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giovedì, agosto 18, 2016

Un onigiri per l`anima

Scavando nei miei ricordi e forse voi nei vostri si ritrovano istantanee di grandi citta` che ad agosto si trasformavano in luoghi di silenzio, di strade solitarie, di serrande abbassate, di negozi chiusi, di sparute pizzerie prese d`assalto dai pochi disperati rimasti in balia del caldo e della noia.

Oggi tutto sta cambiando.

Certo, si avverte ancora quell`insolito senso di svuotamento della citta` accompagnato dal silenzio, dall`oscurita` dei condomini privati temporaneamente dei propri abitanti, ma sono sensazioni molto ridotte rispetto a un tempo.

Io sono rimasta in citta`.

E con me diverse centinaia di migliaia di persone, molti italiani e forse anche in gran parte cosiddetti "immigrati esterni" che - vuoi per impianto culturale o vuoi per ristrettezze economiche - non hanno optato per la provvisoria fuga dalla metropoli.

Un giro, in questi giorni, per Corso Giulio Cesare, Corso Palermo, Corso Romania, ma anche per le vie del centro tradurra` in esperienza le mie parole.

Da bambina aspettavo sempre con ansia l`estate per poter finalmente dormire e non pensare alla scuola, anche se studiare mi piaceva e mi e` sempre piaciuto. Ma soprattutto ogni estate speravo che si potesse andare qualche giorno al mare e sebbene le vacanze estive della mia infanzia siano state poche e modeste, le ricordo ancora con nitidezza ed una certa dose di affetto.

Da anni ormai, cioe` da quando andai via dall`Italia spezzando irrimediabilmente tutta una serie di consuetudini che quasi inevitabilmente si perdono se non ci si circonda di connazionali, non avverto piu` quel bisogno indotto della villeggiatura estiva.

Ed essere ritornata qui non e` servito a ricucire un bel niente perche` ormai lo strappo era fatto e anzi, si e` allargato sempre piu`. Ma questo forse e` argomento per un`altra volta.

Sto riassaporando la mia citta` in veste estiva, una citta` alleggerita dalle troppe persone, dai troppi veicoli, dalle troppe voci che concorrono l`una contro l`altra durante il resto dell`anno.

Le mie parole non sono quelle della volpe indispettita davanti all`uva, ma semplicemente le riflessioni di chi ha smesso di esser parte di questa societa` ufficialmente nell`estate del millenovecentoenovantanove e non e` piu` tornata fra le sue fibre.

Mi manca viaggiare, piu` di quanto forse questo disadorno blog possa trasmettere.

Schegge di Giappone da me
immortalate a giugno di quest`anno
Vi sono notti in cui lacrime spesse, calde e silenziose mi appannano la vista quando realizzo, ancora una volta, che sono di nuovo qui in questa Italia dove sono nata ma che non mi ha riaccolta come avrei voluto e anzi mi ha messa con le spalle al muro tante, tante, tante volte.

Pero` non voglio ora scivolare nel miserabilismo che a sua volta poi sfocia in un pessimismo fine a se stesso. Le cose capitano per un motivo, ne sono certa. Non vi e` casualita`.

E in quei giorni in cui avverto forte quel senso lacerante di nostalgia principalmente per il mio Giappone, fuggo dal pianto nudo e crudo. Quel pianto sconsolato che ti fa affondare nel letto e dove le lacrime bollenti e salate ti ricoprono il viso, facendovi appiccicare tutti i capelli disordinatamente un po` qui e un po` li`.

Quel pianto dove il buio si fa ancora piu` buio.

Ho imparato a fuggire da quel pianto di pura nostalgia perche` porta con se` un sapore sgradevole: quello della speranza che scivola via come un pugno di rena contro vento.

Allora cerco le carezze per l`anima.

Vi ricordate di Jack Canfield e della sua collezione di storie Brodo caldo per l`anima? Erano raccolte di storie vere che avevano come scopo quello di coccolare le nostre anime tartassate quotidianamente da continui esempi di cinismo, di crudelta`, di soprusi, il tutto amplificato a dismisura con l`arrivo di Internet che funge da inarrestabile cassa di risonanza . Sono degli abbracci per chi ha perso o sta perdendo fiducia nel genere umano pensando che esso non sia piu` in grado di agire con bonta`.

Io trovo e ritrovo ciclicamente i miei brodi caldi per l`anima nel ricreare i sapori che amo. E anzi, e` proprio nel ricrearli da sola che ritrovo grande sollievo perche` riuscire a ritrovare, con risorse estremamente limitate e in una cucina che forse e` piu` piccola del vostro sgabuzzino, quei sapori che qui sono difficili da incontrare e` una conquista ed un abbraccio. Ogni volta.

Per me un soul food che mi e` d`ausilio nel riconnettermi col Kanagawa sono gli onigiri oppure omusubi, se proprio voglio usare il termine piu` - diciamo cosi` - del cuore. Vi ricordate quando ve ne parlai? Fate un salto nel passato cliccando QUA, QUI tra i tantissimi articoletti che ho dedicato a questo cibo semplice ma deliziosamente speciale.

Li ho ripreparati molto di recente.

Ho misurato il riso.

Riso giapponese, varieta` Shinode. 
Da quando Yukiko-san ha chiuso il suo bel negozio nonche` mia importante fonte di ingredienti a Torino, sono dovuta ritornare a Porta Palazzo a prendere il riso giapponese.

Non e` un compito troppo ingrato e comunque le varieta` che si trovano sono tutte direi piu` che discrete. La maggior parte di esse proviene dalla Lomellina dove, oltre ovviamente le varieta` nostrane tradizionali, si coltiva riso di provenienza giapponese trapiantato in Italia.

Voi sapete che, salvo rarissime e costose eccezioni, il riso giapponese d`importazione in Italia non si trova. Quello che abbiamo qui e` il cosiddetto "sushi rice", una denominazione data per fornire un indizio su un possibile (ma non di certo l`unico!) utilizzo di questa particolare varieta` di riso.

Se abitate a Torino e dintorni, datemi retta e prendete l`Okome-san oppure lo Shinode nelle botteghe di Porta Palazzo dove li troverete a prezzi onesti. Lasciate perdere la pomposita` pretenziosa dei sushi rice etnici ed esotici della grande distribuzione o - peggio ancora - delle bio botteghe et similia.

Sconsiglio, a meno che non sia davvero l`unica soluzione, di ricorrere a sostituti perche` il risultato sara` diverso e non soddisfacente. Lasciate quindi perdere gli esperimenti con l`Originario o il Vialone Nano. Lo so, si dice che si prestino bene come sostituti, ma non e` proprio vero.
No e poi no categorico per il Basmati o il Thaibonnet, due varieta` assolutamente inadatte per la cucina giapponese.
Sono varieta` di riso non intercambiabili ed e` sufficiente esaminarne i chicchi crudi, anche solo in fotografia, per rendersene conto.

