giovedì, novembre 12, 2009

Una vecchia ricetta e chiacchiere autunnali

(Un higashi, ossia un dolcino tradizionale per il matcha, proveniente dal tempio Koomyooji. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia).

Dopo giorni e giorni di un sole brillante e di un cielo deliziosamente azzurro, e' ritornato il maltempo. Forse non si tratta proprio di maltempo, ma di semplici giornate novembrine che sfoggiano i loro colori sotto un grigiastro cielo coperto.
Le previsioni, pero', promettono un po' di sole a partire da domani, ma per oggi non ci sono promesse di raggi tiepidi e luminosi.

Rimettendo un po' d'ordine nella cartella di foto per il blog, ho trovato alcune immagini che avevo scattato il mese scorso e che ritraggono alcuni dei dolcini che Fusae-san aveva acquistato al tempio Koomyoo, e che aveva regalato a Titti e a me. Questo tipo di dolcini si chiamano 乾菓子higashi, cioe' dolcini secchi, e sono l'accompagnamento forse piu' tradizionale ed elegante per il matcha.

Gli higashi, generalmente, sono molto piccoli e decorati con grande cura; i colori scelti sono solitamente tenui e delicati, proprio come il loro delicato sapore dolce e la loro fragile e zuccherosa consistenza.

Sul dolcino giallo appaiono gli ufficiali stemmi imperiali ed il nome del tempio, ossia 大本山光明寺 daihonzan-koomyooji. Daihonzan e' un titolo che viene dato ai templi principali e che rappresentano ognuno una determinata setta buddista.


Titti ed io abbiamo gustato questi graziosi dolcini, accompagnati naturalmente da una tazza di te' matcha. Un paio di articoletti fa vi ho mostrato il mio metodo molto informale con cui preparo il matcha a casa; un semplice rituale rasserenante che allieta i miei pomeriggi.
Il giorno in cui abbiamo assaggiato gli higashi del Koomyoo e' stato anche il giorno in cui ho potuto inaugurare un prezioso oggetto: un delicato natsume laccato, appositamente creato per contenere il matcha durante le cerimonie.
La bellezza e la semplicita' dei natsume sa donare un tocco davvero particolare anche ad una preparazione informale del matcha, proprio come quella che faccio io in casa.

Ecco qui il mio natsume, abbellito dai colori tradizionali delle 独楽 koma, ossia delle trottole con cui giocavano i bimbi un tempo.
Rimanendo sempre in tema di te' giapponese, la settimana scorsa sono andata a ficcanasare golosamente in un microscopico e caotico negozio di cose vecchie. Questa minuscola bottega, gestita da marito e moglie molto giovani, e' poco distante da casa nostra.
Ci si accorge della presenza di questo ingarbugliato negozietto gia' all'inizio della stradina su cui si trova: una montagna di cose vecchie ed assortite troneggia con spassosa imponenza proprio davanti l'entrata del negozio, occupando una buona parte di un marciapiede che, pur essendo gia' minuscolo e pericolante di suo, riesce ad offrire un altrettanto minuscolo ritaglio di cemento ai curiosi e temerari clienti.
Riuscire a scavalcare le pile di giornali dalle pagine ingiallite, le montagnole di kimono e yukata smessi, e le decine e decine di suppellettili accatastate e' di per se' un'impresa non indifferente che pero' premia ogni spavaldo cliente indicandogli il modo con cui poter finalmente accedere al negozio.

Una volta entrati, la situazione che si profila agli occhi del cliente incosciente di turno e' molto simile a quella che lo aveva accolto all'esterno: montagne infinite di oggetti, tutti posati uno pericolosamente sopra l'altro; un equilibrio di oggetti che sembra sfidare le leggi della gravita'.

Facendo molta - ma moooolta - attenzione a dove mettessi i miei piedi, sono andata a curiosare tra queste montagne di cose assortite, senza pero' sapere da che parte fosse meglio cominciare. Mi terrorizzava l'idea di poter - seppur inavvertitamente - dare una leggera gomitata ad una delle tante statuine di porcellana che, cadendo, avrebbe innescato una tragica reazione a catena tipo quelle cosi' coreografiche che si ottengono con le tessere del domino; nonostante cio', dovevo per forza andare avanti e proseguire per quell'angusto sentiero costellato da mille aggeggi strambi perche' non avevo scelta: far dietro-front avrebbe significato ritornare davanti alle cinquanta statuine Lladro, con conseguente rischio di provocare una strage di cocci, mandando in frantumi un'intera famigliola di principessine e pastorelli.

Ero finalmente arrivata al fondo del sentiero quando....un minaccioso rumore di passi mischiato ad un rumore di sacchetti di nylon mi atterri'. C'era qualcuno al fondo del sentiero, dietro la traballante montagna di vassoi e teiere laccate! E quel qualcuno, quasi sicuramente, voleva esplorare il sentiero su cui ero io. Ma questo era impossibile, dal momento in cui c'era posto solo per una persona per volta!
Stavo iniziando seriamente a preoccuparmi, e infatti ho iniziato a cercare vie d'uscite che magari mi potessero riportare all'esterno conducendomi attraverso porticine secondarie o qualche altra scorciatoia nascosta. Ma non intravedevo soluzioni.

Fortunatamente, pero', proprio quando stavo per perdere le speranze e stavo gia' per gettare la spugna (non in maniera eccessivamente violenta altrimenti avrei rischiato di colpire una Lladro, per carita'!), il nonnetto che stava tentando di scavalcare la montagna di teiere e vassoi ha cambiato idea, spaventato indubbiamente dal comprensibilissimo timore di causare danni incalcolabili.

Ignoro la maniera con cui il nonnetto sia riuscito a ritrovare l'uscita, arrivando sano e salvo fino alla fine del tunnel, pero' suppongo tutto sia andato bene.

Dopo un lento incedere che era tale non per solennita' o pomposita', ma per il semplice e costante terrore di mandare in macerie la piccola bottega e di ritrovarmi, quindi, sotto una soffocante montagna di oggetti fracassati, sono finalmente giunta al punto in cui il registratore di cassa dista circa mezzo metro dall'uscita.
Stavo finalmente per dirigermi verso la luce del sole - la cui luminosita' e bellezza avevo quasi dimenticato - quando, in un angolo polveroso e buio, ho intravisto una grossa cassetta di plastica blu, tipo quelle che si usano per trasportare bottiglie di vetro.
Non so che cosa mi abbia attirata ad avvicinarmi a quella cassetta stracolma di tutto e di piu', ma nel giro di mezzo secondo mi sono ritrovata accovacciata vicino alla piccola montagnola di oggetti che spuntava dal bordo del contenitore blu.

Rovistando con crescente curiosita', proprio sul fondo della cassetta stessa ho scovato due tesori che mi hanno immediatamente regalato un sorriso da qui a qui: due vecchi 茶筒 chazutsu (barattoli per il te') di sakura no ki, ossia di legno di ciliegio.
Erano entrambi impolverati, ma la loro ineguagliabile bellezza traspariva lo stesso.
Con grande cura li ho osservati, e ho scoperto che entrambi appartenevano ad una vecchia sala da te' che ormai non esiste piu', e che un tempo sorgeva in una stradina di un quartiere di Tokyo.
Sul fondo di uno dei barattoli appare persino una data, scritta in kanji e con un inchiostro dorato, e che colloca quel barattolo (forse anche l'altro) verso la fine degli anni Sessanta.

I due barattoli sono molto simili, ma uno di questi ha due foglioline -di cui una di momiji - ed un fiore di sakura intagliati sul bordo del coperchio:

Uno dei due barattoli - quello con le foglioline intagliate - all'interno conteneva anche un piccolo cucchiaio dosatore per il te'.
Rialzandomi con la massima lentezza, mi sono avviata verso la proprietaria del negozio la quale - con un faccino molto serio - stava spolverando una mensola di vetro. I due barattoli erano senza prezzo, e quindi mi sono preparata non solo a chiedere informazioni in merito, ma a contrattare un po': avevo gia' fatto un acquisto tempo fa in questo stesso negozietto, e ricordo che - in maniera del tutto inaspettata - mi ritrovai a contrattare sul prezzo. Le contrattazioni sui prezzi avvengono molto raramente qua in Giappone, quindi potete immaginare quanto rimasi stupita nel vedermi offrire un prezzo minore dopo aver garbatamente rifiutato quello iniziale!
La ragazza era del tutto ignara del fatto che mancassero i prezzi sui due barattoli. Io, a questo punto, aspettandomi di vedermi piombare un prezzone da capogiro, ho fatto un sorrisino paziente e ho aspettato con ansia che arrivasse qualche indizio. Accennando un sorrisino simpatico e con l'aria di chi si sta leggermente rimproverando per aver commesso una dimenticanza, la giovane proprietaria si e' messa una mano sul fianco, ha inclinato la testa da un lato e - guardandomi con due vispi ed eloquenti occhietti - mi ha detto che me li avrebbe venduti a duecento yen l'uno (circa 1,50 euro).

