ne sono sicura, e' stato uno dei motivi che ha spinto Ishii-san ad affezionarsi molto a mio marito, fino a considerarlo quasi come un figlio.

La sera della cena a casa degli Ishii, ho avuto il piacere di conoscere anche Sakura-san, la figlia del nostro padrone di casa e sorella di Takeshi-san. Sakura-san, vivace e simpatica ragazza, e' mia coetanea. Lei ed io ci siamo sentite subito in sintonia e abbiamo capito che saremmo diventate buone amiche molto presto! E tra l'altro ho scoperto che abita assieme a suo marito a due isolati da casa mia, e quindi molto probabilmente rivedro' la mia nuova amica questa settimana.

Termino l'articoletto di oggi ringraziando tutte le amiche che hanno accolto con entusiasmo l'idea di un piccolo raduno tricolore. Grazie di cuore! I vostri graditissimi commenti mi hanno regalato un bel sorriso allegro, e mi hanno incoraggiata a tenere in seria considerazione il progetto. Rispondero' presto ai vostri commenti.

Buona settimana e buon due giugno!

mercoledì, maggio 27, 2009

Zaru soba, surippa e varie

(La mia zaru soba di oggi)

Quella piacevole primavera profumata e dall'aria ne' troppo calda ne' troppo fredda sta lentamente diventando un ricordo, ahime'. La terribile estate giapponese avanza inesorabilmente verso di noi promettendo interminabili giornate afose e all'insegna di quella pigrizia che anziche' rilassare, mette di cattivo umore.

Con l'arrivo del caldo inizio anch'io, come tutti, a virare in direzione di cibi freschi e leggeri.
Uno dei miei cibi giapponesi preferiti in assoluto e' la soba, in particolar modo la zaru soba che viene servita fredda.

La zaru soba e' veramente uno dei tanti trucchetti che i giapponesi adottano ogni anno per combattere la noiosa afa spossante dell'estate. La sensazione di sollievo non tarda ad arrivare: gia' dal primo boccone ci si sente decisamente meglio!

So di avervi parlato gia' in passato della soba, come ad esempio qui. Ricordate?

Questa volta, pero', ho preso una scorciatoia incoraggiata dalle prime avvisaglie della pigrizia di cui sopra, e dalla curiosita' destatami da un prodotto trovato di recente da なかや Nakaya, uno splendido supermercato di zona, di quelli vecchia scuola e che vendono ben poco di occidentale.
Questo e' il prodotto:
Sul pacchetto c'e' scritto そばつゆ soba-tsuyu, ovvero la salsina in cui intingere la soba. Sono quindi bustine di questa salsina in polvere e da far sciogliere in acqua calda. I motivi per cui sono stata attratta da questa confezione sono due: il primo e' perche' si tratta di un prodotto in commercio da davvero tanto tempo (e questo gli conferisce un'aura di rispetto), e poi perche' in un angolo del pacchetto appare un marchio con su scritto 江戸前の味 Edo-mae no aji, ossia il sapore tradizionale tokyota. Con il termine 江戸前 Edo-mae in genere s'intendono tutti quei piatti preparati alla maniera tradizionale di Tokyo, seguendo ancora le vecchie ricette e stili del Periodo Edo.

E la soba e' uno dei piccoli gioielli gastronomici che ci arrivano dritti dritti, e pressoche' inalterati, dal Periodo Edo.

Oggi ho utilizzato una soba originaria della Prefettura di Yamagata, accompagnata dalla soba-tsuyu, del porro affettato finemente, una spolveratina di alga nori a striscioline ed una punta di wasabi.

Al posto del porro si puo' usare anche dell'erba cipollina.
E siccome ogni tanto mi diletto ad acquistare vari accessori per la cucina che spesso finiscono non si sa come nel mio dimenticatoio per poi venir riscoperti e rispolverati tempo dopo, ecco il mio colino di bambu' per spaghettini giapponesi. Questo in particolare e' utile per scolare la soba perche' permette di raccoglierla per bene senza dover buttare via l'acqua di cottura.
L'acqua di cottura della soba generalmente non si butta, ma viene servita in una teiera apposita, assieme alla soba cotta. A fine pasto, si versa un po' di quest'acqua nella soba-tsuyu rimanente e si ottiene cosi' un delizioso brodino da sorseggiare con calma.
Ma pare che l'acqua di cottura della soba sia ottima da usare persino per innaffiare le piante!

Rimanendo sempre in tema estivo, l'altro ieri ho acquistato un nuovo paio di surippa, ossia di ciabatte per la casa.
Ormai credo sappiate gia' che nelle case giapponesi non si entra con le scarpe (queste vengono lasciate nel genkan, una specie d'ingresso posizionato ad un livello inferiore rispetto al resto della casa), ma si puo' camminare scalzi - indossando magari dei calzini di cotone - oppure usando le surippa.

