domenica, febbraio 07, 2010

Una vecchia specchiera, morijio e varie

(Il mio 招き猫 maneki-neko rosso mentre, con l'aiuto dei morijio, tenta di mandar via vecchi spiriti maligni. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia).

Una crescente mole di lavoro universitario ed improvvise temperature glaciali sono i fattori che principalmente hanno contribuito a farmi assentare dal blog.

La montagna di materiale da studiare non accenna a diminuire, e le severe temperature di febbraio continuano a promettere ondate di gran freddo, soprattutto di notte.

Pur tuttavia, ci tenevo a pubblicare qualche aggiornamento.

Alcuni giorni fa ha persino nevicato! La soffice coltre bianca ha silenziosamente ricoperto il Kanagawa e Tokyo, sorprendendomi con un brillante spettacolo notturno fatto di tetti candidi; di strade su cui regnavano neve fresca, neve acquosa ed inconfondibili tracce di pneumatici che lasciavano intravedere il grigio scuro dell'asfalto bagnato; di alberi dai rami pesanti e che, di tanto in tanto, lasciavano cadere mucchietti di quella neve cosi' pura; di un'atmosfera quasi surreale dove distanti rumori ovattati si mischiavano ad un silenzio onirico.

Era troppo buio pero' per poter scattare foto senza flash, e cosi' ho dovuto aspettare fino alla mattina seguente per tentare d'immortalare un po' di questa furtiva neve.

Ma un timido sole aveva gia' iniziato la sua inesorabile opera di scioglimento. Pero' sono stata lesta con la mia Canon, ed ecco qua:


Dopo molto tempo, ho finalmente rivisto la mia amica Sakura. I suoi occhi sinceri e il suo sorriso rassicurante erano sempre gli stessi, pronti ad accogliermi con lo stesso affetto di sempre.

Insieme avevamo deciso di andare a curiosare in due negozi di antiquariato che le erano stati consigliati da alcune amiche. E cosi', armate di entusiasmo e voglia di scoprire, siamo andate ad ammirare vecchi mobili, libri, vasellame e stampe.

Uno di questi negozi, pero', non mi era nuovo. Sakura pero' non vi era mai stata, e cosi' ho potuto farle un po' da guida, aiutandola a scoprire alcuni degli angoli nascosti di questo enorme magazzino / negozio stracolmo di antichita' non solo giapponesi, ma anche europee.

E a proposito di questo negozio, mi e' successo un fatto assai curioso: verso la fine di dicembre vi ero andata a ficcanasare un po' qua e un po' la', in compagnia di mio marito, senza pero' essere alla ricerca di qualcosa in particolare. Quasi all'improvviso, pero', la mia attenzione e' stata attirata da una vecchia specchiera che se ne stava, buona buona, tra un enorme incensiere di terracotta smaltata ed un leone d'ottone.
La specchiera era un autentico 鏡台 kyoodai degli anni Cinquanta, ed era in condizioni a dir poco immacolate!
I kyoodai sono le tradizionali specchiere giapponesi che, soprattutto un tempo, venivano usate dalle donne non solo per specchiarsi, ma anche per riporvi cosmetici e belletti vari dato che quasi sempre questi mobiletti hanno anche uno o piu' cassettini.

Senza perdere altro tempo, mi sono messa subito a cercare il prezzo che purtroppo, pero', non c'era. E stando a quanto mi ha detto il commesso a cui ho immediatamente chiesto lumi, tutti gli articoli senza prezzo non possono essere venduti fino a quando i rispettivi proprietari non decidano di stabilirne uno nuovo. Questo negozio e' in realta' un grosso mercato al coperto dell'antiquariato dove vari venditori indipendenti partecipano portando oggetti assortiti.

Me ne sono quindi andata un po' delusa sapendo che, prima o poi, qualcuno sarebbe stato piu' fortunato di me.

Ma senza che me ne ricordassi quasi piu', il kyoodai invece era ancora li', quasi come se mi stesse aspettando. E questa volta c'era anche il prezzo, un prezzo stracciatissimo e che per pochi yen mi ha permesso di portarmi a casa questo splendido oggetto.