Non credendo di aver capito bene, ho ripetuto il prezzo con una voce ed uno sguardo increduli. Ma avevo capito benissimo, e ringraziando la giovane proprietaria, mi sono diretta alla cassa dove - con un'aria trionfante - ho acquistato questi due splendidi chazutsu per una cifra davvero ridicola.

Rimanendo sempre in tema di cose vecchie - e non piu' tanto di te' (anche se un piccolo riferimento ad esso c'e') - dalle pagine ingiallite di un librone giapponese che contiene ricette, piccole astuzie e consigli della nonna, qualche giorno fa e' scivolato un pezzo di carta di giornale su cui era scritta, in una bella calligrafia giapponese d'altri tempi, una ricetta: 茶せん茄子 Chasen-nasu.
Il chasen, come forse ricorderete, e' il nome di quel tradizionale frullino di bambu' che si utilizza per preparare il matcha. Nasu, invece, vuol dire melanzana in giapponese.
Le melanzane in questa ricetta vengono tagliate in un modo tale da farle assomigliare un po' ad un chasen, ed ecco il perche' del nome.

In realta', questa ricetta fa parte dell'antico repertorio gastronomico delle campagne giapponesi; e' un piatto che ogni tanto appare in ricettari improntati piu' su sapori rustici e che sanno rievocare piacevoli ricordi della sana vita di campagna.
Questa ricetta trovata su quel foglio, forse, era stata scritta da una mamma per la figlia o per una nipote. Chissa'.

E cosi' oggi ho riunito tutti gli ingredienti e mi sono messa al lavoro.

茶せん茄子
Chasen-nasu

Ingredienti:

quattro melanzanine giapponesi (oppure due nostrane)
una manciata di shishitoo (piccoli peperoni verdi giapponesi)
olio per friggere q.b.
un cucchiaio di salsa di soia giapponese
mezzo cucchiaio di sake
mezzo cucchiaio di mirin
125ml di dashi
Da sinistra verso destra: sake, salsa di soia e mirin

Mischiare subito la soia con il sake, il mirin ed il dashi. Mescolare bene e mettere da parte il composto.

Lavare le melanzane, asciugarle bene ed eliminare quanto piu' possibile del picciolo.
Con un coltello affilato, e facendo attenzione a non farsi male, praticare dei tagli verticali su tutta la superficie delle melanzane. Ogni taglio deve partire dall'alto verso il basso, e dovrebbe avere una profondita' di circa 1cm (o anche di piu', se le melanzane sono un po' grandi).
Lavare gli shishitoo, asciugarli ed eliminarne i piccioli. Con uno stuzzicadenti, bucherellare un po' la superficie degli shishitoo.
In un pentolino basso, versare un po' d'olio per friggere (circa un dito), scaldarlo ed aggiungere subito le melanzanine. Facendo attenzione agli schizzi, cuocere le melanzane a girarle delicatamente con i saibashi, per circa 5-6 minuti o fino a quando non si saranno ammorbidite.
Togliere le melanzane dall'olio e metterle a scolare su della carta assorbente da cucina.
A questo punto, friggere gli shishitoo per uno o due minuti.
Scolare gli shishitoo.

In un piatto leggermente fondo, sistemare le melanzane attorcigliandole leggermente su se stesse in modo da accentuare un po' il loro taglio particolare. Sistemare poi gli shishitoo.
Aiutandovi con un cucchiaio od un mestolo, versare delicatamente il composto preparato prima, sulle verdure.
出来上がりで~す! Dekiagari desu! E' pronto!

いただきます!
Itadakimasu!

martedì, novembre 03, 2009

Parole ed ispirazioni novembrine

(Dei deliziosi 三色団子 sanshoku-dango novembrini, accompagnati da un buon matcha. Tutte le foto sono opera mia).

Ottobre si e' gia' trasformato in un ricordo; si e' portato con se' un po' di quella magia che caratterizza gli inizi dell'autunno, quei veri inizi che ci distaccano definitivamente dall'estate, accompagnandoci dolcemente in una nuova stagione che ama affascinarci gradualmente, foglia per foglia, frutto per frutto, fiore per fiore.

Novembre e' qui, e con esso i primi veri sprazzi di aria gelida.

Oggi il cielo del Kanagawa e' blu come il mare; questo cielo brillante fa da sfondo ad un sole altrettanto gaio e sorridente.

Mia cognata Titti e' partita un po' di giorni fa e la sua assenza continua a sentirsi. Mi manca molto, Titti. Mi mancano i suoi sorrisi, i suoi scherzi, la sua aria divertita e i suoi occhietti splendenti e vivaci. Mi mancano la sua curiosita' e le sue domande.
Mi mancano le sue espressioni stupite e i suoi sguardi sorpresi, quelli che comparivano puntualmente davanti a tutte quelle cose nuove che cercavo di farle conoscere. Ricordo il pomeriggio in cui le preparai del matcha accompagnato da alcuni delicatissimi sanshoku-dango che comprammo in una piccola pasticceria del Kanagawa, in una gelida mattina d'ottobre.
Erano dei dango particolarmente belli perche' adornati da colori splendidamente autunnali. Eccoli:
Per tanto, tanto tempo pensavo che la mia stagione preferita fosse la primavera, e invece qua in Giappone ho cambiato radicalmente idea: adesso l'autunno e' la stagione che piu' prediligo. Dell'autunno mi piacciono i colori intensi; gli odori leggermente speziati che svolazzano nell'aria; le foglie secche che adornano i marciapiedi, le strade, i tetti delle case.

Approfittando un po' del sole e del cielo blu di stamattina, sono andata in giardino e ho scattato alcune foto. E mentre passeggiavo tra le foglie secche, ho respirato a pieni polmoni l'aria freddolina e frizzante del mattino, e ho pensavo all'incantevole splendore di tutte quelle piccole cose che la vita quotidiana ci regala continuamente.

Rientrando in casa, mi sono soffermata nel 玄関 genkan ad osservare un oggetto particolare e che abbellisce un piccolo davanzale: due 下駄 geta (sandali tradizionali giapponesi) di porcellana di Arita, acquistati assieme a Titti al 明治神宮 Meiji-Jinguu (Santuario Meiji), in una grigia e piovosa mattina di alcune settimane fa. Eccoli:
Secondo un'antica credenza popolare giapponese, e' di buon auspicio avere un paio di piccole geta di porcellana (o legno) da mettere nel genkan o nell'ingresso di casa propria. Pare che portino fortuna e buona salute non solo agli abitanti della casa, ma anche agli ospiti.

Ieri pomeriggio mio marito e' andato a trovare Ishii-san nel suo ufficio, e quando e' tornato aveva le mani piene di graditissimi doni: frutta fresca proveniente dal giardino del nostro padrone di casa, degli ottimi wagashi ed un paio di サトイモ sato-imo.

Ecco alcuni dei wagashi ricevuti:
Dorayaki alle castagne, ed alcuni dolcini tipo mochi ricoperti di cioccolato bianco e farciti di marmellata d'azuki.
Tra i doni di Ishii-san, c'erano anche alcune サトイモ sato-imo (note anche col nome di taro) bollite. Le sato-imo vengono coltivate e consumate prevalentemente qui in Asia, anche se probabilmente ora stanno acquisendo maggior popolarita' anche altrove.
Qui in Giappone vengono fatte semplicemente bollire oppure fatte cuocere in umido con altre verdure e salsa di soia.
Le sato-imo che ci ha mandato Ishii-san erano state fatte semplicemente bollire in acqua, senza alcun condimento; le abbiamo poi sbucciate e gustate con una spolveratina leggera di sale.
La fredda arietta di novembre mi sta invogliando sempre di piu' ad esplorare nuovi incensi che sappiano non solo colorare un po' l'atmosfera di casa con effluvi delicati e che timidamente volteggiano su se stessi in punta dei piedi, ma odori che sappiano anche rilassarmi, soprattutto in questo periodo di grandi impegni universitari.