In genere, nelle case giapponesi ogni membro della famiglia ha un proprio paio di surippa. Inoltre, si hanno sempre uno o due paia di surippa in piu' per gli ospiti. Oltre alle surippa per casa, vi sono anche quelle da utilizzare in bagno e sul balcone.

Le surippa giapponesi (il nome deriva dall'inglese slipper, ciabatta o pantofola appunto) sono un po' diverse dalle ciabatte nostrane poiche' le prime sono molto piu' delicate dato che sono fatte con del materiale sottile (stoffa e sottilissimi strati di gomma, cuoio o cuoio sintetico). La scelta di materiali cosi' non riflette la scarsa qualita' delle surippa, ma il loro scopo principale: quello di non rovinare i delicati pavimenti delle case giapponesi.
Naturalmente le surippa non durerebbero mezzo secondo se utilizzate per camminare fuori.

Generalmente cambio le mie surippa ad ogni inizio di stagione. Al supermercato di zona ho trovato delle belle 畳スリッパ tatami-surippa, ideali per l'estate! Ecco le mie, adornate da immagini di 手まり temari, ossia della palla da gioco tradizionale giapponese:
Di solito le surippa estive hanno l'interno fatto di tatami perche' mantiene il piede piu' fresco e comodo.

Domenica, durante un rilassante giro in auto assieme a mio marito, siamo capitati in modo del tutto casuale nella meravigliosa Enoshima di cui vi parlai qui.
Dopo aver parcheggiato l'auto in un posto vicino al mare, abbiamo fatto una lunga passeggiata sul molo da cui si puo' ammirare l'antica isola:
L'aria era fresca e profumava di mare, di natura e di tranquillita'. Il canto dei gabbiani regalava quelle piacevoli note che fanno da vera ed insostituibile colonna sonora marittima.
Sul molo alcune persone erano intente a pescare, mentre altre utilizzavano la pesca forse come pretesto per passare un po' di tempo con la propria famiglia o magari in solitudine ad osservare l'orizzonte.
Il vociare allegro di alcuni bambini si mescolava in perfetta armonia con quel canto dei gabbiani che, assieme al calmante suono dell'acqua che va a sbattere contro gli scogli, mi ha fatta sorridere pensando all'autentica bellezza delle piccole cose.
Quelle piccole cose che magari troppo spesso dimentichiamo e trascuriamo, abbagliati forse dal fascino dell'effimero.
La bellezza, per esempio, di un sole del tardo pomeriggio che vanitosamente si specchia nel mare del Giappone, ad Enoshima.
Per concludere, vorrei condividere con voi un'idea che ho avuto. Ancora non ho in progetto nessun viaggio in Italia, pero' la prossima volta che ritorno mi piacerebbe poter organizzare, se vi fa piacere, un piccolo incontro con le persone che leggono questo blog. Che ne pensate? Chi di voi parteciperebbe volentieri, tempo permettendo naturalmente?

martedì, maggio 26, 2009

Un po' d'Italia...in Giappone

Da che ricordi, ho sempre creduto che dopo una giornata (o un periodo) tempestoso arrivasse puntualmente un po' di sole a rinfrancare lo spirito e a ridare quel tanto di ottimismo che basta per non ricadere a terra.

E anche stavolta non mi sbagliavo.

Giorni fa, in seguito ad un problema di salute che mi ha spaventata moltissimo e di cui preferirei non parlare per il momento, sono passata nel giro di brevissimo tempo da uno stato di disperazione ed angoscia ad uno di sollievo e leggerezza. E' non e' stata una leggerezza qualunque, ma quella sensazione di rinascita che pur ridandoti benessere e tranquillita', ti costringe a fermarti a pensare; ti costringe a sederti e a riflettere sui tuoi ritmi e sulle tue abitudini, chiedendoti di rivederne qualcuna e sollecitandoti a darti una ridimensionata.

Ci si rende conto all'instante di quanto poco in realta' ci conosciamo, ma ci si rende anche conto che in fondo il corpo e' il nostro miglior alleato perche' ci avverte quando qualcosa non va.

Con questi avvertimenti ben impressi nella mente, mi sono rialzata, ho respirato profondamente e ho ripreso la mia vita dal punto in cui l'avevo lasciata. Questa volta, pero', con un maggior senso di gratitudine verso Qualcuno o Qualcosa per la vita che mi e' stata data, e con la forte consapevolezza che nulla mi e' dovuto.

E sabato e' stata la giornata raggio di sole che mi ha aiutata a chiudere la parentesi buia dei giorni scorsi e a riprendere la mia vita con l'entusiasmo e la curiosita' di sempre.