I miei ripieni preferiti per gli onigiri sono le umeboshi 梅干し:

e l`okaka おかか ossia katsuobushi, o scaglie di tonnetto bonito secco, mischiato a qualche goccia di salsa di soia.

La preparazione degli onigiri e` poi molto semplice e - sapete - non servono formine od aggeggi particolari. Servono solo le vostre mani, buona volonta`, un sorriso e un paio di altre cosette che ora vi mostro.

Avrete bisogno ovviamente del vostro riso cotto al vapore, possibilmente caldo, del sale marino, una scodella d`acqua fresca, dell`alga nori giapponese e i ripieni che avrete scelto.

Il mio piano di lavoro:

Esistono varie tecniche, tutte accettabili purche` portino allo stesso risultato.

Io mi inumidisco le mani nella scodella d`acqua fresca, dopodiche` metto un pochino di sale nel palmo di una mano e - lavorando rapidamente - inizio a maneggiare una dose di riso cotto. Per dosare il riso cotto potete aiutarvi con una semplice scodellina, tipo quelle da riso oppure da miso.

Aiutandomi poi con il dito indice, faccio un buchino al centro dell`onigiri e vi inserisco il ripieno che desidero. A questo punto, sempre alla svelta, finisco di modellare il mio omusubi chiudendo il buchino del ripieno e dando alla polpetta la sua forma finale che potra` essere tringolare, sferica, cilindrica, ecc. Sempre onigiri sara`.

E infine, se voglio ma non e` di certo un obbligo imposto dalla legge, aggiungo una foglia di alga nori di qualita`.

Ecco il mio soul food, la mia carezza, i miei onigiri per l`anima:


Preciso una cosa importante che sento di dover sottolineare: per cortesia, non mettete l`aceto nel riso degli onigiri!

Ho notato questa terribile abitudine che, mi dicono, nasce dalla denominazione data al riso tipo giapponese a cui accennavo prima, ossia sushi rice. Un fraintendimento un po` duro a morire.

Sono onigiri, non e` sushi.

Il riso per onigiri non e` condito. Il sale, come avete visto, lo si mette in quando si modellano gli omusubi e non in cottura. L`unica cosa che, se proprio volete, potete usare per dare un aroma in piu` al riso in cottura e` una striscia di alga konbu che rimuoverete non appena l`acqua avra` preso bollore.

Mi siedo, sospiro con calma, prendo delicatamente uno dei miei onigiri e lo addento con affettuosa golosita`.

Altro angolo di Giappone a Torino, da me
immortalato a giugno di quest`anno.
E il mio teletrasporto ha luogo. Il mio onigiri per l`anima ha asciugato, anche questa volta, le mie lacrime.

martedì, agosto 16, 2016

Miraggio di Atsugi-shi

Lo Henohenomoheji* con cui gioco da nascondino
da tanto tempo ormai. 
Vi e` mai successo di trovarvi in un luogo che, per varie ragioni, vi ricorda moltissimo un altro posto?

Non e` un deja vu. Attenzione. E` semplicemente una forte sensazione di somiglianza fra due luoghi, magari molto distanti geograficamente l`un dall`altro, ma che tuttavia condividono un qualcosa che li accomuna.

O forse chissa`, quel qualcosa esiste soltanto negli occhi di chi osserva in quel momento.

Sia come sia, a me questa sensazione capita delle volte. Non e` un evento frequente, a meno che non mi ritrovi a percorrere soventemente uno di questi posti gemellati dal mio sentire.

Nel mio quartiere di nascita, qui a Torino, l`antico quartiere operaio di Barriera di Milano - questo il suo nome - c`e` una Via Bologna che una volta era un importante nodo industriale ma che adesso conserva una frazione delle fabbriche di un tempo.

Adesso, sui suoi lati poco curati, sorgono edifici abbandonati, qualche ditta boccheggiante, muri fatiscenti insozzati da orrendi scritte sgraziate, vecchie case addossate l`un l`altra in un soffocante contatto, modesti negozi di vario genere, qualche supermercato, bar mal frequentati, condomini di piu` recente costruzione, il Centro per l`Impiego e poi una sorta di Ufficio Immigrazione.

E poi la nota stonata: lo sfarzo dei concessionari di automobili di lusso, da BMW a Jaguar, con le loro vetrate brillanti che sembrano quasi non esistere.
E` come se si potesse varcare liberamente quella soglia e raggiungere quei veicoli in bella mostra che contrastano cosi` tanto con l`ambiente immediato che li circonda perche` fatto essenzialmente di indigenza, di degrado, di delinquenza, di stenti, di erbacce, di marciapiedi sporchi, di case popolari, di muri che si sbriciolano, di panchine malconce.

E in tutto questo vi e` un tratto di quella via, dall`incrocio con Corso Novara fino giu` alla farmacia Dabbene e gli stridenti e disarmonici concessionari dove, non so come spiegarvi, ma e` come se vi fosse il mio wormhole di cui parlava Alessandra nel commento all`articoletto precedente a questo.
Una specie di scorciatoia spazio-temporale tra Torino e il Giappone.

Non so spiegarvi con precisione cosa sia a darmi questa sensazione. Da un lato forse quei concessionari ma forse anche quel tratto aperto di strada, quegli alberi, la disposizione del tutto. Non lo so.

So solo che c`e` una porzione della via dove, se mi fermo e ignoro tutto il resto, ho l`illusione di trovarmi in un punto preciso di una grande strada della cittadina di Atsugi-shi, nel Kanagawa, un luogo a poca distanza da dove abitavo io.

Un punto preciso che laggiu` mi ricordava quest`altro punto preciso di Via Bologna.

Andavo da Saizeri-ya, da Tsutaya. C`era anche un ramen shoppu dove una volta mi fermai a mangiare cose deliziose.

E ad acuire questo miraggio cittadino, in questo solitario giorno di Ferragosto dove ho avuto il raro privilegio di essere l`unica passeggera dell`autobus numero settantacinque, e` l`insegna nera dai bei caratteri rossi che recitano: 名古屋 Nagoya.

Ma Nagoya qui e` solo la banalita` avvilente di un nome scelto di fretta per imbastire l`ennesimo tempio del gozzoviglio a poco prezzo: uno di quei cosiddetti sushi-bar cinesi di cui ormai non penso sia immune piu` alcuna citta` italiana.

Solo quei kanji, messi li` a scopo unicamente decorativo e non certo comunicativo, mi confortano.

Ma poi il conforto scompare alla vista delle prevedibili canne di bambu` d`ordinanza, del menu` ingarbugliato e pasticciato, del cinesissimo ed immancabile lampadarione a gocce di possibile cristallo di cui intravedo l`esagerato bagliore dall`esterno.

Il miraggio e` appunto tale. E` un gioco di illusioni, di strani scherzi, di specchi che riflettono cose inesistenti.