Passeggiando per le vivaci stradine della fiera Asakusa in un tiepido pomeriggio d'ottobre, in compagnia di Titti, il mio naso e' stato ad un tratto attirato da una scia fragrante e che proveniva da un vicoletto mezzo assolato e mezzo nascosto nella penombra.
Seguendo quasi istintivamente quell'invito profumato, mi sono trovata davanti ad una bottega d'incensi e stampe giapponesi.
Da una mensola del negozietto si alzava lentamente un esile serpentello di fumo di uno degli incensi piu' fragranti che abbia mai avuto il piacere di annusare. Due signore - che come me erano state attratte da quell'enigmatico profumo - si sono avvicinate al piccolo incensiere d'ottone nel quale bruciavano lentamente alcuni bastoncini verdi. Anche loro erano rimaste completamente rapite da quell'aroma e sembravano non voler piu' andar via.

Eravamo tutte in balia di quella fragranza cosi' leggera eppure cosi' ipnotica; quella fragranza che sapeva di fiori di ciliegio, di petali di rosa, di legni antichi, di nebbia, di aria di montagna, e di vecchio Giappone.
Come potevo non portarmi a casa un briciolo di quel sogno profumato?

Ecco la confezione d'incenso d'Asakusa, 楽山 Rakuzan:

Mi piace sempre legare indissolubilmente un oggetto ad un ricordo piacevole; naturalmente, cio' avviene quasi sempre in modo molto naturale, ma delle volte cerco d'imprimere con maggior forza un ricordo tenendo in mano un oggetto, chiudendo gli occhi e ripensando alle circostanze che mi hanno portata ad ottenere un libro, un vaso, una stampa, dell'incenso, ecc.

Ero con Titti nei pressi della stazione di Hase, a pochi metri dal Grande Buddha di Kamakura.
Passeggiavamo in un silenzio quasi contemplativo dovuto quasi certamente all'atmosfera innegabilmente magnetica e meditativa che si respira da quelle parti.
Il nostro silenzio, pero', era interrotto ogni tanto da qualche parola che a vicenda spendevamo per lodare la sconvolgente magnificenza del luogo in cui ci trovavamo. Il sole era ormai gia' tramontato da alcuni minuti, anche se nel cielo s'intravedevano ancora alcuni fiochi sprazzi arancioni di una luce che stava lentamente morendo.
Nell'aria c'erano il profumo dei senbei tostati e il suono solenne delle campane di un tempio.
Dovunque ci girassimo, ogni cosa ci parlava di un passato remoto e che, sebbene fosse davvero cosi' lontano, era ancora vivo; un passato che c'immaginavamo molto volentieri.

In un negozietto vicino alla stazione, abbiamo trovato un mazzo di vecchie 時代めんこ jidai-menko. Le menko sono delle carte da gioco giapponesi che erano molto in voga nel Periodo Edo. Un tempo queste carte erano adornate perlopiu' da immagini che raffiguravano samurai ed altri celebri personaggi dell'epoca, mentre oggi si trovano molte menko riviste in chiave moderna e che illustrano immagini di famosi manga di adesso.
Le menko sono molto amate dai bambini perche' con esse si puo' fare un gioco composto da poche regole semplici e veloci da imparare. A turno, ogni giocatore lancia per terra una menko che l'avversario dovra' - servendosi a sua volta di una delle sue carte - colpire oppure cercare di capovolgere, magari con l'ausilio di uno sbuffo di vento. Chi riesce a far cio', vince la carta dell'avversario.

Tanti bambini del Periodo Edo trascorrevano interi pomeriggi a giocare per strada con le menko.
E' bello poter giocare un po' con la propria immaginazione, chiudere gli occhi ed intravedere un villaggio qualunque nel Giappone di qualche secolo fa: gruppetti di bambini che, per combattere quella noia che sembra essere particolarmente insistente in estate, si ritrovano davanti casa a giocare con le menko, mentre qualche venditore ambulante di verdure o di soba ordina loro - magari con un tono di voce un po' scontroso - di togliersi dai piedi e di non stare sempre li' ad intralciare il lavoro dei grandi.
Immagino quelle carte logorate non solo dal tempo, dalla terra, dalla polvere, ma dalle tante partite di cui sono state indiscusse protagoniste.
Chissa' quanti momenti di vittoriosa gioia o di deprimente sconfitta hanno fatto da cornice alle menko che hanno divertito i bambini della vecchia Edo?
E chissa' quanti sospiri sognanti sono stati fatti osservando le illustrazioni fiere e solenni di quei samurai che incarnavano il coraggio, l'astuzia, la sveltezza, la fedelta', l'onore e tutte quelle sublimi virtu' a cui si aspirava con cosi' tanta passione?

mercoledì, ottobre 14, 2009

Incenso, alchechengi e varie

(Il profumato ncenso del Koomyooji, ricevuto in regalo da Kyoko! Vicino alla scatola, un mio contenitore per bruciare l'incenso. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia e di mia cognata Titti).

La fragranza serena e leggera che regnava in quella stanza del Koomyooji mi e' piaciuta cosi' tanto che, quasi immediatamente, ho avvertito il desiderio di portarmene un po' a casa nel tentativo di riannusare quell'incantevole profumo e di rivivere, cosi', i ricordi di quella splendida giornata passata in quel tempio cosi' suggestivo, in compagnia di mia cognata Titti, di Kyoko e Fusae.

Quando e' arrivato il momento di salutare il maestoso Koomyooji, Kyoko - accennando un sorriso furbetto - mi ha consegnato un sacchettino bianco contenente quella magnifica scatola che vedete nella foto: quella scatola contiene l'incenso del Koomyooji.

Ero senza parole.

Kyoko, sapendo della mia passione per l'incenso giapponese, ha voluto farmi questo regalo. Mi sono quasi commossa perche' e' stato quasi come se mi avesse letta nel pensiero.

Ieri ho bruciato un paio di bastoncini dell'incenso del Koomyooji, e per casa volteggiavano fragranti nuvole invisibili che hanno regalato, sia a Titti che a me, i ricordi piu' belli di venerdi' scorso.

E proprio venerdi', dopo aver definitivamente salutato il vecchio tempio, siamo andate in una zona poco distante dal Koomyooji e a due passi dalla stazione di Kamakura; questa zona si chiama 小町通り Komachi-doori ed e' un'antica stradina molto pittoresca e adornata da piccole botteghe di artigianato locale, ristoranti, bar e sale da te'.

Tra i tanti negozi colorati che si affacciavano sulla vivace Komachi-doori, c'era un negozietto di fiori e piante di vario genere; in mezzo alle tante piccole meraviglie botaniche che erano in vendita, c'era un grosso secchio di legno stracolmo di brillanti hoozuki, ovvero di alchechengi! Kyoko, ricordando un vecchio gioco d'infanzia con cui riusciva a trasformare l'alchechengi in un simpatico fischietto, ha voluto comprare una manciata di quegli allegri frutti e ne ha voluto regalare un paio sia a Titti che a me.
Ricordo che quando abitavo ancora a Torino avevo visto gli alchechengi un paio di volte, ma erano passati davvero molti anni dall'ultima volta in cui ebbi il piacere di poter ammirare questi brillanti e fragili gioielli arancioni cosi' da vicino.
Titti mi ha detto che era la prima volta che li vedeva, e anche lei ne e' rimasta incantata, tant'e' che ci siamo divertite a scattare alcune foto che mettessero in risalto il magnifico colore intenso degli alchechengi.
Mentre passeggiavamo, Kyoko e Fusae sono state attratte da una bottega gestita da due signore giapponesi di grande talento e che producono - artigianalmente - stupendi monili usando la tecnica dello 七宝焼き shippoo-yaki o del cloisonné ed utilizzando elementi decorativi tradizionali del Giappone.

Dopo aver trascorso un lasso di tempo infinito ad ammirare quelle ipnotiche meraviglie, ho pensato di acquistare per Titti una delle collane in vendita; ne avevo adocchiata una particolarmente bella e adornata di una splendida tonalita' tra l'arancione ed il vermiglio. Era semplicemente magnifica! Ho nuovamente ammirato e rimirato quel ciondolo, ma non ho fatto in tempo a finire di decidermi che e' arrivata un'altra sorpresa: Fusae aveva comprato due di quelle collane (una col ciondolo grande ed una con un ciondolo un po' piu' piccolo) e aveva deciso di regalarne una a Titti ed una a me. Ed erano proprio le collane dello stesso colore che avevo scelto!