La settimana scorsa eravamo stati invitati dal nostro amico Dino - primo pizzaiolo alla mitica pizzeria Tonino di Tokyo - ad un party privato che si sarebbe tenuto nei locali del ristorante, sabato sera. La serata era stata organizzata in occasione della cerimonia ufficiale di consegna del prestigioso marchio dell'AVPN (Associazione Vera Pizza Napoletana) alla pizzeria Tonino, ma e' stato contemporaneamente anche un modo, da parte dei gestori del ristorante, d'introdurre e quindi affiancare un nuovo menu' di alta cucina al menu' tradizionale (primi, secondi, pizze, ecc.).

Ecco una foto scattata sabato sera. Qui vedete uno degli apprendisti pizzaioli giapponesi all'opera:
Noi ospiti siamo stati, infatti, deliziati da vassoi su vassoi di meravigliose squisitezze tra cui filetti di branzino alla griglia con pate' di pomodori e carote, fagottini di pasta fritta con asparagi e con ripieno ai frutti di mare, carne di manzo alla tartara, mezzi paccheri con ripieno ai broccoli, e dei divinissimi baba' artigianali. Naturalmente, oltre tutte queste bonta', non mancavano le deliziose pizze che venivano preparate e sfornate ad una velocita' quasi incredibile!
Ci si poteva servire di tutti i cibi e di tutte le bevande a volonta' e...gratuitamente! Non a caso, infatti, c'era il pienone! Tutti noi che abbiamo ricevuto il preziosissimo invito non ci siamo di certo lasciati scappare questa golosa opportunita'!

A meta' serata c'e' stata una video-conferenza in diretta con la Pizzeria Tonino di Bologna (nelle foto, vedete che c'e' un televisore acceso? Ebbene, eravamo in diretta proprio con la pizzeria bolognese!). Tra l'altro, se c'e' qualche bolognese fra i lettori del blog, vi consiglio di andare a dare un'occhiata alla Pizzeria Tonino della vostra citta'. Ecco qui il link.
E naturalmente se siete a Tokyo, allora scendete alla stazione di 下高井戸 Shimotakaido sulla Keio Line. La pizzeria e' a neanche cinquanta metri dalla stazione.

Ecco ancora qualche foto della serata.
Qui era ancora in corso la diretta con Bologna e la premiazione da parte dell'AVPN:
Il bravissimo apprendista pizzaiolo all'opera:
Uno degli apprendisti (a sinistra) e il mitico Dino alle prese con le pizze:
Ancora pizze in cottura:
E questo e' il bancone dei pizzaioli con tutti gli ingredienti necessari, e in fondo un vassoio su cui erano gia' pronti i piatti per le pizze. La gente era li' che guardava, ma soprattutto aspettava che arrivassero le agognate e profumatissime pizze! Noi non stavano aspettando perche'...stavamo gia' tranquillamente degustando!
Alcuni dei tanti vassoi dei fagottini di pasta fritta con asparagi e ripieno di frutti di mare (solo a rammentarli mi viene l'acquolina in bocca):

Ecco l'angolo delle bevande con vini italiani (sia rossi che bianchi) a volonta', acqua frizzante e naturale, birra Moretti, succhi di frutta e bibite assortite. Scusate la foto un po' mossa.
Ed ecco due brevissimi video della premiazione girati da mio marito. Nel primo, ad un certo punto, in sottofondo si sente mio marito che esordisce con un allegro "Alright!"



A fine serata, prima di andare via, ad ognuno di noi e' stato consegnato un elegante sacchetto contenente una bottiglia di vino rosso italiano. Ecco qui le nostre bottiglie:

Una serata splendida non solo per le squisitezze gustate, ma anche per l'atmosfera accogliente e piacevole che ci ha accolti. E' stato bello venire a contatto con altri italiani lontani da casa con cui scambiare due parole. Per esempio, abbiamo fatto amicizia con un certo Peppe, il pizzaiolo del Pizzorante Spaccanapoli nel grattacielo Sumitomo di Shinjuku. Questo Peppe, a quanto pare, e' un personaggio abbastanza noto nell'ambiente pizzaro. Mio marito l'ha persino trovato su Youtube! Guardate qui e poi qui.
Davvero simpatico questo Peppe! Mi ha detto di essere qua in Giappone da due anni e mezzo e mi ha parlato un po' di come si trova a lavorare qui e della sua vita cosi' giapponese eppure cosi' professionalmente legata all'Italia.

Abbiamo fatto amicizia anche con il signor Luca B. mio corregionale! Infatti, il signor Luca e' piemontese come la sottoscritta, ed e' originario della citta' di Canelli, nonche' una delle capitali mondiali del vino nel mondo! Il signor Luca lavora come chef al ristorante italiano La bisboccia di Shibuya, Tokyo.

Durante la serata ho fatto caso ad un curioso fenomeno di cui non potevo non parlare qui sul blog: siccome la maggior parte degli ospiti erano persone in qualche modo legate all'ambito della ristorazione, molti di loro si sono ritrovati a parlare di lavoro e a scambiarsi consigli su vari aspetti della loro professione. E fin qui nulla di strano. Senonche' ho notato che, via via, quasi tutti hanno iniziato a scambiarsi i propri biglietti da visita.
Certo, lo scambio dei biglietti da visita non e' nulla di nuovo, ma mi ha sorpresa notare come questo scambio sia avvenuto tra italiani ma secondo le ferree regole giapponesi!!