A forse venti metri dal Nagoya di periferia, un maleodorante bidone della spazzatura circondato da scatoloni vuoti ricoperti di scritte stampate in kanji che mi rivelano il loro scopo e la natura del loro contenuto originale: sake` d`importazione nipponica.

Riprendo il mio cammino lasciandomi il cunicolo spazio-temporale alle spalle e riprendo piena consapevolezza di essere in una strada desolata qualunque di un quartiere popolare di periferia, in un pomeriggio di Ferragosto.

*Henohenomoheji e` il nome di un personaggio inventato che gli scolari giapponesi disegnano utilizzando a questo scopo sette hiragana. Il nome stesso del personaggio e` infatti la sequenza dei sette hiragana necessari per comporre il volto del personaggio. Riuscite a vedere la sua faccia?
Henohenomoheji へのへのもへじ viene ogni tanto utilizzato anche per dare un volto agli spaventapasseri oppure ai teruteru-boozu in Giappone. Anni fa scrissi qualcosa a proposito di questi ultimi proprio QUI.




lunedì, agosto 15, 2016

La chiarezza delle piccole cose

ざるそば Zaru-soba, una delle piccole cose
piu` buone del mondo. 
Non sono mai stata tanto brava a nascondere i miei sentimenti. Molte persone che mi conoscono mi dicono di riuscire a percepire il mio stato d`animo semplicemente guardandomi in faccia.

Ebbene, se poteste vedere il mio viso esso rivelerebbe la mia emozione nel ritrovarmi qui a scrivere.

Proprio qui, in questo mio luogo cosi` vicino e cosi` lontano contemporaneamente.

Questo luogo che e` stato ed e` scrigno dei miei sentimenti, proprio di quei sentimenti che si distendono sul mio viso con innegabile chiarezza.

Divincolarsi da quelle invisibili sbarre che mi tenevano prigioniera in un groviglio di paure accentuate da fameliche tigri di carta e` stato liberatorio piu` di quanto potessi immaginare.

I giorni scorrono ribelli proprio come un bambino che, nella sua spensieratezza e nella semplicita` della sua dimensione, crede forse nell`infinita` di un pomeriggio e allora ride, corre, corre e ancora corre a perdifiato.

Sono pochi i punti fermi nella mia vita. Quelle poche balsamiche certezze che, nei momenti di disequilibrio, controbilanciano le mia confusione e smarrimento aiutandomi - a volte gentilmente altre volte non tanto - a rimettermi in piedi. 

Vi e` poi il conforto che io attingo dalla chiarezza delle piccole cose.
Cha-soba e Takizawa Sarashina
shinshuu soba. Delizie dei miei giri.

Quei piccoli eventi che forse, dall`esterno, nemmeno meritano tale titolo. 

Prendere il tram il sabato, verso l`una o le due del pomeriggio, e andare in totalissima solitaria al Mercato di Porta Palazzo qui a Torino e quasi ignorare proprio il protagonista multiforme e multicolore della vecchia Piazza della Repubblica, ossia il mercato stesso, e dirigersi a passo svelto e sicuro verso i caotici negozietti di alimentari orientali che si snodano su ambo i lati dei primi due isolati del lunghissimo Corso Regina Margherita.

Quasi senza rendermene conto, seguo una sorta di percorso fisso che mi porta a seguire tappe prestabilite dalla mia abitudine. Questo mio personalissimo percorso mi porta ad andare giu` giu` al fondo per poi ritornare da dove sono partita.

E` curioso perche`, forse inconsciamente, seguo la stessa traiettoria a cerchio che ha caratterizzato la mia partenza e il mio ritorno. 

Torino, la mia citta`. L`inizio e la fine di quel cerchio dal raggio cosi` ampio da aver toccato l`Estremo Oriente e le sue lanterne di pietra grigia e muta.

Come posso spiegarvelo? 

Da ragazzina, poco piu` che adolescente, io venivo da sola a fare esattamente quello che faccio adesso: venivo al Mercato di Porta Palazzo, ignorando totalmente il protagonista di questo ingarbugliato palcoscenico del commercio, e - con i miei riccioli disordinati e spesso senza una lira in tasca - viravo subito in direzione delle botteghe orientali di allora. 
Una o due di quelle stesse botteghe esistono ancora, mentre le altre sono scomparse, inghiottite dal viavai di una societa` che muta.

Andavo a curiosare, semplicemente. 

L`inspiegabile attrazione per l`Asia mi portava a questa mia forma di divertimento che immagino fosse, per i miei coetanei di allora, alquanto stramba. Eppure non me ne fregava assolutamente nulla di quel che pensavano. 

Ricordo che andavo a far domande ai negozianti chiedendo che mi insegnassero ora una parola in cinese e ora un carattere.

Nitidamente come fosse avvenuta ieri, ricordo una conversazione con un signore cinese, ancora vivente e che trovate nella sua leggendaria Cineseria Ming in Galleria Umberto I, attraverso cui il signor Lee lascio` la poco piu` che adolescente Marianna di allora senza parole davanti la sua conoscenza dei caratteri tradizionali, quelli vecchio stile, i piu` belli, i piu` ricchi, ancora in uso a Hong Kong e Macao.

Molti anni dopo, con qualche esperienza in piu` sulle spalle, con gli occhi decisamente piu` allenati a leggere i caratteri ma fondamentalmente con nel cuore lo stesso ardore di un tempo rieccomi di nuovo qui.

E nelle mie esplorazioni in solitaria di adesso, io comincio sempre dal negozio all`angolo con Via delle Orfane dove quasi sempre scovo esattamente cio` di cui necessito perche` e` nel ricreare sapori a cui sono profondamente legata da una cordicella che e` un intreccio di cotone e sentimento. 

Ed ecco come ricreo la zaru-soba, uno dei piatti giapponesi piu` semplici e piu` deliziosi in assoluto, nonche` rimedio anti-natsubate (la spossatezza provocata dal caldo eccessivo) per eccellenza.

Non c`e` bisogno che vi spieghi cosa sia la soba: argomento ampiamente trattato qui in questo luogo prezioso, quadrivio di scritti e pensieri.


Non porto nessuno con me quando vado a fare queste mie esplorazioni dell`anima. 

E` capitato che qualcuno si aggregasse a me per farmi compagnia, ma allora l`esplorazione diventa un giretto qualunque dove i miei occhi pigramente saltellano da questa bottega all`altra senza quella scintilla dell`emozione che e` solo mia, in quella mia piccola solitudine felice. 

Cammino a passo rapido e penso. Spesso sorrido apparentemente al niente, ma che niente non e`.


Sono stille di pensieri che mi accompagnano e che vorrei ogni volta mettere per iscritto, ma quasi sempre sono destinate a rimanere solo pennellate di riflessione.

Se la calura estiva vi tormenta, cambiate un po` ritmo allontanandovi per un attimo dalle solite insalate di riso o di pasta e assaggiate la buona soba giapponese servita fredda, accompagnata dalla sua mentsuyu. 