E questa volta eravamo in due li' li' per commuoverci. Abbiamo ringraziato Fusae, promettendoci di cercarle un regalo speciale da darle la prossima volta in cui ci vedremo.

Titti ha scelto la collana dal ciondolo grande e io ho scelto quella con il ciondolo piu' piccolo. Entrambe le collane sono identiche, ma cambia solo la grandezza appunto del ciondolo.
Ecco qui la mia:
Sulla Komachi-doori si affacciavano anche alcune botteghe specializzate principalmente nella vendita di oggetti tradizionali di bambu'. Una di queste, やまご Yamago, aveva splendidi oggetti di vario tipo, dagli uchiwa (ventagli giapponesi) agli utensili per la cucina, tutto in bambu' giapponese.
E proprio da Yamago ho ammirato questi poggiabacchette in bambu' laccato:
E ora fanno parte della mia collezioncina di hashi-oki.
E sempre da Yamago ho acquistato anche questi due cucchiaini tradizionali di legno. Questa foto e quella seguente sono opera di Titti:
E per finire, sempre nello stesso negozio, ho comprato anche questo 茶さじ chasaji (misurino per il te' in foglie) fatto di 桜の木 sakura no ki (legno di ciliegio).
Kyoko e Fusae ci hanno poi salutate dato che avevano alcune commissioni da sbrigare, e cosi' Titti ed io ce ne siamo andate un po' a zonzo per l'antica Kamakura, visitando prima un magnifico santuario shintoista e poi proseguendo fino alla stazione di Hase dove, naturalmente, siamo andate a far visita al sublime 大仏 Daibutsu, ossia al Grande Buddha.

Erano passati poco piu' di tre anni dall'ultima volta in cui, assieme a mio marito, andai ad ammirare il Grande Buddha, e ritornare in quel magico giardino accompagnate dalla luce arancione del tardo pomeriggio e' stato come ritornare un po' indietro nel tempo, in questo giorno qui.

Vi parlero' prossimamente di questa nostra visita cosi' suggestiva, ed includero' alcune delle bellissime foto che ha scattato Titti.

lunedì, ottobre 12, 2009

Shoojin-ryoori: delizie mistiche

(Alcuni piatti che ci sono stati serviti al tempio di 光明 Koomyoo, a Kamakura. Tutte le immagini di questo articoletto, tranne la locandina del film, sono opera mia.)

I mille impegni che in questo periodo stanno quotidianamente reclamando la mia attenzione non mi danno tutto il tempo che vorrei per poter aggiornare il mio adorato blog.

I miei studi di giapponese ed un imminente esame di psicologia mi stanno tenendo particolarmente occupata, tanto da aver iniziato - mio malgrado - un ciclo vizioso di nottate trascorse a studiare, sottolineare, riassumere, ripetere, ecc., con conseguenti mattinate in cui mi alzo in preda ad un senso di stordimento non facile da mandar via.

Inoltre, da quando mia cognata e' arrivata, sto cercando di portarla a visitare quanti piu' posti possibile, nel tentativo d'infonderle un briciolo di quell'amore per il Giappone nel quale sono oramai completamente immersa.

Non sempre andiamo a zonzo per il Kanagawa o per Tokyo, ma ogni tanto rimaniamo in casa a guardarci vecchi film e cartoni animati giapponesi, oppure a sfogliare libri dedicati al Periodo Edo (in mia compagnia, non potrebbe essere altrimenti).

E devo dire che i miei sforzi stanno dando i loro primi frutti: Titti ha persino iniziato ad appassionarsi ai vecchi film giapponesi, cominciando persino a canticchiare la colonna sonora de 日本一の若大将 Nippon ichi no wakadaishoo, nonche' uno dei miei film preferiti!
Quando ci mettiamo comode sul divano del salotto ad ammirare vecchi film degli anni Cinquanta e Sessanta, naturalmente devo tradurre per Titti e spiegarle che cosa sta succedendo, ma ho notato che, proprio come me, la piccola Titti ha sviluppato una sua affascinante curiosita' che la incoraggia ad osservare tutti quei dettagli apparentemente insignificanti, ma che invece ci parlano apertamente di un'epoca molto diversa da quella in cui siamo nate e cresciute noi.
Basta osservare le pettinature, i vestiti, gli arredamenti delle case e dei locali, le automobili e tanto ancora per poter iniziare a catturare un briciolo di quell'atmosfera retro che sa far sognare e tornare indietro nel tempo, senza bisogno di complicati marchingegni.

Qualche tempo fa, Kyoko e Fusae mi hanno invitata ad andare con loro ad assaggiare la 精進料理 shoojin-ryoori, ossia la cucina tradizionale e vegetariana buddista, nell'antica citta' di Kamakura.
E' inutile dire che ho immediatamente accettato l'invito senza bisogno di farmelo ripetere due volte!

Dopo l'arrivo di Titti, Kyoko e Fusae hanno molto gentilmente invitato anche lei e cosi' venerdi', approfittando di una splendida giornata di sole brillante e di venticello leggero e che profumava di foglie d'acero, Titti ed io ci siamo avviate verso Yamato dove, alle dieci in punto del mattino, ci siamo trovate con Kyoko e Fusae.

In poco meno di un'ora, siamo arrivate al cospetto di uno dei templi buddisti piu' antichi e piu' maestosi del vecchio Kanagawa feudale: il 光明寺 Koomyooji, ossia il Tempio della Luce Splendente.

Ecco qui alcune immagini dell'imponente ed antichissimo edificio:



Questo maestoso e solenne tempio vanta una storia davvero molto antica e che risale alle prima meta' del 1200!
Il Koomyooji gode, da sempre, di una posizione di quasi assoluto privilegio tra i templi del Kanagawa poiche' ha rappresentato per secoli un importante punto di riferimento spirituale per i daimyoo (i signori feudali dell'antico Giappone) e per tante illustri famiglie di samurai.

E come capita quasi sempre, molti grandi templi sono costituiti non solo da un unico edificio, ma da un insieme di vari edifici, ognuno adibito ad una determinata funzione.
Proprio a sininistra dell'hondoo 本堂 (edificio principale di un tempio buddista; l'hondoo e' quell'edificio dal tetto spiovente verde che appare nelle foto qui sopra) c'e' un altro edificio che ospita la mensa dei monaci e le stanze in cui ricevere ospiti esterni, venuti ad assaggiare la shoojin-ryoori.
Ecco qui l'edificio dove siamo state accolte noi:
Dopo aver lasciato le nostre scarpe in un ordinatissimo genkan adornato soltanto da un mobile semplice ed una poesia scritta in grossi kanji neri sapientemente tracciati da una mano esperta, una signora ci ha fatto strada, conducendoci attraverso uno splendido labirinto di stretti balconi di legno esterni che portano ad una delle sale da pranzo.

Da uno di questi balconi esterni, ci si e' profilata davanti un'affascinante pagoda immersa nel verde e che s'affacciava - con elegante solennita' - in un laghetto. Eccola:
Un'impresa di pulizia stava mettendo un po' in ordine il grande giardino del tempio perche', proprio il giorno prima, c'era stato un ciclone che, fortunatamente pero', non ha causato danni seri qui nel Kanagawa.

Dopo aver felicemente rincorso questo magnifico paesaggio che sembrava racchiudere in se' un mondo segreto e gelosamente custodito, siamo arrivate davanti ad una sottilissima porta scorrevole; l'abbiamo aperta e ... siamo subito state abbracciate da un meraviglioso profumo di un incenso paradisiaco! Quell'effluvio mistico mi ha stregata dal primo momento, e non sono riuscita piu' a dimenticarmelo!

Siamo entrate in questa stanza tradizionale, abbellita da fragranti tatami e da tavolini bassi gia' pronti per essere riempiti di piccole e deliziose squisitezze.
E per timore che Titti potesse trovarsi a disagio a mangiare seduta sul tatami, i monaci ci hanno portato dei piccoli sgabelli su cui sederci durante il pasto. Avrei preferito sedermi su quel profumato tatami, ma sapevo che Titti avrebbe avuto difficolta' a star comoda e cosi' abbiamo pensato di accettare volentieri l'idea dei monaci e di sederci tutte e quante su quegli sgabelli bassi.