Qui in Giappone lo scambio del biglietto da visita e' un momento fondamentale nei rapporti interpersonali, soprattutto quelli di natura professionale. E' un momento, pero', governato da rigidissime regole di galateo che scandiscono e determinano quasi ogni singolo movimento atto a non offendere l'altra persona e a mostrare sempre il massimo rispetto (indipendentemente dalla propria sincera opinione personale! Ma d'altronde i concetti di 本音 honne e 建前 tatemae sono temi perennemente ricorrenti).

Alcune di queste inflessibili regole obbligano, per esempio, chi riceve un biglietto da visita ad inchinarsi e al tempo stesso a prenderlo con entrambe le mani. Il biglietto, inoltre, non andra' assolutamente infilato magari nella tasca posteriore dei pantaloni o distrattamente in borsetta (o peggio ancora, abbandonato da qualche parte o buttato nell'immondizia, ecc.) ma ad esso bisognera' dedicare un po' d'attenzione per poterlo leggere (o se non altro dare l'impressione di essere interessati anche se in realta' ci si sente del tutto indifferenti) prima di riporlo nel taschino della giacca o in un apposito porta-biglietti da visita da tenere sempre con se'.

Le regole che stabiliscono il galateo dei biglietti da visita sono molte di piu' e quelle da me brevemente descritte non sono che un esempio.
A queste regole ci si abitua in fretta abitando qui in Giappone perche' sono regole che, in fondo, scandiscono anche altri momenti come ad esempio lo scambio di regali o d'inviti.

Mi ha fatto quindi un certo effetto vedere questi italiani che, essendosi probabilmente abituati cosi' tanto alle regole giapponesi del gioco, si sono comportati in modo cosi' consono al contesto in cui si trovano dimostrando non solo il fatto di essersi realmente integrati in questa realta' che li ospita, ma anche di avere rispetto per la cultura del Giappone, una cultura che si puo' criticare finche' si vuole ma che ha regole ben precise a cui solo chi vi si attiene con serieta' e' il vero benvenuto.

Il fenomeno, comunque sia, mi e' apparso curioso proprio perche' e' avvenuto tra italiani e non tra giapponesi o giapponesi ed italiani. Questo dimostra veramente quanto, volenti o nolenti che siamo, la cultura del Paese di residenza ci cambi. Ovviamente il cambiamento non deve sempre e per forza essere negativo, anzi! Si tratta di un cambiamento finalizzato in fondo all'arricchimento della propria sensibilita' e del proprio modo di affrontare la vita. E' un cambiamento che non porta all'obnubilazione delle proprie origini e della propria identita', ma al contrario ne accentua i lati migliori.

Sono anni, ormai, che faccio parte del folto numero d'italiani residenti all'estero, ed e' da molto tempo che faccio proprio caso ad un'altra caratteristica che penso ci contraddistingua e a cui vorrei dedicare, in futuro, qualche riflessione: un forte patriottismo.
E' strabiliante come molti di noi abbiano dovuto ritrovarsi dall'altra parte del globo per imparare ad apprezzare realmente non solo il proprio Paese, ma la sua storia, le sue tradizioni e la sua lingua. E' un fenomeno che avrebbe tutte le carte in regola per qualificarsi come un autentico ed ironico scherzo del destino, ma che in fondo non ha nulla di crudele. Tutt'altro! E' proprio grazie a quest'ardente spirito d'italianita' che molti nostri connazionali lavorano con passione e riescono a portare in tanti Paesi opere e prodotti di cui andare grandemente fieri.

Mi basta davvero osservare ed ammirare il grande lavoro di passione (perche' si tratta soprattutto di passione!) svolto dagli amici della Pizzeria Tonino (o della cara e coraggiosa Niki!). E' un lavoro duro e che richiede non solo grande esperienza, ma un'infinita dose di buona volonta' e pazienza. Richiede l'utilizzo di materie prime di altissima qualita' che pero' hanno costi spesso proibitivi. Pur tuttavia, ogni giorno fanno il possibile affinche' cio' che creano non solo rispecchi i veri canoni della tradizione gastronomica italiana, ma fanno si' che il loro duro lavoro contribuisca in maniera sempre positiva all'immagine degli Italiani nel mondo.

lunedì, maggio 18, 2009

Miscellanea di pensieri e raggi di sole

(Foto a sinistra: vista dal balcone di casa mia)

Vi scrivo da un Kanagawa luminoso ed abbracciato da un sole caldo che ha il sapore ed il profumo dell'estate.