Frugando un pochino nel mio enorme archivio oppure cliccando sulle etichette al fondo del post, troverete qualche ricetta che vi piacera`.

Per ora vado a godermi lo splendore di altre piccole cose: la fragranza confortante del caffe` vietnamita e le commoventi descrizioni nipponiche di John Lowe.

mercoledì, luglio 29, 2015

Mugicha artigianale del mio ritorno...e un ricordo!

Il mio 麦茶 mugicha artigianale.
Osservo, con stupore misto ad imbarazzo, il tempo trascorso dal mio ultimo aggiornamento.

Eppure questo blog e` costantemente nei miei pensieri per varie ragioni.

Se penso a quanto ho fatto in questi mesi, se non avessi la data del mio ultimo post ed una basilare cognizione del tempo, penserei di essere stata via per un anno o piu`.

Sono passati mesi dalle mie ultime parole, scritte mentre avvolta nel freddo e con solo il tepore di abiti pesanti e di un termosifone.

Queste parole di oggi, invece, sono appesantite dal caldo estivo di fine luglio quasi agosto, con quel sole che sembra impregnato di un`euforia che non va mai via.

E se penso a quanti articoletti ho abbozzato in questo lungo periodo di assenza mi viene da sorridere.

Ho preparato tante foto e mentalmente tanti testi che, superato questo iniziale imbarazzo dovuto al mio improvviso ritorno estivo, pubblichero` nelle prossime settimane.

Uno dei sapori che conservo ancora dentro di me con una tale nitidezza da riuscire a rievocarne il ricordo ogniqualvolta io lo desideri e` il sapore del 麦茶 mugicha, ossia il te` d`orzo tostato.

Il mugicha e` uno degli elementi essenziali della vera estate giapponese. E` infatti nella stagione calda che si predilige molto questa sana bevanda che comincia a comparire sui menu` dei ristoranti e nei frigoriferi dei supermercati e コンビニ konbini o convenience stores.

E` un te` nel senso che l`orzo viene consumato dopo averlo messo in infusione in acqua, ma non contiene le foglie di camellia sinensis, la pianta del te`.

Dedicai un articoletto al mugicha molto tempo fa, naturalmente qui su Biancorosso Giappone, la mia casa con le fondamenta di emozioni. Ecco qui.

Durante le mie torride, umide, pesanti, spesso irrespirabili giornate estive giapponesi spesso l`unica fonte di refrigerio era in un bicchiere di dissetante mugicha.

Il suo sapore e` molto simile al caffe` e se vi piace il gusto dell`orzo quasi sicuramente apprezzerete questa amata bevanda dalle proprieta` purificanti oltre che dissetanti.

Da quando sono tornata a Torino la ricerca di ingredienti giapponesi di qualita` (e non certe sino-oscenita` travestite da prodotti nihonsei) rappresenta puntualmente una sfida sia per la mia pazienza che per il mio portafoglio non particolarmente pingue.

Bisogna quindi, e non che questo mi dispiaccia, ingegnarsi ed inventarsi qualcosa.

La voglia di acquietare la mia sete con un bel bicchiere di mugicha in queste giornate di afa torinese e` stata presto disturbata dalle gia` previste difficolta` nel reperire le mitiche bustine da tuffare direttamente in acqua fredda e che sono pressoche` ovunque in Giappone.

Una veloce ricerca sul web mi ha portata subito e dritta alla pagina di una blogger americana che scrive di Giappone: La Fuji Mama. Tra i suoi post, ne ho trovato uno dedicato proprio alla preparazione artigianale dell`agognato mugicha.

Ho variato leggerissimamente la dose dell`orzo, ma per il resto il procedimento seguito e` esattamente il medesimo.

Vediamo.

Ingredienti per un 麦茶 artigianale

circa 100g di orzo perlato
2 litri d`acqua fresca


Ho utilizzato dell`orzo perlato laziale.

L`ho messo in una padella, a secco, a tostare a fiamma media per circa dieci minuti.

Bisognerebbe mescolare con una certa frequenza per assicurare che i chicchi si tostino in maniera uniforme.
Dopo una decina di minuti il mio orzo aveva assunto questa deliziosa tonalita` marroncina:


Ho trasferito l`orzo in un recipiente perche` si raffreddasse.
Per sveltire un po` il raffreddamento dell`orzo fumante, ho trasferito il tutto in un altro piatto e mi sono aiutata alla vecchia maniera: con il mio うちわ uchiwa.

Nel frattempo, in una pentola capiente, ho messo a bollire i due litri d`acqua fresca. Iniziato il bollore, vi ho versato l`orzo che aveva finalmente raggiunto una temperatura ambiente.

Ho abbassato la fiamma al minimo e ho lasciato che il tutto sobbollisse lentamente per venti minuti. Dopodiche` ho spento il fuoco e ho lasciato riposare per altri cinque minuti.

Ho filtrato il composto e versato il mugicha in una caraffa che, una volta raffreddata, ho riposto in frigorifero.

L`orzo tostato rimasto e` finito in insalata.

Certo, ho dovuto aspettare che il mio mugicha diventasse bello freddo per poterlo assaporare, ma si sa...le cose buone richiedono pazienza e tempo.

Verdetto: e` certamente il mugicha che ricordavo anche se il sapore era molto piu` delicato e privo di quella nota molto caffettosa che generalmente contraddistingue il parente nipponico.
Immagino che sia possibile migliorare il risultato partendo dall`orzo macinato sottoposto, successivamente, a tempi di tostatura ed infusione maggiori.

Nel frattempo pero` provero` ad andare a curiosare nelle botteghe di alimentari orientali di Porta Palazzo nella speranza di trovare del mugicha, magari coreano, gia` pronto per l`infusione.

Termino ricordando, con la consueta e forte nostalgia, il mugicha che assaporavo da Seigetsu, proprio a due passi da casa.
Me lo servivano in spesse tazze verdi e alte la cui superficie, puntualmente, s`imperlava di goccioline fredde.
A sorsi assaporavo quella bevanda cosi` corroborante e rinfrescante, sospiravo, mi guardavo intorno e interiorizzavo i sapori e gli odori di quella locanda a me cosi` cara dove, ogniqualvolta vi entravo, venivo accolta come un membro della famiglia.

Nel desiderio di amplificare il mio ricordo dando ad esso una dimensione piu` tangibile, vi regalo alcune foto del mio amato Seigetsu e del suo interno. Era li` che io mi sedevo. Era li` che mi guardavo sempre intorno con occhi riposati e col cuore sereno. Era li` che la signora, con la sua curiosa capigliatura riccia di foggia un po` Showa e dei campanellini attaccati alla tasca del grembiule, mi portava dapprima il menu` in inglese passando poi definitivamente a quello normale in giapponese e decisamente piu` ricco e completo.