Ecco la parte inferiore del kyoodai:

Ed ecco i cassettini, accuratamente rivestiti all'interno con della vecchia carta giapponese blu e bianca:

Quest'oggetto, pero', aveva una sorpresa per me: dentro quei cassettini, infatti, era sistemata una collezione composta da diciassette (i giapponesi amano i numeri dispari) vecchi
手ぬぐい tenugui, ossia panni tradizionali usati in vari modi, per esempio a mo' d'asciugamano, canovaccio, foulard, ecc.
I tenugui erano stati piegati e sistemati in maniera molto ordinata e metodica; alcuni di questi erano stati addirittura avvolti in un sacchetto di nylon quasi come a volerli ulteriormente proteggere dagli effetti spietati del tempo che passa.

Ecco alcuni dei tenugui trovati in quei tre cassettini:
Colori e decori che trasmettono un'atmosfera di un'altra epoca.




Potessi, starei ore ad ascoltare Sakura. Ha sempre mille aneddoti da raccontarmi! Sono brevi storie che spesso narrano di fantasmi e mostriciattoli i quali, secondo leggende di chissa' quanto tempo fa, continuano ancora oggi ad infestare paesini, templi e vecchie case.

Oppure sono forse solo spiritelli che alloggiano nei vecchi oggetti e che magari decidono di seguire i nuovi proprietari di quel libro, di quella statua, di quel vaso, oppure di uno specchio.

Anche qua in Giappone esistono storie che narrano di fantasmi degli specchi, e Sakura sembrava davvero convincente mentre me ne parlava. Naturalmente, non mi ci e' voluto molto prima di cominciare ad avere un po' paura; d'altra parte, mi ero appena portata a casa uno specchio di piu' di sessant'anni fa!

Ma Sakura mi ha consolata dicendomi che sarebbe bastato ripulire a fondo lo specchio, lavare i tenugui che vi erano all'interno e purificare l'oggetto con dei 盛り塩 morijio.

Il sale e' un elemento molto importante nella cultura giapponese, e non solo in campo gastronomico, ma anche in quello culturale e soprattutto spirituale. Al sale, infatti, vengono attribuite proprieta' purificatorie. Se avete mai assistito ad un incontro di 相撲 sumoo (in televisione o dal vivo) avrete sicuramente notato come i 力士 rikishi (lottatori di sumo) spargano generosamente del sale sul 土俵 dohyoo (ring per il sumo) prima dell'incontro.
Ebbene, il sale anche in questo caso ricopre un ruolo purificatorio e propiziatorio.

Da secoli, inoltre, esiste una credenza secondo cui una montagnola di sale messa nell'ingresso o davanti al proprio negozio (soprattutto ristoranti e botteghe di alimentari) servirebbe ad attirare clienti e a portare un'ondata di prosperita' alla propria attivita'.

Il rito del morijio affonda le proprie radici nei secoli, arrivando fino alla vecchia Cina. Una leggenda racconta di un imperatore cinese che aveva a sua disposizione tremila concubine. Ogni sera, l'imperatore percorreva la strada principale che attraversava il villaggio dove risiedevano le sue concubine, e sceglieva cosi' la compagna con cui avrebbe trascorso la serata.
L'imperatore, pero', non andava di certo a piedi, ma utilizzava una carrozza trainata da alcuni buoi.
Ebbene, una delle concubine - una donna particolarmente scaltra - scovo' un metodo per far si' che l'imperatore scegliesse lei ogni giorno: sapendo della passione che i buoi hanno per il sale, inizio' a sistemare piccole montagnole di questa sostanza proprio davanti la porta di casa sua. I buoi, quindi, venivano puntualmente attratti dalla montagnola di sale e cosi' conducevano l'imperatore sempre davanti la casa di questa astuta concubina.

Alcuni studiosi giapponesi moderni, pero', sostengono che in questa leggenda non vi sia nulla di vero. Resta infatti da stabilire come quest'usanza sia approdata fino qui, ma soprattutto come abbia fatto il sale ad assumere questo rispettatissimo ruolo purificatorio.

Al giorno d'oggi, il morijio si trova appunto davanti ad alcuni ristoranti tradizionali giapponesi e botteghe d'alimentari. Nelle case, secondo quanto mi diceva Sakura, il morijio si utilizza nei casi in cui si senta il desiderio di purificare l'ambiente e di tener lontani spiriti cattivelli e dispettosi.

Sakura, quindi, mi consigliava di preparare un paio di morijio da sistemare proprio sul kyoodai in modo da scacciare eventuali spiriti legati a quest'oggetto.