Dopo esserci accomodate in quella stanza cosi' profumata, cosi' luminosa e dalle cui finestre di bambu' e carta di riso filtravano dei delicati raggi di un sole d'ottobre, ho sorseggiato del te' verde di eccellente qualita' mentre, con aria tra il beato e l'estasiato, ascoltavo il cinguettare di un gruppo di passerotti i quali, dopo essersi appoggiati sopra un ramo di un albero vicino alla finestra, sembravano riposarsi e godere anche loro della pace che regnava al Koomyooji.

Nel giro di pochi minuti e' arrivata una signora che, con grandissimo garbo, ha portato ad ognuna di noi le prime meraviglie di questo pasto che - gia' sapevo - sarebbe stato indimenticabile.
Sui nostri vassoi rossi laccati, ecco delle splendide scodelle, anch'esse rosse e laccate:
Da sinistra verso destra, in senso orario:

kuro-mame (fagioli neri)
del bambu' cotto in salsa di soia e zucchero
castagne bollite
goma-doofu o tofu di sesamo, con una punta di wasabi. Una vera delizia! Preparato con il sesamo macinato a mano dai monaci del tempio!
Involtini di kanpyoo (una sorta di zucca essiccata) ripieni di cetrioli
Julienne finissima di carote e daikon
Hitashi* di una verdura giapponese di nome komatsuna, con aburaage
Salsa di soia
*Gli hitashi 浸し sono piatti di verdure fatte cuocere in umido in salsa di soia. Le verdure cotte con questo metodo sono particolarmente gustose poiche' mantengono la loro croccantezza e freschezza, assorbendo al contempo il sapore intenso della salsa di soia.

La shoojin-ryoori e' una cucina antica e dalle origini cinesi; e' una cucina che aderisce fedelmente ai precetti del buddismo e che ne riflette le virtu'; per questo motivo, nella shoojin-ryoori non si fa uso ne' di carne, ne' di pesce, ne' di latticini. Insomma, nessun prodotto di origine animale compare nei piatti shoojin.
Direi che la shoojin-ryoori non solo e' una cucina perfettamente vegetariana, ma squisitamente vegana!

Qualche tempo fa, scrissi brevemente qualcosa a proposito di quest'antica cucina buddista; ricordate? Ecco qua e qua.

Tutti i piatti che ci sono stati serviti erano stati preparati, con la massima cura, dai nuovi monaci i quali, essendo appena entrati a far parte dell'ordine religioso, stanno frequentando un intenso periodo di noviziato. Tra i vari compiti che spettano i nuovi monaci, c'e' anche quello della cucina.

Dopo poco, ci e' stato portato questo trionfo di forme, colori e sapori; il tutto, naturalmente, creato nel piu' totale rispetto delle stagioni e dei doni che ognuna di essa ha da offrire:
Un'aggraziata ed elegante combinazione di verdure e tofu in umido: carote, komatsuna tagliata finemente, una piccola patate dolce, una melanzanina accuratamente sbucciata, del tofu fritto ripieno di alga konbu.
Il tutto squisitamente adornato da una colorata fogliolina d'acero fatta di fu (crostini di pane di grano glutinato).

Queste divine delizie sono state seguite da un tempura quasi etereo di verdure (zucca, funghi, shishitoo o peperoncino verde); da una sostanziosa zuppa di miso contenente daikon, porro, konnyaku, funghi shiitake; uno squisitissimo takikomi-gohan (riso al vapore condito con salsa di soia, sake e verdure); alcuni tsukemono, tra cui uno strabiliante takuan prodotto artigianalmente dai monaci:
Il nostro favoloso ed indimenticabile pasto shoojin e' stato chiuso alla perfezione con una semplice combinazione di dessert, il tutto - anche stavolta - preparato dai bravi monaci del monastero:
Del dolcissimo melone di Hokkaidoo, qualche prugna, ed un delicato manjuu.

Il senso di pace e di assoluta serenita' che ho provato in quel tempio mentre assaporavo ogni singolo boccone e' molto difficile da tradurre in semplici parole. Intenso e' stato il senso di gratitudine che mi ha pervasa dalla testa ai piedi e che mi ha fatto ricordare la strabiliante bellezze delle piccole cose e delle semplicita' che ci puo' essere nel cinguettio di un passerotto, in un bel piatto a base d'ingredienti modesti ma preparati con cura, in una tazza di te' verde calda, in una piacevole conversazione con persone a noi care, in un respiro che riesce a catturare una fragrante nota di un incenso pregiato.

La', in quella stanza, ho percepito una punta di quell'importanza che dovrebbe spingerci a ricercare la semplicita', preferendola al finto, all'arzigogolato, all'ipocrita e al superficiale.

Prima di andare via, come e' mia consuetudine fare ogniqualvolta mi lascio alle spalle un posto caro, ho salutato in cuor mio quell'incantevole angolo di vecchio Kanagawa ancora immerso nel verde, nei sutra recitati ritmicamente, e nelle campana sacra i cui rintocchi ci riportano in un'epoca lontana.

Prima di richiudere quella sottilissima porta scorrevole, Titti ha scattato una foto di quella stanza che ci ha accolti con cosi' tanta pace e serenita' e in cui abbiamo assaporato delle squisitezze - e' proprio il caso di dirlo - divine.
Ma il ricordo di quell'effluvio d'incenso che ci aveva inizialmente accolte non mi ha abbandonata, e... (domani ci sara' il seguito).

Alcuni giorni fa ho ricevuto uno splendido premio da una lettrice di Biancorosso, Mref, e che ringrazio di cuore!
Accetto con grande onore il tuo premio cara Mref, e prossimamente lo distribuiro' ad alcuni dei miei blog preferiti!
Grazie di cuore!

martedì, settembre 22, 2009

Dango, chiacchiere e curiosita'

(A sinistra: i mitarashi-dango ricevuti in dono da Sakura. Tutte le foto sono opera mia.)

Settembre inizia gia' a volgere al termine e a me non sembra vero.

Non mi sembra vero che davanti all'ufficio postale stiano gia' sventolando le bandierine rosse che pubblicizzano le 年賀状 nengajoo, ossia i biglietti d'auguri per l'anno nuovo.

Non mi sembra vero che nell'aria si senta gia' l'odore speziato dell'autunno e dei primi camini che, tossicchiando pigramente, riprendono la loro consueta attivita'.

Non mi sembra vero che in giro non ci sia piu' traccia di quell'afa che solo fino al mese scorso sembrava volerci tiranneggiare per chissa' quanto tempo ancora.

Non mi sembra vero che le foglie abbiano gia' iniziato la loro abituale danza che le separa dai rami dell'albero e le fa posare dolcemente sulla terra.

Le ore, i giorni, le settimane e i mesi passano con quella velocita' che da bambini ci sembrava impossibile. Eppure il tempo sta volando.

Da qualche tempo ho tolto sia il fuurin di casa che quello del blog, e oramai l'estate e' davvero solo un ricordo.

Questi giorni sono stati intensi e pieni d'impegni, e ho dovuto quindi rinviare a malincuore l'aggiornamento del blog.
Ringrazio pero' tutti voi che mi avete lasciato cosi' tanti commenti a proposito del mio articoletto sul matcha e della mia piccola - ma emozionante - collaborazione con l'illustre Grazia.

La settimana scorsa ho ricevuto una graditissima visita da parte della mia amica Sakura-san; la ricordate? Lei e' la figlia di Ishii-san, il nostro padrone di casa. Sakura e' venuta a trovarmi, accompagnata da una sua amica di nome Emi-san. Tutte e tre insieme abbiamo trascorso quasi tre ore a chiacchierare del piu' e del meno, e naturalmente a gustare alcuni dei wagashi che Sakurina mi ha portato in dono. Tra questi, dei mitarashi-dango e dei dango alla marmellata d'azuki:
C'erano anche dei dango ricoperti di una pasta verde che inizialmente pensavo fosse aromatizzata al matcha, ma che invece ho scoperto essere allo ずんだ zunda, ossia fagioli edamame cotti e ridotti in poltiglia in un mortaio. Non ho fatto in tempo ad immortalare i dango allo zunda perche' erano i piu' deliziosi dei tre, e quindi si sono velocemente dileguati nelle nostre pancine.

C'erano anche dei classicissimi mochi, spolverati pero' di cacao amaro! Era la prima volta che assaggiavo dei tradizionali mochi aromatizzati al cacao!
Chiacchierando, chiacchierando, siamo arrivate a parlare di fantasmi giapponesi, di vasellame, e di antiquariato in generale. Ho cosi' scoperto che questa Emi-san va spesso alla ricerca di vecchie scodelle da regalare a sua suocera che, a quanto pare, ha la mia stessa fissazione.
Naturalmente, Emi-san conosce diversi posti interessanti dove ha promesso di portarmi molto presto. E siccome ogni promessa e' debito, io attendo pazientemente la riscossione.