Era li` che io arrivavo, sempre con emozione. Era li` che percepivo il profumo del tenpura e del miso.
Il famigliare bancone dietro cui trovavo sempre volti sorridenti che mi accoglievano sempre con grande affetto.
La saletta col tatami. Quello era il tavolo preferito del cliente misterioso che sembrava nutrirsi solo di birra. Ve lo ricordate?
Il 招き猫 maneki-neko di Seigetsu.
E questi due meravigliosi oggetti laccati antichi che erano sempre li`, nello stesso punto, in esposizione a quei pochi occhi che forse li ammiravano con curiosita` e affetto.

venerdì, luglio 18, 2014

Quel che possono i cuori.

Handala
Un paio di giorni fa sono ritornata nel quartiere dove sono nata e cresciuta.

Ci sono andata per una commissione che in realta` non era urgente e che soprattutto potevo sbrigare anche da un`altra parte.

Ma ho preferito invece sbrigarla li` perche` sapevo che avrei potuto cosi` godermi una o due ore, in solitaria, per le vie tranquille di quell`angolo di citta` cosi` intriso di ricordi. Belli o brutti che siano.

E` un quartiere dove non c`e` assolutamente nulla di speciale, nulla che potrebbe diventar fonte di vanto nei confronti di un forestiero, di un turista.

Non e` un quartiere con quella scia affascinante fatta di arte, architettura e storia che solitamente impreziosisce molti quartieri di tante citta` italiane.

In questo angolo di Torino invece non c`e` nulla di tutto questo. Wikipedia elenca, fra i pochissimi luoghi d`interesse e di rilievo storico della zona, una chiesa di deciso sapore ottocentesco, un parco, un giardino intitolato a Peppino Impastato, un oratorio e poco altro.

Questa e` una zona di case, case e ancora case. Grossi condomini che agli inizi degli anni Sessanta rappresentavano, in mattoni e cemento, la poderosa forza lavoro di operai non solo FIAT ma di tanti altri stabilimenti e fabbriche che in quegli anni erano realmente la linfa vitale di Torino.

I giardini, i parchi, il tanto verde sono - a mio avviso - uno degli aspetti piu` belli di questo posto. Un verde abbondante e persin lussureggiante in certi punti. Un verde brillante e generoso che forse nei quartieri piu` sofisticati e antichi scarseggia fino ad essere inesistente.

E sebbene oramai non esista quasi piu` la Torino deserta dei mesi estivi dove la citta`, in seguito al puntuale esodo dei cittadini verso luoghi di villeggiatura, si svuotava fino ad assumere i toni e le sensazioni surreali di una solitudine come quella del prof. Borg ne "Il posto delle fragole" di Ingmar Bergman, si assiste lo stesso ad un alleggerimento delle vie.

Passeggiando per una di queste vie smeraldine e quasi solitarie, a passo volutamente lento e assaporato, con gli occhi cercavo tutti gli appigli della memoria, angoli a cui inevitabilmente sono legati dei ricordi.

Ricordi semplici, d`infanzia e adolescenza. Ricordi forse sciocchi e privi di senso, ma che sono comunque una parte insostituibile di cio` che sono io.

In una di queste vie verdi e illuminate dal sole instancabile del pomeriggio, una donna in dolce attesa aspetta un autobus in compagnia di sua figlia, un`allegra bambina che avra` avuto suppergiu` otto o nove anni.

Mamma e figlia chiacchierano felicemente di cose varie.

La bambina, altalenandosi con fare giocoso e con lo sguardo rivolto all`insu`, pone alla mamma questa domanda:

"Mamma, ma il cielo e` dritto o a cerchio?"

Non ricordo quale su la risposta della mamma, ma poco importa.

Ho proseguito la mia passeggiata, a passi lenti e assaporati, per le vie alberate e semi-deserte di un modesto quartiere di Torino dove non ci sono tracce di glamour o impronte di acclamati architetti di gloriose epoche che furono.

Tutti i bambini del mondo sono curiosi di quello che li circonda. I loro occhi tentano di interpretare cio` che vedono, dandosi forse spiegazioni che ad un adulto possono sembrare fantasiose o addirittura strampalate.

Ma alle volte, anzi troppo spesso ancora, ci sono bambini i cui occhi vedono da subito il lato peggiore e piu` scuro dell`essere umano. Sono occhi che vedono, loro malgrado, il personificarsi di violenze e orrori che nemmeno le parole piu` accorate potranno mai descrivervi completamente.

Forse avete riconosciuto Handala, in alto a sinistra, quel personaggio creato dall`artista e illustratore Naj-al-Ali e che rappresenta un bimbo palestinese proveniente da un campo profughi.

Handala viene sempre rappresentato cosi`, mentre guarda avanti e volta le spalle a noi che guardiamo lui.

Handala si voltera` solo e quando la Palestina sara` finalmente una terra libera.

Queste settimane di nuovi attacchi vigliacchi da parte dell`esercito israeliano sulla popolazione civile palestinese hanno portato molta preoccupazione e dolore nella mia vita.

Le tragedie nel mondo sono tante, piu` di quanto possiamo immaginare, ma credo profondamente che sia dovere di ogni essere umano provare solidarieta` nei confronti di tutte le popolazioni oppresse, senza distinzione alcuna.

Il conflitto israelo-palestinese e` una dolorosa vicenda che va avanti da decenni e decenni. Molti di noi ricordano vecchi telegiornali che gia` ne parlavano e in cui gia` si davano interpretazioni e possibili soluzioni.

Pur essendo una vicenda cosi` complessa, le sue origini e la sua storia sono estremamente semplici e alla portata di chiunque voglia studiarle con una mente pulita, onesta e sincera.

Questo e` uno di quei casi dove e` possibile avere un quadro completo e preciso dei fatti, unitamente a un`opinione altrettanto chiara e solida, purche` ci si accosti alla questione con sincerita` ed onesta`.

Se desiderate chiarirvi le idee in merito, vi consiglio, anzi vi invito con il cuore in mano, a leggere QUI e a vedere QUESTO video.

La Palestina ora mi tocca molto da vicino perche` fa parte del mio quotidiano, della mia vita, della mia nuova vita. E non potrei dunque discostarmi mai dalle lacrime e dal sangue che quella terra versa da cosi` tanto tempo ormai, davanti a intere nazioni che sembrano mantenere un`aria di totale impassibilita` e addirittura indifferenza.

Cosa possiamo fare davanti al genocidio che Israele continua a compiere contro i palestinesi?

Che cosa possiamo fare noi da qui?!

Manifestazioni?
Lettere e petizioni infervorate su Facebook o altri siti?
Boicottaggi generali contro tutti i prodotti di manifattura e origine israeliana?

Non lo so. Non so ne` se queste soluzioni servano ne` a quanto possano servire.

Ma so per certo che un primo passo possiamo compierlo attraverso la nostra solidarieta` generale, attraverso i nostri cuori.

Quel che possono i cuori forse puo` apparire come un`insignificante stilla nel mare, ma non lo e` ed e` certamente un primo passo in quel coro d`indignazione che tutti noi dobbiamo creare per far muro contro ogni forma di bieca vigliaccheria e orrore.