La foto che vedete qui a sinistra e' cio' che vedo dal balcone della camera da letto, e siccome oggi il tempo e' splendido ho voluto scattare questa fotografia per far si' che possiate anche voi ammirare un pezzo del panorama giapponese che mi accompagna quotidianamente.

Il mio e' un tipico quartiere giapponese composto da tante casette vicinissime le une alle altre, separate solo da vicoletti e da stradine strette.

Le temperature di oggi mi sembravano inimmaginabili fino a ieri quando, quasi improvvisamente, siamo stati colti da un vento fortissimo ed una pioggia altrettanto violenta. Il vento era cosi' impetuoso che ho pensato stesse per sradicare rovinosamente alberi e pali della luce. Fortunatamente, pero', nessuno dei miei funesti pronostici si e' rivelato azzeccato.

Qualcuno nel quartiere sta ascoltando a tutto volume vecchie canzoni giapponesi, vecchi e nostalgici successi musicali del Periodo Shoowa, e sebbene in genere questo tipo di condivisioni sonore forzate m'infastidiscano abbastanza, questa volta ascolto con piacere questi polverosi brani alle cui note sono appesi chissa' quanti ricordi di generazioni passate. Ricordi piacevoli e che commuovono, che fanno battere forte il cuore o che regalano un sorriso accompagnato da uno sguardo rivolto verso l'infinito, verso un punto non preciso perche' e' quello lo sguardo della rievocazione.
Ma chissa', forse ingabbiati in queste sbiadite melodie vi sono anche quei ricordi che si preferirebbe non conservare e che, ritornando a galla, abbuiano un volto sereno di chi sperava soltanto di rammentare magari una persona cara o un luogo amato.

Il ritorno del sole e dei suoi raggi caldi mi fa ritrovare un po' di quell'entusiasmo culinario che mi e' indispensabile se desidero cucinare veramente con il cuore e non solo con le mani. Non avendo dimenticato lo stufato piccante coreano di tofu di cui vi parlai qui, mi sono procurata gli ingredienti necessari per la ricetta in questione, tutti ingredienti facilmente reperibili in un qualunque supermercato.
Due di questi, pero', essendo fondamentali per la cucina coreana, sono dovuta andare a cercarmeli da Yamaya, splendida catena di forniti supermercati di prodotti d'importazione.
Eccoli qui:
Il barattolo e' un prodotto chiamato コチュジャン Kochujang (i puristi e conoscitori dell'Hangugeo 韓國語 perdoneranno la mia grafia forse poco corretta) ossia una pasta di peperoncini piccanti coreani tritati e mischiati con sale, aglio, cipollotti verdi e un po' di farina di grano usata per addensare il tutto.
Questo kochujang, da quanto ho capito, e' molto utilizzato nella cucina coreana come base per zuppe ed intingoli vari. Pare, inoltre, vi siano numerose versioni di questo condimento, un po' come accade per il miso.
Dietro il barattolo c'e' l'etichetta in giapponese su cui, e' interessante notare, il prodotto viene descritto come 唐辛子みそ toogarashi-miso, ossia miso di peperoncino piccante anche se di vero miso non c'e' assolutamente traccia. Suppongo, quindi, che in questo caso la parola miso prenda il significato di pasta / poltiglia.

Nella bustina, invece, c'e' del peperoncino coreano in polvere, altro ingrediente cardine di questa cucina asiatica. Sul pacchetto c'e' scritto, in giapponese: 韓国産唐辛子 Kankokusan toogarashi, ossia peperoncino coreano.

Faro' sicuramente qualche foto al mio stufato di tofu sperando che, ovviamente, il risultato sia soddisfacente.

A proposito di spezie, ieri sera ho riscoperto un libro un po' polveroso e dalle pagine ingiallite, acquistato per davvero pochi yen in uno di quei negozietti di cianfrusagliucole dove si puo' avere la fortuna di scovare piccole gemme insolite e curiose.
Eccolo qua:
Il libro s'intitola 「料理食べもの」ものしり雑学 "Ryoori tabemono" monoshiri zatsugaku, scritto dalla signora 河野友美 Koono Tomomi, presidentessa di un centro ricerche che porta il suo nome e il cui scopo e' quello di attuare appunto ricerche in campo alimentare e merceologico.
Il libro e' una raccolta di tecniche e trucchi vari che dovrebbero risolvere una serie di problemi legati alla cucina ed all'esecuzione di ricette.

Alcuni dei temi affrontati:

- il vero segreto dietro la riuscita di un tempura perfetto
- un insolito utilizzo dello zucchero per far rinvenire cibi essiccati
- come migliorare le proprie ricette attraverso l'uso della pentola a pressione (in giapponese chiamata 圧力鍋 atsuryoku-nabe)
- la preparazione casalinga del miso (capitolo degnissimo di nota!)
- l'uso di un goccio d'olio vegetale per migliorare la cottura del riso al vapore
- quali sono gli spaghetti che richiedono sale durante la cottura e quali, invece, non lo richiedono (a tal proposito, vi rimando ad un mio vecchio articoletto)
- Perche' e' cosa buona e giusta aggiungere dell'acqua sulle uova al tegamino?