E cosi' ho seguito il suo consiglio.
Spesso i morijio vengono modellati in modo da farli assomigliare a dei coni rovesciati. Esistono addirittura dei negozi che vendono le formine da morijio, ma secondo me non sono affatto necessarie; e' sufficiente, infatti, munirsi di un po' di sale (quello marino si modella meglio perche' e' piu' umido), un cucchaino, un paio di forbici e del cartoncino oppure della carta normale.
Io ho usato un volantino pubblicitario; l'ho tagliato a meta' e ho formato due piccoli coni che ho poi riempito fino all'orlo di sale.
A questo punto, e' necessario capovolgere il conetto pieno di sale sopra un piattino et voila'!
I miei morijio ora stanno non solo purificando la specchiera, ma mi stanno regalando un tocco di una semplice ed antica tradizione giapponese che, se vorrete, potrete portare anche nelle vostre case.

lunedì, gennaio 25, 2010

Una storia di carta, piccole delizie e varie

(Alcune 金平糖 konpeitoo ricevute in regalo da Ishii-san. Le konpeitoo sono tradizionalissime caramelline giapponesi con una lunga storia alle spalle. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia).

Piu' passa il tempo e piu' trovo faticoso resistere alla tentazione di trovare continui agganci fra cio' che e' e cio' che era.

Vivo in un Paese moderno, eppure non riesco ad immergermi completamente nei panni di quel Giappone che sembra guardare - con aria sempre piu' sognante ed incantata - l'Occidente.
Ammiro il fondersi delle due culture, pero' solo quando queste realmente si abbracciano senza imporsi l'una sull'altra.

Nonostante non riesca a spiegarmi il perche', preferisco guardare altrove; preferisco voltarmi alla ricerca di tracce - magari sbiadite dal tempo o dalla noncuranza di chi e' fermamente proiettato solo verso il futuro - che mi raccontino storie, brevi aneddoti forse rimasti sulle pagine di qualche libro o diario, oppure conservati nella memoria di chi ancora riesce a ricordare.

Piu' passa il tempo e piu' m'interessa cio' che fu. Sono le orme di vite passate e di semplici quotidianita' di una volta ad affascinarmi.

E quando, alcuni giorni fa, abbiamo ricevuto in regalo da Ishii-san un assortimento di osenbei e caramelle tradizionali, non ho potuto non fermarmi a pensare soprattutto a quest'ultime e a come dei semplici confetti zuccherini abbiano iniziato a deliziare i delicati palati nipponici gia' nel XV secolo.

Tra queste delicate caramelline, le piu' celebri forse sono le 金平糖 konpeitoo:
Queste colorate caramelline, dalla forma alquanto singolare, approdarono qui in Giappone proprio verso la meta' del XV secolo, grazie agli scambi commerciali che avvenivano tra il Sol Levante e l'Europa, in particolar modo il Portogallo. Infatti, il nome konpeitoo deriverebbe proprio dal termine portoghese confeito, ossia confetto o pastiglia di zucchero.

Le delicate konpeitoo cominciarono lentamente a divenir parte dell'allora emergente repertorio zuccherino nipponico, fino a diventare uno dei capisaldi di ogni 駄菓子や dagashi-ya (botteghe di dolciumi a prezzi popolari) che si rispettasse.

L'assortimento di dolciumi delle dagashi-ya divenne via via sempre piu' fornito, includendo non solo caramelle dure ma anche snack salati e dolci, caramelle gommose, gelatine, noccioline, piccoli budini, e molto altro ancora.

Le konpeitoo non hanno un sapore particolarmente forte: in fondo non sono che semplici pastigliette di zucchero colorato al cui impasto vengono aggiunte alcune gocce di aromi di frutta e fiori.

Assieme alle konpeitoo, nella scatola di dolci ricevuta in dono da Ishii-san c'erano anche queste ame alla frutta.

Tanti colori e tanti gradevoli gusti: menta piperita, fragola, melone, arancia, ramune, uva.

Sabato sono stata, assieme a mio marito, a visitare uno splendido museo a Shibuya e che si chiama たばこと塩博物館 Tabako to shio hakubutsukan, ossia il museo del tabacco e del sale.