Quel che possono i cuori e` opporre forte resistenza contro ogni individuo, sistema, Stato che ritiene accettabile lanciare bombe e gas nervini sulla popolazione civile, sia che ne sia il fautore diretto o un vile complice.

La mia speranza e` che a tutti i bambini venga concessa l`innegabile liberta` di poter alzare gli occhi e contemplare, con lo sguardo curioso ed innocente dei piccoli, il cielo per chiedersi se questo sia dritto oppure a cerchio.

E chissa`, magari un giorno lo fara` pure Handala mentre si voltera` verso di noi mostrandoci il suo piu` bel sorriso.
#FreePalestine
#SaveGaza
#PrayForPalestine

lunedì, maggio 05, 2014

Coltre fatata, un torii a Torino e un ricordo

La coltre fatata
Satsuki.

五月 il quinto mese
皐月 il mese dell`azalea

Questo e` uno degli antichi nomi giapponesi del mese di maggio.

Scrivo di Torino perche`, oltre ad essere la mia citta` di nascita, e` la citta` in cui mi ritrovo ora.

Torino, come tutte le citta` natali, ha quel qualcosa di rincuorante e di scorante al tempo stesso.

Tornare a casa e` ritrovarsi e rivivere, ma al contempo e` anche lasciarsi alle spalle l`avventura, rimettere i piedi a terra e la testa a posto.

A me Torino ha sempre fatto questo effetto.

Con un aereo che atterra all`aeroporto di Caselle oppure un treno che, chilometro dopo chilometro su pesanti binari, ritorna a Torino buttandosi fra le braccia della stazione di Porta Nuova, beh ... la sensazione e` sempre quella.

L`emozione e il sollievo di essere di nuovo a casa misti a un`incontenibile nostalgia per quel che e` stato.

C`e` quel momento in cui si vorrebbe far dietro-front e correre di nuovo via.

Eppure no. La balsamica sensazione di ritorno a casa ci attira verso se` con la forza di un magnete, ma qualcosa dentro il proprio cuore inguaribilmente viaggiatore non si placa e forse mai si plachera`.

Torino in questi giorni e` avvolta in una morbida nuvola di polline, una dolce e carezzevole copertina di mille fiocchi volanti che si perdono nell`infinita` dell`aria, scivolando sulle superfici di fiumi e pozzanghere, posandosi per terra e lasciandosi intrappolare dai fili d`erba.


Passeggiando non distante da casa mia, con il sole del tardo pomeriggio che fiero illuminava a sprazzi intensi triangoli di asfalto e strisce di vegetazione, mi sono ritrovata accovacciata ad osservare questa soffice carezza bianca, anche se burlona e dispettosa col naso di molti, mentre con grande grazia ricopriva giardini, cigli della strada e ovunque vi fosse un po` d`acqua.

Sembrava una coltre fatata.

Piu` di un anno fa, passeggiando in solitaria da queste parti, mi capito` di scorgere in lontananza un 鳥居 torii. O almeno, cosi` mi era sembrato.

Ne avevo immediatamente riconosciuto in lontananza la sagoma e il colore.

Talmente impresso nella mia mente fu quel ricordo che dimenticai pero` dove avessi visto il torii in questione, tanto che girai a lungo tempo dopo nel tentativo di ritrovarlo...invano.

E oggi pomeriggio, mentre ero a spasso e inseguivo la coltre fatata, ecco che da lontano ho rivisto quel torii.

Allora non ricordavo male! Allora non avevo avuto una visione nippo-mistica?!

No. Era un torii vero. Anzi, erano due!

Incredula, mi ci sono avvicinata. Mi e` bastato voltarmi per vedere, a poca distanza, il palazzo dove abito.


Sono rimasta ferma, con dipinta sul mio volto (ne sono certa) un`espressione tra il contento e l`inebetito.

In quel momento pero` - e` comico lo so - ho pensato si` al Giappone naturalmente, ma il primo pensiero e` andato al grande torii che accoglie chiunque entri nella base militare navale di Atsugi, in Giappone appunto.

Quella era la mia vita prima. Ho avuto il privilegio di vivere il Giappone a trecentosessanta gradi e con in piu` la mia presenza attiva all`interno della comunita` militare, soprattutto quella navale, sia statunitense che nipponica.

Quel torii grande a pochi passi dall`entrata della base era stato messo li` per stupire i nuovi occhi occidentali che, di quel posto, avevano il loro primo assaggio di Sol Levante.

Era messo li` per affascinare e non si preoccupava minimamente di essere decontestualizzato. Era li` per compiere una missione: era un biglietto da visita tanto ammirevole inizialmente quanto scialbo col tempo.

Un po` come lo erano i kimono appesi scioccamente alle pareti del Navy Lodge, l`albergo che ospita i militari e le famiglie.

Ricordo ancora la risata di Sakura quando, vedendo quel torii in mezzo alla rotonda, mi chiese cosa ci facesse un cancello sacro shintoista proprio in quel punto.

Le dissi che era li` per bellezza, per figura, per fare. E in effetti era cosi`.

Lei mi guardo` con occhi stupiti. Come poteva un torii essere usato per bellezza?

Nello shintoismo, il torii indica la presenza di un santuario. Anzi, simboleggia il punto di transizione tra la vita terrena e profana e il mondo divino.

Con alle spalle il mondo terreno, al di la` di un torii dunque troviamo solitamente un santuario, un luogo considerato sacro da chi pratica il buddismo e lo shintoismo.

Ma nella rotonda principale di 厚木基地 Atsugi-kichi, al di la` di quel lucidissimo torii laccato di rosso, c`e` una strada che di sacro ha poco o nulla. E` una strada che si addentra nel cuore della base e conduce a posti che di spirituale - temo - hanno molto poco.

Capii subito, quindi, lo sguardo stupito e la risata non cosi` sommessa di Saku-chan.

Il torii di oggi pomeriggio fece riaffiorare alla mente questo ricordo perche` in fondo svolge la stessa funzione decontestualizzata del collega nella rotonda di Atsugi-kichi.

Anche se...anche se forse un briciolo di sacralita` probabilmente tenta di proteggerla. I torii torinesi sono, infatti, davanti all`ingresso di una famosa scuola di arti marziali.

Mi e` capitato, di recente, di vedere le scene di apertura del film Emperor, diretto da Peter Webber, con nel cast Matthew Fox e Tommy Lee Jones, l`amatissimo dai giapponesi e di rivedere, proprio in quelle scene, i luoghi a me famigliari del Giappone e di Atsugi-kichi, un luogo - quest`ultimo - un po` sospeso fra due mondi. E` un Giappone non Giappone.