Ecc. ecc.

Un libretto davvero interessante e pieno zeppo di consigli utili e tecniche insolite ma da provare sicuramente.

Uno di questi capitoletti ha catturato la mia attenzione proprio ieri sera: l'uso corretto delle spezie occidentali e cinesi. Naturalmente, non bisogna dimenticare che il libro in questione e' rivolto ad un pubblico giapponese e quindi cio' che a noi puo' sembrare scontato per le persone di qui non lo e' affatto.

Grazie al capitolo di questo libro ho imparato cose nuove e a cui non avevo mai prestato la dovuta attenzione. Ad esempio, l'autrice spiega chiaramente la differenza sostanziale che intercorre tra le spezie occidentali (comprese quelle cinesi) e quelle giapponesi: Koono-sensei sostiene che le spezie occidentali diano il meglio di se' quando sono mischiate, mentre quelle giapponesi sia possibile valorizzarle solo utilizzandole individualmente.
A tal proposito, l'autrice fa un esempio: se mischiamo del pepe macinato con semi di senape tritati otterremo sicuramente un risultato fragrante e che si prestera' a meraviglia per insaporire della carne o altro,
Invece, mischiando del wasabi con del sanshoo il risultato non sara' affatto piacevole.

Non ho mai provato a mischiare il wasabi con il sanshoo per cui non so con certezza quale possa essere il risultato della loro unione, ma immagino un'inevitabile dominazione del wasabi sul sanshoo.

L'autrice, pero', mi trova in disaccordo su alcune sue teorie secondo cui le spezie occidentali mal si presterebbero a far da primadonna. Non credo proprio. Gli esempi da citare sono numerosi, ma mi basta pensare ad un'umile ma deliziosa pasta al burro a cui, se si aggiunge una macinata di pepe nero, la musica cambia drasticamente passando da un valzer lento ad una polca rapidamente allegra.

Koono-sensei inoltre spiega il motivo per cui la cucina giapponese tradizionale, in realta', sia molto povera di spezie paragonata alle cucine europee o altre cucine asiatiche: l'autrice trova la sua risposta interrogando la storia e accorgendosi che un tempo il Giappone, tutto sommato e tenendo conto di alcune eccezioni, ha sempre goduto di abbondanti raccolti e di invidiabili quantita' di pesce fresco, e questo ha fatto si' che sin dal principio i giapponesi imparassero a maneggiare questi ingredienti con rispetto per il loro sapore naturale, senza quindi il desiderio di alternarne ne' odori ne' gusti.

Effettivamente, esaminando piu' da vicino la cucina tradizionale (ignorando, quindi, tutte le influenze occidentali e non) ci si accorge di come le spezie siano talmente poche da poter essere contate sulle dita di una o due mani.
Nella cucina tradizionale le spezie contemplate sono alcune varieta' di zenzero, il wasabi, il sanshoo, lo shichimi toogarashi, e poco altro.

Curiosando nel mio cestino delle spezie (contenente qualche spezia indigena, italiana, cinese, indiana, ecc.) ho trovato il mio botticino di sanshoo. Il sanshoo e' un profumato pepe giapponese verdastro, dal piacevole sapore agrumato. Per tradizione, lo si usa per insaporire l'anguilla alla piastra e servita con del riso al vapore.
Dal mio stracolmo cestino spunta anche un bellissimo barattolino di metallo di 七味唐辛子 shichimi-toogarashi, un delizioso misto composto solitamente da peperoncino frantumato, nori, semi di papavero, semi di sesamo, scorza essiccata di mandarino, zenzero.
Lo shichimi-togarashi (il nome significa "il peperoncino dai sette sapori") affonda le proprie radini nel Giappone del Periodo Edo in cui moltissimi erano i commercianti di spezie che si dedicavano alla preparazione di fantasiose e creative miscele di toogarashi.
Al discorso sull'abbondanza di materie prime freschissime qui in Giappone, l'autrice aggancia la propria teoria secondo cui in Europa, come in Cina, durante il Medioevo a causa della scarsa disponibilita' d'ingredienti freschi e le varie ondate di pestilenze che decimavano vaste fette di popolazione, l'uso di quante piu' spezie possibili fosse il metodo principe per la conservazione soprattutto di carni e pesci. Le spezie, quindi, grazie alle loro proprieta' disinfettanti e conservanti, si sarebbero impadronite di un posto d'onore nelle tradizioni gastronomiche europee e cinesi diventando ingredienti insostituibili.