Shibuya e' una delle zone di Tokyo per cui provo poca simpatia; forse e' il soffocante caos che vi regna quasi sempre, o forse e' perche' e' una zona che incarna proprio quella smania di volersi lanciare a tutti i costi verso un'occidentalizzazione ingorda e che si ciba famelicamente di effimero.
Eppure, fortunatamente, anche a Shibuya sopravvive - magari a fatica - qualche brandello di memoria polverosa. Uno di questi e' proprio questo museo che abbiamo avuto la fortuna di visitare e che vi consiglio caldamente per vari motivi:

- E' un museo in continuo aggiornamento, soprattutto l'ultimo piano che e' dedicato a mostre itineranti.
- Pur trovandosi in una zona molto caotica, e' molto poco frequentato (sabato ci saranno stati quattro o cinque visitatori in tutto!) forse perche' non e' un museo particolarmente conosciuto, o forse affronta un argomento che non interessa piu' di tanto alla maggior parte delle persone.
- E' un museo veramente curato, pulito ed organizzato.
- E' situato a due passi dalla statua di Hachiko, e quindi dalla stazione di Shibuya.
- L'ingresso e' di soli 100 yen a persona, e nel biglietto e' sempre incluso l'accesso al quarto piano dove si svolgono le mostre itineranti ed altri eventi speciali. In questo periodo, ad esempio, e' in corso un'affascinante mostra che narra dei mille aneddoti che hanno contribuito al rafforzamento dei rapporti commerciali e diplomatici tra Giappone e Messico, due Paesi diventati amici inseparabili in seguito ad un curioso incidente avvenuto secoli or sono.
E viste le origini geografiche di mio marito, questa mostra speciale proprio non potevamo perdercela!

Purtroppo era severamente proibito scattar fotografie all'interno del museo, e quindi non potro' mostrarvi nessuna immagine degli splendidi oggetti in esposizione. Sul sito ufficiale del museo, pero', troverete non solo maggiori informazioni, ma anche alcune fotografie.

Questo museo si propone di approfondire il solido legame tra l'uomo e due sostanze antichissime: il sale e il tabacco. Il tabacco, per esempio, arrivo' qua in Giappone nel Seicento e da quel momento in avanti divenne sempre piu' parte della vita quotidiana prima delle classi sociali agiate, raggiungendo poi col tempo tutti i ceti sociali, anche quelli piu' modesti.

La mia inguaribile passione per le anticaglie mi ha condotta, come un fedele ed affidabile segugio, davanti a queste due cartoline che ritraggono due vecchie pubblicita' di sigarette giapponesi:
la prima pubblicita' reclamizzava le sigarette みのりMinori del 1930, mentre nella seconda cartolina e' raffigurato un poster pubblicitario delle sigarette ヒーロー Hero del 1894.
Al sale, invece, e' legato l'inarrestabile istinto di sopravvivenza e che ha fatto si' che anche il Giappone - Paese da sempre sprovvisto di risorse naturali essenziali per la produzione di sale, come le rocce saline oppure i laghi salati - aguzzasse l'ingegno e imparasse a raffinare sempre di piu' le tecniche d'estrazione del sale dall'acqua del mare. Grazie ad una di queste tecniche, per esempio, si comincio' gia' secoli fa ad estrarre il sale dalle alghe.

Tra le innumerevoli cose apprese durante questa visita, ho scoperto l'esistenza di un antico e semplice gioco giapponese: 変り絵 kawari-e, ossia immagine mutevole.
Le kawari-e erano dei semplici giochini di carta, molto in voga a partire dagli inizi del Settecento.
Sono fogli di carta su cui e' stampata un'immagine che, a seconda di come si pieghera' il foglio, cambiera'. Sul retro del foglio stesso, infatti, sono stampati alcuni dettagli che contribuiranno al mutare dell'immagine principale, creando cosi' un effetto carino e senz'altro molto curioso.

Al museo era possibile acquistare, per davvero pochi spiccioli, una copia del kawari-e in esposizione.

Giocando un po' con questo kawari-e, mi e' tornato in mente un giochino che avevo da bambina e che era composto da tante piccole tessere di cartone spesso. Su ogni tessera era raffigurata una porzione di un paesaggio; questi pezzi di paesaggi, pero', erano disegnati in modo tale da poter essere avvicinati ad altri (anche se scelti a casaccio) riuscendo pur tuttavia a dar continuita' all'immagine.