Il giorno dopo, invece, e' venuta a trovarmi Fusae-san; non ci vedevamo da piu' di un mese, forse due. Oramai avevo perso il conto delle settimane passate senza vederci. Purtroppo sua sorella ha avuto gravi problemi di salute, e per questo motivo abbiamo dovuto interrompere per qualche tempo le nostre consuete lezioni d'italiano settimanali. Fortunatamente, pero', la sorella si e' ripresa e nella loro vita e' ritornata quella serenita' a cui anelavano cosi' intensamente.

Fusae-san e' una signora giapponese d'altri tempi e davvero molto legata a quelle tradizioni e a quei piccoli accorgimenti che magari a noi sembrano del tutto insignificanti. Per esempio, la tradizione dell'omiyage: credo che per lei sia impensabile tornare da un viaggio - per quanto breve - senza portare qualche dono a chi le e' piu' caro. Ama sempre affiancare i suoi omiyage a qualche prodotto del suo orto, un orto a cui si dedica con tanta pazienza.

Da un suo recente viaggio nella Prefettura di Okayama, Fusae-san mi ha portato alcune confezioni di ざるうどん zaru-udon tipici della zona, accompagnati da una tsuyu proveniente anch'essa dalla stessa regione.
Siccome ci teneva affinche' avessi tutto l'occorrente per preparare dei deliziosi zaru-udon, ecco che tra i regali non mancava dell'ottima yaki-nori, conservata in una bella latta di metallo:
...e per finire, del ミョウガ myooga (zenzero giapponese) proveniente dal suo orto!! L'aveva raccolto poco prima di venire a casa mia! Era la prima volta che assaggiavo del myooga cosi' fresco, e non immaginate che delizia! L'anno scorso vi parlai del myooga. Ricordate? Ecco qua.
Ed ecco qua il myooga di Fusae-san:
Due giorni dopo ho preparato gli zaru-udon utilizzando tutti gli squisiti ingredienti di Fusae-san, e il risultato e' stato eccellente!
房江さん、ありがとうございました!Fusae-san, arigatoo gozaimashita!

Una sera, mentre eravamo nella caotica stazione di Shinjuku ad aspettare il treno che ci riportasse qui nel Kanagawa, stavo pensando ad un modo per passare un po' il tempo in maniera divertente ed utile. Intanto, la fila di passeggeri in attesa del treno sembrava allungarsi sempre di piu' e l'aria della stazione stava diventando sempre piu' pesante ed insopportabile. Insomma, mi ci voleva un qualcosa che mi tenesse la mente occupata senza farmi rischiare d'addormentarmi in piedi o di ritrovarmi in preda di un inarrestabile susseguirsi di vistosi sbadigli.

Dopo una rapida occhiata, ho avvistato un chioschetto che vendeva bibite, caramelle e riviste. Riviste!!! Ma come avevo potuto non pensarci prima?? Mi sono immediatamente avviata in direzione dei tanti giornali ordinatamente sistemati vicino ad un espositore di caramelle profumate e colorate. Cercando di resistere la tentazione dei dolci, ho concentrato lo sguardo sulle tante riviste che sembravano dirmi "prendi me! prendi me!".
Dopo alcuni secondi d'indecisione, ho scelto オレンジページ Orenji-peeji (La pagina arancione), una famosissima rivista giapponese dedicata alla buona cucina.

Naturamente, Orenji-peeji e' stracolmo non solo di splendide ricette, ma anche di consigli vari sulla casa.
Tra i vari articoli, ce n'era uno dedicato alla posta dei lettori in cui si chiedeva loro di parlare brevemente di un cibo che prima detestavano e che ora, invece, adorano alla follia. Una delle lettrici ha raccontato di quanto odiasse l'avocado, e di come non riuscisse nemmeno a guardarlo talmente le faceva senso!
Per puro caso, pero', un giorno ha scoperto che intingendo delle fettine di avocado fresco in un po' di salsa di soia e wasabi, il sapore non solo e' tremendamente delizioso, ma e' incredibilmente simile a quello del sashimi di tonno!

Da quella volta, ha iniziato ad appassionarsi all'avocado, utilizzandolo in svariate ricette.

Ovviamente, la faccenda dell'avocado che ha il potere di trasformarsi in una specie di sashimi di tonno mi ha affascinata all'istante, e cosi' qualche giorno dopo mi sono messa all'opera.
Per preparare un sashimi di avocado (finto tonno), e' sufficiente procurarsi:

un avocado maturo
della salsa di soia giapponese (meglio se tamari)
una punta di wasabi

Pelare delicatamente l'avocado ed eliminare il nocciolo centrale. Con un coltello, affettare la polpa dell'avocado e formare delle fettine sottili, ma non troppo. Disporre le fettine di avocado sopra un piattino, e servirle accompagnate dalla salsa di soia e dal wasabi.

Et voila'!
Il sapore dell'avocado preparato in questo modo e' a dir poco strabiliante poiche' e' veramente molto simile a quello del sashimi di tonno! La consistenza morbida e burrosa dell'avocado si avvicina in maniera impressionante a quella del tonno. Intingendo poi le fettine di avocado nella salsa di soia e wasabi, si otterra' la stessa combinazione di sapori che generalmente si assapora con del buon sashimi.

Insomma, vi piace da morire l'avocado e state cercando una ricetta un po' diversa dal solito? Oppure avete un debole per il sashimi di tonno ma non avete il coraggio di svuotare il portafoglio in pescheria oppure nel vostro ristorante giapponese di fiducia? O magari nutrite un po' di curiosita' nei confronti del sashimi, ma l'idea di assaggiarlo vi spaventa? Allora questa ricetta fa per voi!
Provare per credere!

Venerdi' verra' a trovarci mia cognata (noi in famiglia la chiamiamo tutti Titti)! Sono molto emozionata e non vedo l'ora di rivederla dopo tanto tempo! Cerchero' comunque di pubblicare aggiornamenti con piu' frequenza.

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Un pensiero ed un fiore in ricordo dei nostri valorosi caduti a Kabul.

martedì, settembre 08, 2009

Collaborazione con Grazia

Oggi avevo velocemente fatto riferimento ad una mia piccola collaborazione con una famosa rivista italiana. Ebbene, vi annuncio che sono l'ospite di questa settimana sulla rivista Grazia! Il n.37 del settimanale che trovate in edicola parla molto brevemente di me e vi rimanda al blog ufficiale di Grazia dove, nei prossimi giorni, verranno pubblicati alcuni miei articoli scritti appositamente per loro.

Sono molto emozionata e spero che i miei articoli vengano ben recepiti dai lettori.

Colgo l'occasione per ringraziare Miti' Vigliero e Gaia Giordani!

Ecco qui il link.

Matcha e pensieri

(A sinistra: il mio matcha pomeridiano accompagnato da un eccellente もなか monaka ripieno di marmellata d'azuki. Come sempre, tutte le foto sono opera mia.)

Queste ultime due settimane si sono rivelate particolarmente intense, tanto da riuscire avidamente a risucchiare ogni ritaglio di tempo che generalmente riesco a tener da parte.

Sono stati giorni colmi d'idee; di pensieri da scrivere e pensieri su cui meditare; di un inaspettato e meraviglioso angolo di Piemonte proprio nella grande Tokyo (di cui vi parlero' in seguito); d'inizio di un nuovo e coinvolgente corso universitario che mi sta appassionando con grande forza; di giornate fredde e nuvolose; di giornate calde che sembravano voler contraddire quei timidi inizi autunnali; di esplorazioni, assieme alla mia adorata Akiko, in una magnifica libreria nascosta in un dedalo di viuzze della vivace Machida.

E sono stati anche giorni imbevuti di una nuova ed elettrizzante collaborazione con una famosa rivista italiana di cui vi parlero' prossimamente.

Questi giorni frenetici sono stati anche piacevolmente inframezzati da un piccolo e delizioso rituale a cui ho iniziato a dedicarmi ogni pomeriggio, e che affianca il mio consueto appuntamento coi vecchi film giapponesi: il matcha.

Come forse gia' sapete, il matcha e' un tipo di te' verde molto particolare, nonche' uno dei piu' costosi e pregiati. Ma la notorieta' di questo prezioso te' deriva dal fatto che ad esso e' riservato il ruolo principale all'interno della cerimonia del te' giapponese. Il te' utilizzato nelle cerimonie e' infatti proprio il matcha.