Non ritenendomi adeguatamente preparata su temi di storia medioevale non mi sento certamente all'altezza per smentire o confermare quanto espresso da Koono-sensei; pur tuttavia, direi che il lungo isolamento giapponese dal resto del mondo non ha di certo contribuito all'ampliamento del repertorio di spezie del Sol Levante, e che quindi la presenza di piu' spezie dalle nostre parti e' stato frutto anche d'importanti scambi commerciali e non solo una conseguenza dovuta alla difficoltosa reperibilita' di ingredienti freschi o dalla necessita' di difendersi da contaminazioni varie.

Questo non significa che la cucina giapponese sarebbe stata migliore se avesse potuto, fin da tempi remoti, includere nel proprio repertorio spezie di vario genere. Ma neanche per idea. Anzi! Senza nulla togliere alle cucine occidentali e cinesi (ognuna delle quali, a mio avviso, degna di nota), la cucina giapponese ha saputo affinare e far propria la complessa arte del saper mettere in risalto i sapori semplici di un cibo, senza ne' mascheramenti ne' trucchi magici. E non e' certo un traguardo trascurabile!

Concludo l'articoletto di oggi con un'altra immagine di casa mia, ma questa volta di un pezzetto assolato del nostro giardino.
Buona settimana a tutti voi che leggete Biancorosso Giappone!

venerdì, maggio 15, 2009

Gattini di legno, foglie di te' e varie

Questi due gattini di legno che vedete nella foto a sinistra sono due oggetti un po' particolari e di cui vorrei parlarvi.

Li comprai in un negozietto in un vicoletto un po' nascosto, a Kamakura, questo giorno qui.
Trovai i due felini di legno particolarmente simpatici tant'e' che, una volta ritornata a casa, decisi di dedicar loro un posto d'onore sul davanzale della finestra del mio salotto.

Quasi istintivamente, senza nemmeno pensarci troppo, li posizionai in modo che col musetto fossero rivolti verso l'esterno.

Tempo dopo, poco prima dell'arrivo della mia famiglia per le festivita' natalizie, tornai vicino al davanzale e mi accorsi che i gattini sembravano avere uno sguardo emozionato, come se guardando fuori, aspettassero con ansia qualcuno. Ecco che da allora decisi che questi gattini col musetto rivolto verso l'esterno avrebbero simboleggiato un po' il mio senso di nostalgia per i miei famigliari e per l'Italia.

Infatti, dopo l'arrivo dei miei famigliari, ho girato i gattini verso l'interno. Oramai non stavano piu' aspettando nessuno. Ma dopo la partenza dei miei, ecco che i micetti hanno ripreso a guardar fuori.

Quando mia sorella Annalisa era qui naturalmente i micetti erano girati verso l'interno, per poi rimetterli nella posizione originale una volta riaccompagnata la mia sorellina all'aeroporto.

Mi piace pensare che, grazie ad una loro acutissima vista, riescano a vedere un pezzetto di casa mia.

Qualche settimana fa, in un pomeriggio piovoso e noioso, mi sono casualmente (no, non e' vero) trovata in un'immensa libreria nuova di zecca e che sembrava essere spuntata dal nulla dato che, fino ad un mese o due prima, c'era solo qualche incerto negozio di abbigliamento che evidentemente destava scarso interesse nei passanti.
Il nome della libreria aveva un che di retro-futuristico-nostalgico: City Books.

Naturalmente, esageramente ingorda di libri come sono, non potevo semplicemente rimanere li' impalata a guardare le vetrine e le decine e decine di giapponesi che, come consuetudine, facevano un po' di sano 立ち読み tachiyomi (cioe' lettura in piedi di libri e giornali non ancora acquistati. Fenomeno malvisto in Italia, ma ampiamente tollerato da queste parti). E cosi' sono entrata a fare un giretto di perlustrazione libresco, senza fretta e senza nessun titolo preciso in testa.

Senza nemmeno farlo apposta (no, non e' vero) mi sono ritrovata tra i ricettari e i vari libri per la casa. Nel giro di pochi minuti, avevo gia' addocchiato una decina di volumetti interessanti e che avrebbero senz'altro arricchito la mia piccola libreria personale.

Fortunatamente, pero', mi sono velocemente data una ridimensionata; d'altra parte, ogni giretto in libreria non si puo' tradurre in altre quintalate di volumi da sgobbarsi fino a casa, volumi che poi logicamente si ritroveranno impilati sul mio povero comodino zoppo oppure in un qualche angolo della casa, ad attirar vagonate di polvere.
I miei scaffali, ormai stracolmi e con le mensole incurvate, implorano pieta'.

Ecco alcuni miei libri qui in salotto. Tra questi c'e' l'immancabile nuovo acquisto di cui vi parlero' a breve.
Dopo un inesorabile depennaggio dei titoli che si stavano prepotentemente infilando nel mio cestino degli acquisti, mi sono ritrovata con un solo libro: un umile ricettario dedicato interamente agli onigiri o musubi.
Eccolo qui:
Il titolo e' chiaro e lineare: いつものおむすび Itsumo no omusubi, ossia omusubi per ogni occasione.