Erano giochi semplici e che forse, al giorno d'oggi, verrebbero probabilmente disprezzati da molti bambini moderni ed abituati a balocchi ben piu' sofisticati, eppure erano giochi che riuscivano ad intrattenermi per ore, senza mai stufarmi. Erano giochi che consentivano alla propria fantasia e creativita' di spiccare il volo, incoraggiando i bambini ad inventare mille storie sempre nuove.

Lascero', dunque, che sia questo bel kawari-e del Periodo edo (il cui autore, purtroppo, e' sconosciuto) a raccontarci una graziosa storiella e che avra' indubbiamente allietato ore di gioco di chissa' quanti bambini di un tempo.

Questa e' l'immagine principale del kawari-e: una principessa Edo intenta a leggere una pergamena. Notate come, vicino alla principessa, ci sia un posacenere tradizionale.
Questa e' il retro del foglio su cui sono stampati i dettagli che serviranno a cambiare l'immagine:
Bastera' infatti piegare il lato sinistro del foglio...ed ecco che le foglie momiji che adornavano il kimono della nostra principessa piano piano si stanno tramutando in fiori di ciliegio! E anche il modo in cui e' annodato il suo obi e' cambiato!
Piegando il lato destro del foglio, invece, ... appare un'altra persona, intenta questa volta a bruciare un po' di profumato incenso e a creare una composizione d'ikebana!
Ma dov'e' andata a finire la nostra principessa e il suo kimono abbellito da tanti momiji arancioni?

Eccola di nuovo qui! Questa volta, pero', si e' alzata. Chissa', forse e' stanca di star seduta? O forse vorrebbe cambiar stanza.
Ma cosa sta succedendo? Che cos'e' questa nuvola bianca di fumo che sta invadendo la stanza della principessa?

E' un incantesimo!!!

La nostra principessa non era una vera principessa, ma era una...
きつね kitsune! Una volpe!

E si sa, le sagaci kitsune sono maestre indiscusse del travestimento e degli astuti stratagemmi!

venerdì, gennaio 22, 2010

Nozawanazuke e dashimaki

(A sinistra: del saporitissimo nozawanazuke proveniente dalla Prefettura di Tokushima. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia.)

Forse, senza neanche rendermene conto, ero alla ricerca del mio tsukemono preferito.

Se rovistate un po' nel mio archivio, troverete sparsa qua e la' qualche notiziola dedicata all'affascinante, delizioso e croccante mondo degli tsukemono, ossia verdure conservate in salamoia oppure miso, oppure ancora nuka (crusca di riso).

Per esempio, qua troverete una semplicissima ricetta per preparare un ottimo tsukemono di cetrioli.

Di tsukemono ne esistono veramente tanti tipi, tanti da soddisfare probabilmente anche i palati piu' esigenti e schizzinosi.
Le verdure utilizzate per queste preparazioni sono numerose, anche se in genere le piu' comuni sono la rapa, i cetrioli e le melanzane.

Gli tsukemono accompagnano quasi ogni pasto giapponese, e la loro presenza e' talmente fondamentale ed irrinunciabile da darla quasi per scontata.

Pensate che nel Periodo Edo, i pasti quotidiani della gente comune erano umili e si ripetevano quasi sempre allo stesso modo. Sui semplici 箱膳 hakozen* ogni giorno appariva un qualche pesciolino alla griglia (spesso il maccarello) accompagnato naturalmente da un po' di riso al vapore, una calda e confortante zuppa di miso、 e sovente da ben due varieta' diverse di tsukemono!

*Gli hakozen erano scatole di legno che servivano sia da tavolino che da pratico contenitore in cui riporre piatti, scodelle e bacchette. Questi rustici tavolini/porta-stoviglie erano particolarmente in voga nelle famiglie di contadini ed artigiani.

Era gia' piu' di un anno che avevo iniziato a far caso alla mia crescente predilezione per uno tsukemono di nome 野沢菜 nozawana.
Questo gustoso ortaggio dal verde brillante compariva spesso da Seigetsu, e ogni volta mi ripromettevo di acquistarne un po', ma ogni volta puntualmente me ne dimenticavo.