Ho avuto un tuffo al cuore e nella mia mente sono ritornati milioni di ricordi e di pensieri, travolgendomi con la forza bruta di uno tsunami.

mercoledì, marzo 19, 2014

Semplicita` pomeridiane

Un sole pomeridiano magnifico illumina Torino da ore. Un bouquet radioso di raggi caldi impregnati del profumo della vita, del respiro, del battito di un cuore, di un sorriso sincero, di due occhi che - non potendo mentire - lasciano trasparire l`essenza dell`anima.

E` rincuorante assistere all`allungarsi delle giornate e alla gioia di un sole che ti accompagna fino alle ore inoltrate del pomeriggio.

Un venticello tiepido e leggermente sfrontato giocherella con le tende verdi dei balconi; con la biancheria stesa che - divertita - sventola come bandiere; con i rami di alberi ormai adornati di stupendi fiori.

Vado fuori, chiudo gli occhi e respiro...e respirando catturo la fragranza della citta` al pomeriggio.

Tutto profuma di linfa che pulsa, di sangue che scorre nelle vene, di idee che si mescolano e si rimescolano, di nuove energie e propositi.

Se da una parte la routine quotidiana porta conforto, dall`altra ti sottrae la voglia di inventare facendo qualche strappo alla regola che scandisce le nostre giornate.

Si perde la mano nelle cose a cui si ripensa, di tanto in tanto, con una certa nostalgia.

Era da tempo che desideravo rispolverare il mio rito pomeridiano del 抹茶 matcha e quale momento migliore se non questo sereno e profumatissimo pomeriggio quasi primaverile torinese?
La gioia del matcha in solitaria
Ho tirato fuori, dunque, la mia tazza da 野立て nodate, il mio 茶筅 chasen, il mio 茶杓 chashaku, un どら焼き dorayaki come dolcino e - naturalmente - il mio 抹茶 matcha.

Chissa` se ricordate questo mio post qui?

Per una persona, bastano un chashaku e mezzo di te` matcha versato direttamente nella tazza.


Si mette a bollire l`acqua e quando e` pronta la si versa in un`altra tazza (per smorzarne un po` il calore che potrebbe essere eccessivo), dopodiche` la si puo` versare nella tazza da matcha.

Fatto questo, si inumidisce con acqua tiepida il chasen e si e` pronti per mescolare accuratamente avendo l`accortezza di eseguire un movimento a forma di M e concludere con un movimento come se si dovesse tracciare, con le setole del chasen, l`hiragana の.

Mi sono accorta di aver perso un pochino la mano, ma la riacquistero`. Bastera` solo non far passare altro tempo.


Il matcha ha il sapore della natura, del fogliame, del fresco e del vero. Dona energia come il caffe`, ma senza la tremarella da caffeina.

Ho ritrovato molta serenita` in questa semplice preparazione e nel privilegio di poter sorseggiare questo buon te` dalla mia amata tazza coi bordi dipinti di cielo.

domenica, agosto 04, 2013

Note di cardamomo, Yixing...e pensieri

Caffe` egiziano
Ogni stagione porta con se` un dono. Non esiste stagione piu` bella di altre, anche se i nostri gusti personale possono portarci a preferirne una anziche` l`altra.

Ogni stagione ha un suo scrigno di profumi, sapori, colori.

L`estate, ad esempio, arriva un po` prepotentemente portando dietro se` una scia di profumo di ginestre.

Le ginestre si abbigliano di giallo e iniziano ad abbellire gli alberi della citta`, regalando a chi passa intense nuvole del loro inconfondibile profumo.

Il sole cocente, spesso arrabbiato, caratterizza questa stagione che proprio per la sua afa molte volte e` amata / odiata contemporaneamente.

Eppure, anche in quel frangente, nell`estate troviamo la gratitudine per ogni sbuffo di brezza, per ogni folata di vento che viene a portarci un po` di sollievo.

L`estate ci regala la lavanda e l`anguria.

A me l`estate ha regalato e sta regalando momenti di riflessione. Il potermi sedere e riflettere su varie cose e` un lusso che ho deciso di concedermi non appena fosse iniziata la mia pausa estiva.

Una pausa addolcita da doni che come sempre ricevo dalle belle persone che caratterizzano la mia vita ora.

Una di queste persone e` M. la quale, un giorno, mi ha portato i due pacchetti di caffe` egiziano che vedete nella foto in alto a sinistra.
La torrefazione Vakakis e` una delle piu` antiche d`Alessandria d`Egitto, risalente infatti agli inizi del Novecento.

M. mi dice che Vakakis produce tre tipi di miscele: la miscela rossa che e` quella normale; la miscela verde che e` quella al cardamomo (e al momento la mia preferita); e infine quella blu, aromatizzata al cioccolato.

Dopo aver riposto questi bellissimi pacchettini in dispensa, nel giro di poco la mia casetta ha iniziato a profumare di cardamomo e caffe`, un`accoppiata assolutamente vincente...un po` come lo sono arancia e cioccolato.

Al cardamomo mi sono affezionata molto tempo fa. Chissa` se vi ricordate quando vi parlai della mia passione per i film Bollywood e per il garam chai? Proprio qui.

Ritrovare, dunque, il cardamomo tempo dopo e in un contesto inaspettato ha reso ancor piu` dolce la sorpresa.

Il caffe` egiziano si prepara mischiando la polvere del caffe` (due cucchiaini non colmi, a persona) con un bicchiere d`acqua per persona. Al tutto si aggiunge un cucchiaino di zucchero, sempre per persona.
Si mescola bene bene per evitare che si formino grumi e si mette il composto in un pentolino, a fiamma media.

Si continua a mescolare per un minuto circa, dopodiche` si lascia che il tutto inizi a bollire. Dal momento dell`ebollizione si contano due minuti, si spegne, si serve e si lascia che il caffe` riposi per dare il tempo alla polvere di depositarsi sul fondo delle tazze.

Non vi posso nemmeno descrivere la fragranza che pervade la mia cucina e la mia piccola casetta ogni volta che preparo questa bevanda. E` un profumo antico e che sa di sole, sa di saggezza, sa di tradizione e di benevolenza.

Alcune sere fa l`ho gustato accompagnato da un paio di dolcetti marocchini.

Il dolcino ricoperto di sesamo e`, in particolar modo, il mio prediletto tra tutti quelli del panorama dolciario del Marocco.

Sono gli chebakia (sono varie le traslitterazioni, tra cui: chebbakia, shebakia).

Alcuni chebakia ricevuti in dono proprio ieri da S. e pronti per essere divorati senza pieta` alcuna!


Sono biscotti fritti a base di farina, farina di mandorle, zafferano, cannella anice, acqua di fiori d`arancio, ecc. e poi cosparsi (il giusto, non troppo!) di sesamo e miele.

Un lavoraccio assolutamente fuori dalla mia portata poiche` le mie capacita` culinarie non arriverebbero a quei livelli. Indi per cui, li acquisto senza vergogna!

I chebakia sono inoltre i dolci tipici del periodo di Ramadan, periodo in cui ci troviamo ora.