Il matcha, inoltre, e' l'unico te' giapponese che permette di consumare l'intera foglia di te', e non solo il frutto di un'infusione. Il matcha, infatti, e' prodotto da una delicata macinatura delle foglie di te' e che le trasforma in una polvere finissima e di un colore verde brillante.

Molte persone, anche qui in Giappone, si sentono spesso in soggezione davanti al matcha perche' lo collegano subito alla complessa e celebre cerimonia che ne esalta le qualita'. In realta', pero', il matcha si puo' gustare ed assaporare in un qualunque momento della giornata, con o senza cerimonia.
Negli ultimi tempi, infatti, ha iniziato ad apparire sui menu' di molte caffetterie che cercano di rendere questo te' accessibile a tutti.

Spesso, pero', il matcha preparato in questi locali, per quanto delizioso, e' abbastanza costoso, e siccome questo e' il mio te' preferito fra quelli giapponesi, ho pensato d'imparare a prepararlo e di cominciare cosi' un mio rituale giornaliero che mi sappia regalare serenita' e chiarezza di pensiero.

Ho pensato, dunque, di mostrarvi come avviene il mio rituale del matcha pomeridiano.

Innanzitutto, riunisco l'occorrente:
Da sinistra verso destra:

del matcha di qualita'
un 茶筅 chasen (un tradizionale attrezzo di bambu' per mescolare il te')
un contenitore di ceramica che serve a raffreddare un po' l'acqua prima dell'uso
una 抹茶椀 maccha-wan, ossia una scodella da matcha
un 茶杓 chashaku, ossia un apposito cucchiaino di bambu' con cui dosare il matcha

La mia teierina di 織部 Oribe per raffreddare l'acqua, e la mia maccha-wan

Ed ecco un po' del buon matcha che utilizzo:
Questa varieta' di matcha non e' esageratamente costosa, ma e' di buona qualita'. Ho da poco acquistato, pero', del matcha un po' piu' pregiato e che assaggero' presto.

Colgo l'occasione per ricordarvi che non tutti i te' in polvere sono matcha. Fate attenzione poiche' in commercio esistono varieta' di te' sencha in polvere, ma il sencha e' un'altra cosa. Le foglie di sencha crescono con la luce del sole, e dopo essere state cotte al vapore, vengono fatte essiccare. Le foglie di gyokuro (usate per il matcha), invece, vengono fatte crescere all'ombra per stimolare la produzione di clorofilla e per favorire, quindi, quel verde brillante che caratterizza questo pregiato te'. Qui trovate l'immagine di un te' verde in polvere molto diffuso qui in Giappone, prodotto dalla 伊藤園 Itoo-en, che pero' non e' matcha.

Se avete dubbi (e se l'etichetta in giapponese non vi dovesse venire assolutamente in aiuto), allora fate caso al rapporto quantita'-prezzo: se la confezione e' decisamente troppo grande e il prezzo troppo basso, vi posso quasi garantire al limone che cio' che avete davanti non e' un matcha, ma probabilmente un sencha.
Ricordatevi che il matcha e' un te' costoso anche qui in Giappone e che viene prodotto in quantita' molto limitate, quindi se trovate del "matcha" economico, insospettitevi!

Ed ecco il mio chashaku contenente un po' di matcha. In genere, per una persona, se ne utilizza un chashaku e mezzo.
Per evitare che si formino dei grumi durante la preparazione, volendo si puo' setacciare un po' il matcha.

Durante la cerimonia del te', la dose necessaria di matcha viene setacciata e poi trasferita in un なつめ natsume, ossia un contenitore laccato utilizzato appositamente per questo scopo.
Fra i tre natsume che posseggo, uno di questi ha gia' un colino incorporato e che facilita il setaccio.

Eccolo:
Sebbene non sia obbligatorio setacciare il matcha, diventa pero' necessario farlo se, a causa di troppa umidita' nell'aria, doveste notare molti grumi nel barattolino del te'.

Setaccio, dunque, un chashaku e mezzo di di matcha:
Metto a scaldare l'acqua (all'incirca 100ml per persona), avendo l'accortezza di spegnere la fiamma poco prima che questa inizi a bollire.

Nel frattempo, inumidisco leggermente il chasen con dell'acqua tiepida:
Quando l'acqua e' pronta, la verso prima in un contenitore di ceramica e poi nella teierina verde dove si raffreddera' un poco prima di incontrare il matcha. Se versassi subito l'acqua calda sul matcha, la temperatura potrebbe rovinare il delicato sapore del te'. E' necessario, dunque, lasciarla raffreddare per pochi secondi.

Dopo aver delicatamente versato l'acqua sul matcha setacciato, aiutandomi con il chasen inizio a tracciare un 8 sulla superficie del te' per eliminare possibili ed eventuali grumi. Dopodiche', inizio lentamente a mescolare il te' formando tante M.

S'inizia lentamente e poi si prosegue ad un ritmo crescente fino ad ottenere la classica schiuma.

出来上がりです! Dekiagari desu! E' pronto!
Ho accompagnato il mio delizioso matcha di oggi pomeriggio con un 和菓子 wagashi che si chiama もなか monaka, composto da una friabile cialda di farina di riso farcita di marmellata di azuki.
Un aggraziato rituale, dunque, che grazie alla sua bellezza e genuinita' sa trasmettere serenita' e pace. Un rituale che, senza bisogno della cerimonia, si adatta perfettamente ad ognuno di noi, aiutandoci a ritrovare quella tranquillita' interiore che molto spesso si riscopre soltanto attraverso le cose piu' semplici.

Colgo l'occasione per ringraziare tutti voi che continuate a leggere questo blog e che, con perseveranza, avete pazientemente atteso un aggiornamento. Grazie anche a tutti voi che commentate! Non sempre rispondo ai vostri commenti, ma sappiate che li leggo tutti!

Buona settimana!

martedì, agosto 25, 2009

Onigiri di fine agosto

(A sinistra: i miei onigiri di oggi. Tutte le foto sono opera mia).

Forse e' davvero solo una mia impressione.
Forse saranno le angeliche note di questa 手を取り合って Te o toriatte dei Queen a farmi osservare il cielo con quel briciolo di malinconia che sembra accompagnare la fine di una stagione, ma ho l'impressione che il volto luminoso dell'estate stia iniziando - seppur molto lentamente - a coprirsi delicatamente di un velo grigiastro ed imbevuto di quell'effluvio settembrino che riesce a far apparire l'afa estiva come un ricordo di cui non riusciamo a mettere ben a fuoco i contorni.

Le cicale continuano il loro canto intenso e sincero, ma sembra che i momenti di silenzio - quelli in cui la quiete e' spezzata solo dalle note della vita quotidiana o magari dal canto di un passerotto appollaiato sul bordo di pietra grigia di un'aiuola - inizino piano piano ad aumentare.
L'uscita di scena dei minminzemi avverra' inesorabilmente, e con loro anche le fatate libellule blu giapponesi - quelle che con una grazia ed un'eleganza quasi oniriche volteggiano in aria roteando su nastri immaginari di seta azzurrina - ritorneranno dietro le quinte del palcoscenico della natura, per dare spazio ad una stagione che non e' piu' la loro.

Durante la settimana, pranzo quasi sempre da sola e questo mi permette di riutilizzare - possibilmente in maniera un po' creativa - gli avanzi della sera prima oppure di prepararmi cio' che preferisco.
E oggi mi sono tornati in mente gli onigiri, e in particolar modo il libro ad essi dedicati e che acquistai un po' di tempo fa. Era da tempo che non preparavo gli onigiri in casa, e allora ho pensato di porre rimedio a cio' proprio oggi.
A differenza delle altre volte in cui li ho preparati (come ad esempio qui, qui, e qui,) questa volta ho voluto seguire il metodo tradizionale, e cioe' quello che non prevede l'uso delle formine, ma solo l'uso delle proprie manine.
Ho l'impressione che gli onigiri preparati con le mani siano piu' belli perche' assumono un'aria piu' artigianale, piu' genuina, piu' ... giapponese!

Per prima cosa, ho preparato il riso. Kyoko mi diceva - e come ho potuto constatare piu' volte, ha ragione - che se si prepara solo una porzione di riso al vapore, questa non risultera' particolarmente buona. Il perche' di cio' rimane un mistero. Kyoko, dunque, consigliava di prepararne almeno due porzioni, anche a costo di surgelare quella in piu'.