E le ricette sono ben cento! Quando parlai ad Akiko di questo ricettario, mi guardo' con aria stupita chiedendosi come potessero esserci cosi' tante ricette per un cibo cosi' semplice come gli onigiri. Eppure questo libro contiene varianti molto creative e che spaziano dai temi piu' tradizionali a quelli occidentaleggianti.

Qualche pagina d'esempio? Molto volentieri!

Un onigiri preparato con del takenoko fatto sobbollire in salsa di soia (scusate la foto un po' scura):

Un coreografico onigiri avvolto in una foglia di shiso e alga nori:
E persino un onigiri all'italiana olive, aglio e salsa di soia (condimento tipico della Penisola):
Insomma, c'e' di che sbizzarrirsi con questo ricettario! Le idee proposte sono davvero tante e tutte molto fantasiose. Magari ogni tanto ne sperimentero' qualcuna, documentando naturalmente il tutto qui sul blog.

Diversi giorni fa, mio marito e' rientrato a casa dal lavoro con una piccola borsa di carta molto graziosa e contenente un regalo ricevuto da un suo collega di lavoro.
La borsa conteneva questa scatola:
La scatola ovviamente era ben infiocchettata con quel nastro arancione prima che le mie manine, guidate da entusiasmo ed irrefrenabile curiosita', lo aprissero con la stessa elettrizzante voracita' con cui i bimbi scartano i regali a Natale.

Lupicia e' il nome di una catena di negozi giapponesi specializzati nella vendita di te' sfuso (ma anche in bustine). La loro storia e' molto recente e risale alla meta' degli anni Novanta. Il nome del loro primo negozio era L'èpicier, cioe' il droghiere. Successivamente aprirono un altro negozio specializzato solo in te' cinesi e giapponesi, dal nome 緑碧茶園 Lu-pi-cha-en un nome cinese che significa "il giardino dei te' verde giada". Come al solito i nomi cinesi sembrano piccole poesie, vero?
E combinazione, quindi, sia il termine francese che quello cinese avevano qualcosa in comune e da loro e' nato il nome Lupicia che, pero', in tutta onesta' non mi piace. Era meglio L'èpicier o 緑碧茶園, ma fa istess.

Di negozi Lupicia ve ne sono moltissimi qui in Giappone e adesso anche negli Stati Uniti, Australia, Corea e Taiwan.
Ce n'e' uno non tanto distante da casa mia, ma non mi ero mai fermata a comprare nulla. Ed ecco che questo regalo arriva proprio al momento giusto dato che questi te' m'incuriosivano da un po'.

I te' sfusi vengono venduti sia in buste da travasare poi in un contenitore proprio, oppure direttamente in bellissimi vasetti di latta. La scatola conteneva tre varieta' di te', tutti nei vasetti di latta.

Cominciamo col primo te': 夢 Yume, ossia sogno. Yume e' a base di te' nero, vaniglia e frutta mista. Ecco le mie foto:
Yume pero' contiene anche boccioli di rosa. Il risultato e' un'esplosione di profumi fruttati e floreali! Una vera festa olfattiva!
Ecco Yume da vicino:
C'e' poi Orange Chocolat, a quanto pare un abbinamento vincente non solo in pasticceria, ma anche nel mondo del te'! Mi ha colpita la forte nota cioccolatosa che prevale sull'arancia! Avrei immaginato l'esatto contrario.

E per finire, un te' chiamato Grenade a base di te' nero e guava (pero delle Indie).

La fissazione che i giapponesi hanno con la Francia e con i francesi si riflette anche nelle marche di te' che si trovano in certi supermercati e negozi di alimentari.
Una di queste marche e' Janat. In realta' questa marca non mi aveva mai interessata piu' di tanto, sebbene ne vedessi i numerosi prodotti in negozi di alimentari d'importazione. Poi, dopo aver letto una recensione di un te' Janat sul blog della mia cara amica Kat di Osaka, mi sono incuriosita e alla prima occasione mi sono impossessata di una delle loro miscele, e piu' precisamente la Janat Blend, ossia la miscela della casa.
Un ottimo darjeeling mischiato con petali di rosa e un pizzico di caramello. Davvero delizioso!
Un te' particolarissimo e fragrante e un'azienda che vanta una storia che risale, addirittura, al periodo della Rivoluzione Francese. Un'azienda il cui stemma e' rappresentato da due gattini dorati. Ma guarda che combinazione! Inizio l'articoletto con due gattini e lo concludo con altri due gattini.

Termino l'articoletto di oggi ringraziando tutti coloro che hanno lasciato un commento tra ieri e oggi. Grazie davvero per aver accolto il mio invito a lasciare un messaggio!
Rilancio l'invito a chi ancora non si e' fatto avanti! Forza, fatemi sapere da dove mi leggete e perche' vi piace questo blog. Sono i vostri commenti che m'incoraggiano a scrivere!

Buon fine settimana a tutti voi!