M. e` ritornata in Egitto proprio prima del colpo di Stato e l`inizio delle fortissime ed incessanti proteste che hanno portato milioni di egiziani in rivolta per le strade del loro Paese.

Sapendo di M. li` la mia preoccupazione aumentava di giorno in giorno, soprattutto quando non sempre riuscivo ad avere sue notizie.

Quando poi, grazie a Dio, e` ritornata in Italia sana e salva, con gioia l`ho rivista e l`ho abbracciata. Ma come mi capita tanto spesso, piu` spesso di quanto io meriti in realta`, ricevo sempre magnifiche dimostrazioni di affetto, amicizia e generosita` dalle persone che mi stanno vicine...soprattutto ora che la mia vita e` cambiata radicalmente.

M. mi ha ricoperta di doni tra cui ecco alcuni frutti del suo orto, proprio fuori Torino:

Brillanti e succosi pomodori; fragranti mazzetti di basilico, rosmarino e salvia; delicati fagiolini bianchi; croccanti cetrioli dissetanti.

Tra le meraviglie, e nella mia incredulita`, una scorta gigante di altro caffe` Vakakis al cardamomo!!!

Credo che, a questo punto, non rischiero` di rimanere a secco per diversi mesi!

Son pur sempre italiana, e quindi ogni tanto - anzi, direi ogni giorno - non posso a fare a meno del nostro classico caffe` il cui aroma mi riporta quasi in vita dopo una notte di sonno, specie se comatoso o agitato.

Dopo una traumatica esperienza con il pessimo caffe` Suerte della Lavazza -il peggior mai bevuto da che parlo e cammino - sono passata oltre il prezzo non proprio "amico" e mi sono trattata bene acquistando una latta del grande Illy.

Mi dite quali sono state le vostre esperienza col Suerte? No perche` era talmente cattivo da farmi quasi credere di aver trovato un pacchetto difettoso!

E` come passare dalla stalle alle stelle.

E chi se lo ricordava quasi piu` l`Illy? Caro, troppo caro, pero` ragazzi...che bonta`!

Ricordo ancora come, in un pomeriggio sereno ed assolato di anni e anni fa, assaporai una tazzina di magnifico Illy in un posto inaspettato: a Julian, California, nella contea di San Diego.

Julian non e` nemmeno un paesino, ma una frazione di frazione sperduta fra campi sconfinati. E` un pugnetto di case con una strada che arbitrariamente le ha messe alcune di qua e altre di la`.

Julian e` un posto di cui nessuno si ricorderebbe se non fosse per...le sue mele!

Ecco, diciamo che Julian e` un po` la Cavour piemontese, con il suo festival delle mele, le sue pasticcerie e botteghe devote e dedicate interamente a questo nobile frutto.

E proprio in una di queste pasticcerie, non ricordo se a destra o a sinistra dell`unica strada di Julian, un buon Illy ha accompagnato la miglior apple pie che io abbia mai avuto il privilegio di gustare.

Ma il Giappone, mia costante quotidiana, non scompare e adorna la mia vita.

Alle prime avvisaglie di torrido calore, sono corsa ai ripari con del buon o-cha in bottiglia preso da Yukiko-san, nel suo delicato ed elegante negozio di Via Monginevro, qua a Torino.
Vicino all`o-cha giapponese, del buon 茉莉花茶 molihuacha (te` al gelsomino, in cinese). 

L`o-cha, splendidamente senza zuccheri ed edulcoranti di sorta, e` delizioso proprio per la sua semplicita`. Non ha bisogno di fronzoli, di aggiunte e di maschere per farsi piacere. 
Eppure e` praticamente impossibile trovare del te` verde in bottiglia SENZA zucchero (e senza nemmeno quella porcheria di aspartame). 

Ma perche`?

Quando sono tornata in Italia, ero felicissima di vedere il te` verde della San Benedetto nelle bottigliette. Pensando di aver trovato un corrispondente dell`o-cha freddo che bevevo in Giappone, mi sono invece imbattuta in un`amara (anzi no, che dico? magari fosse stata amara!) sorpresa: un te` verde stradolce. 

E lo stesso mi e` capitato a Pechino dove pare non esistano te` in bottiglia che non contengano due tonnellate di zucchero. 

Faceva un caldo disumano, e in una drogheria confusionaria ho trovato un frigo con delle bottiglie di bibite varie: dalle piu` note tipo Coca Cola e Sprite a quelle locali. Senza indugio, afferro un te` verde cinese pensando di andare cosi` sul sicuro.

Solo dopo il primo mega sorso da assetata guardo schifata l`etichetta su cui, in caratteri cinesi leggibili, appariva la parola ZUCCHERO.  

Rimanendo in tema bevande e in tema Cina, non potendomi permettere una teiera giapponese con tutti i crismi e non volendo ripiegare su robaccia dozzinale di quel genere di roba Asian style che io aborro con tutte le mie forze, ho trovato una via di mezzo.

Proprio una via di mezzo proveniente dal Regno di Mezzo: la Cina.

Ho scelto una teiera in terracotta di Yixing, un materiale pregiato e unico al mondo poiche` ricavato solo dalle zone terrose intorno alla citta` di Yixing, nella provincia del Jiangsu. 

Sono diverse le varieta` di argille di Yixing e a seconda del tipo utilizzato si ha un risultato diverso (e un nome diverso).

La mia teiera e` una Zisha poiche` creata con dell`argilla bruna tendente al violetto.

Le teiere di Yixing sono oggetti particolari perche` necessitano di molte cure ed attenzioni, anche se in cambio regalano bellezza, grazia e naturalmente del delizioso te`.

Prima di essere utilizzate per la prima volta, vanno lavate bene e poi fatte bollire in acqua a cui e` stato aggiunto del te`. La terracotta, cosi` facendo, assorbe il sapore del te` e quindi si puo` considerare da quel momento in avanti pronta all`infusione.

Approfittando di sconti speciali e ribassi non indifferenti, sono andata a fare un salto in solitaria in uno dei miei posti preferiti a Torino: il MAO, ossia il Museo d`Arte Orientale...da cui sono uscita con questo volume (l`unico in negozio!):

La scrittura del Giappone Antico, del prof. Aldo Tollini.

Sto iniziando lo studio di questo volumetto e vorrei quindi, nei prossimi articoletti, condividere qualcosa con voi sull`argomento.

Vado a ritemprarmi un po` sul balcone da cui vedo un cielo blu scuro, ingioiellato di stelline, e con sullo sfondo la Basilica di Superga nel suo dorato splendore architettonico.

Vado sul mio balcone da cui vedo una luna sempre piu` affilata e sempre piu` bella.

Vado sul mio balcone a respirare il profumo della sera che sa di brezza, di piante, di estate e di citta` un po` abbandonata dai suoi abitanti trasformatisi, ora, in villeggianti chissa` dove.

Ma io resto qua. Con il mio cuore, i miei pensieri, e la forza di non ricadere piu` a terra.