Naturalmente, prima della cottura ho lavato il riso e ho conservato un po' della sua acqua di lavaggio.
Per tradizione, i giapponesi detestano lo spreco e cercano di evitarlo ogni qualvolta ne hanno la possibilita' (anche se questo spesso contrasta con il terribile spreco quotidianamente praticato nei negozi e centri commerciali., e.g. scatole, scatoline, pacchi, pacchetti, e contropacchetti). L'acqua di lavaggio del riso, da sempre, ricopre un ruolo importante nelle case dei giapponesi, soprattutto di quelli un po' piu' attenti all'ambiente. Kyoko, ad esempio, mi consigliava di usarla per innaffiare le piante perche' questa e' un'acqua ricca di minerali e sarebbe quindi un peccato buttarla.
Sara' un caso, ma da quando ho iniziato a seguire questo consiglio, le piante di casa sembrano aver ritrovato un benessere del tutto inaspettato!

Piccola aggiunta: proprio questa stasera stavo guardando un programma alla televisione in cui parlavano dei segreti di bellezza di una ragazza che, per mantenere una pelle morbida e luminosa, oltre a bere un succo di verdura e frutta tutte le mattine (se non ricordo male, la sua ricetta prevede: un pomodoro, una costa di sedano, un cetriolo, una mela), dopo aver lavato il riso ne conserva l'acqua di lavaggio e la usa per farsi degli impacchi sul viso. Diceva che, mentre sbriga alcune faccende domestiche al mattino, sul viso tiene dei batuffoli di cotone imbevuti dell'acqua di lavaggio del riso; dopo aver finito le sue faccende domestiche, toglie semplicemente i batuffoli e si risciacqua il viso con dell'acqua.
Beh, si puo' provare! E' sicuramente un metodo economico!

Mentre il riso era in cottura, mi sono messa all'opera e ho preparato i condimenti per i miei onigiri.
Innanzitutto, ho preparato un 薄焼き卵 usuyaki-tamago, ossia un'omelette sottilissima, usando solo un uovo e basta (niente sale, pepe, ecc).
Ho sbattuto l'uovo, l'ho suddiviso in due parti e l'ho messo a cuocere in un padellino da tamagoyaki leggermente unto, preparando cosi' una frittatina sottilissima.

Ho messo da parte la frittatina, e ho preparato l'okaka おかか. L'okaka e' uno dei ripieni per onigiri piu' tradizionali che esista! Il suo sapore - si dice - e' cosi' particolare e cosi' giapponese da essere difficilmente apprezzato da chi non e' cresciuto circondato da onigiri farciti di okaka. L'okaka e' composto semplicemente da katsuobushi (scaglie di tonnetto secco) mischiato ad un goccino di salsa di soia.

Ho usato circa 1g di katsuobushi (e siccome e' leggerissimo, sembra che in realta' ve ne sia molto di piu'!):
Al katsuobushi ho aggiunto mezzo cucchiaino scarso di salsa di soia.

Ho mischiato molto bene i due ingredienti e... l'okaka era pronto nel giro di pochi secondi!
In frigo, avevo dei peperoni di ieri sera e che avevo fatto saltare in padella con un po' d'olio d'oliva ed uno spicchio d'aglio tagliato fine, e siccome il ricettario consigliava proprio anche i peperoni come ottimo ripieno per onigiri, ero a posto.

All'appello, naturalmente, non mancavano il sale e l'alga nori:
Ma il vero protagonista in questo caso e' il riso! Ecco il riso appena cotto...
Il riso e' un alimento a cui i giapponesi mostrano sempre la massima riverenza, e questo rispetto solenne si manifesta anche nei momenti apparentemente piu' insignificanti, come quando lo si deve passare dalla pentola alle scodelle. Il riso, durante la cottura, aderisce alla parte interna della pentola e ne prende un po' la forma. Questo significa che non va bene servire il riso prima che questo sia stato delicatamente girato perche' altrimenti ci si ritroverebbe con dei bocconi rotondeggianti di riso nella scodella, e la cosa e' decisamente poco gradevole dal punto di vista estetico.
Kyoko mi ripete spesso quanto sia importante girare il riso cotto innanzitutto utilizzando solo ed esclusivamente una paletta da riso che sara' stata velocemente passata sotto un getto d'acqua fredda. Inoltre, il riso va girato lentamente e delicatamente dal basso verso l'alto, cercando d'incorporare in esso un po' d'aria. Solo dopo questa semplice - ma indispensabile - operazione si potra' servire il riso in tavola od utilizzarlo per altre preparazioni.
Ecco il riso "arieggiato":
L'autrice del libro consiglia di usare una normalissima scodella giapponese da riso come contenitore con cui misurare la porzione ideale per il riso con cui modellare ogni onigiri. Precisa, inoltre, che la quantita' media contenuta da una scodella e' abbastanza sostanziosa, ma cosi' facendo si otterranno onigiri che si presteranno bene come pasto unico e che sazieranno senza alcun dubbio.

Ho usato, quindi, una mia semplice scodella:
Per ogni onigiri, ho riempito la scodella con un po' di riso:
Purtroppo, non essendoci nessuno che potesse scattar foto mentre modellavo gli onigiri, non ho potuto documentare la parte in cui davo la forma al riso e ho potuto riprendere a far foto solo nella fase successiva.

Comunque sia, ho seguito le istruzioni del libro e questi sono i passaggi consigliati:

- Mi sono inumidita le mani con dell'acqua messa in una ciotolina che ho tenuto vicino a me.
- Con le mani umide, ho preso in mano la porzione di riso e l'ho modellata in modo molto approssimativo.
- Ho subito farcito gli onigiri con i ripieni messi da parte. Per la farcitura, ho semplicemente fatto un buchino nel riso usando un dito e ho poi riempito il buco con il ripieno scelto.
- Solo dopo la farcitura, si puo' modellare in modo definitivo l'onigiri dando ad esso la forma che piu' si preferisce.
- Come tocco finale, ho versato un briciolino di sale sul palmo di una mano e su di esso ho fatto rotolare delicatamente l'onigiri in modo da salarne uniformemente la superficie.

Essendo in vena un po' bambinesca, ho pensato di dare ad ogni mio onigiri una forma diversa: ne ho fatto uno triangolare, uno cilindrico e uno a sfera un po' appiattita.
Ho farcito l'onigiri triangolare con l'okaka e all'esterno l'ho abbellito con l'alga nori.
L'onigiri cilindrico, invece, non aveva alcun ripieno ma l'ho fatto prima rotolare in un pochettino di sale e poi l'ho avvolto in un pezzo di frittatina.
E per finire, l'onigiri sferico ed appiattito l'ho semplicemente farcito con il trio di peperoni e l'ho poi salato leggermente e guarnito con qualche altra strisciolina di peperoni.

Ho servito i miei onigiri di fine agosto sopra un 竹の皮 take no kawa essiccato. Il take no kawa e' quella specie di membrana che protegge il bambu' ed e' un elemento molto molto tradizionale della cucina giapponese, e viene utilizzato proprio come elemento decorativo, in particolar modo per gli onigiri a cui conferisce un aspetto squisitamente antiquato.
Il take no kawa si trova in molti negozi di alimentari e in alcuni supermercati. Questa e' la confezione che ho acquistato io da Tokyu Hands:

Rimanendo sempre in tema di riso, di recente ho chiesto a Kyoko come si potesse utilizzare il riso cotto avanzato. Lei mi ha dato molte idee davvero originali, ma una in particolare mi e' sembrata assolutamente geniale! Mi ha consigliato di mettere il riso avanzato in sacchetti di plastica (tipo ziploc) e di metterlo nel freezer.
Quando si vorra' utilizzare quel riso congelato, bastera' tirarlo fuori dal freezer e lasciarlo scongelare a temperatura ambiente. Kyoko dice che lei, solitamente, con quel riso prepara degli onigiri che fa poi grigliare velocemente, facendo cosi' degli yaki-onigiri e che spennella con un po' di salsa di soia.
In alternativa, diceva che le piace molto mischiare quel riso scongelato con del riso fresco e preparare un chahan (una sorta di riso alla cantonese) molto veloce e a cui poter aggiungere avanzi vari di verdure, carne o pesce.

Tutto questo perche' buttare via del riso ancora commestibile e' un qualcosa che sa di sacrilego. Non so, ma credo sia un po' come buttare via il pane.

E cosi', eccomi anch'io qui con i miei sacchetti di riso congelato!