Ma queste gastronomiche dimenticanze sono terminate due giorni fa quando, durante il mio consueto giretto settimanale al supermercato di zona, ho fatto caso ad un grosso cesto contenente tanti sacchetti di nozawanazuke, ossia di nozawana in salamoia.
Il mio cuoricino ha cominciato a batter forte ed il mio stomaco ha iniziato un minaccioso brontolio. Mi e' bastata infatti quella rapida occhiata a quelle foglie verdi brillanti per ritrovarmi improvvisamente affamata.

Con mio grande piacere, inoltre, ho notato come il nozawanazuke fosse lo tsukemono piu' economico fra tutti: cento yen a sacchetto.
La 野沢菜 nozawana e' una verdura appartenente alla famiglia delle rape, e la cui coltivazione si espanse prevalentemente nella zona di 野沢 Nozawa, una localita' nella Prefettura di Nagano. Il nome 野沢菜 nozawana, infatti, significa proprio "verdura di Nozawa".

La nozawana va generalmente strizzata un po' per eliminare la salamoia in eccesso, dopodiche' va tagliata in pezzetti e quindi servita in piattini da tsukemono.
Il fascino di questo tsukemono sta nella sua sapida croccantezza; in quel suo sapore salato, ma forse appena appena dolciastro e con una puntina quasi impercettibile di amaragnolo; nella sensazione di freschezza che regala al palato gia' dal primo morso.

E rimanendo in tema di delicati sapori nipponici, ho preparato il だし巻き dashimaki.

Nel tentativo di dissipare qualche mio dubbio relativo alla reale differenza fra tamagoyaki e dashimaki, ho fatto una breve ricerchina su siti giapponesi dai quali sono emerse informazioni contradditorie fra loro e che rivelano una sensazione generale di confusione.

In genere si dice che il dashimaki sia semplicemente un tamagoyaki a cui e' stato aggiunto il dashi. Come spiegazione sembrerebbe non fare una grinza, se non fosse che spesso e volentieri il dashi si aggiunge anche al tamagoyaki, senza peraltro cambiare nome.

Ecco da dove ha origine tutta questa nebulosita' epicurea.

C'e' chi tenta di spiegare la differenza fra i due piatti appellandosi a motivi puramente dialettali e geografici: alcuni, infatti, sostengono che nel Kansai si preferisca il termine dashimaki, mentre qui nel Kantoo la parola tamagoyaki vada per la maggiore.

Altri, invece, affermano che l'uso di un termine anziche' l'altro vari da famiglia a famiglia e che in realta' non vi siano sostanziali differenze negli ingredienti.
Altri ancora, infine, sono dell'idea che la sola ed unica differenza stia nella consistenza delle frittatine. Ecco, nonostante il marasma di teorie in circolazione, mi sento abbastanza propensa ad appoggiare questa spiegazione semplicemente perche', in base alla mia esperienza, ho notato piu' volte come i dashimaki abbiano effettivamente una consistenza molto diversa dal classico e semplice tamagoyaki. Allora, forse, non e' un caso!

Pare, quindi, che alle uova sbattute del dashimaki si aggiunga non solo una quantita' discreta di dashi (liquido, non in polvere), ma anche altri ingredienti liquidi tipo il mirin, il sake', la salsa di soia, e via discorrendo.

Partendo dal presupposto che oramai la mia ricetta personale del tamagoyaki rimane invariata proprio perche' il risultato e' quasi sempre piu' che soddisfacente, sono tendenzialmente restia nell'apportare modifiche, soprattutto se queste mirano a sballare le quantita' di liquidi utilizzate.

Eppure la curiosita' di provare a preparare il dashimaki era troppo forte, e cosi' mi sono fatta coraggio e ho seguito con fiducia una ricetta che era stata utilizzata durante una trasmissione televisiva di alcune sere fa.

Ecco gli ingredienti:

3 uova
2 cucchiaini di sake
2 cucchiaini di mirin
un pizzico abbondante di sale marino
1 cucchiaino di salsa di soia
3 cucchiai di dashi
1 cucchiaio di daikon grattugiato
1 cucchiaio di cetriolo grattugiato
qualche goccia d'aceto di riso
olio per friggere

Lavare e pelare una fettina di daikon. Lavare un quarto di cetriolo. Grattugiare entrambi gli ortaggi.

Se avete giocato a Cooking Mama, indubbiamente ricorderete quando Mama vi fa preparare il daikon-oroshi, ossia il daikon grattugiato.
Dopo aver grattugiato sia il daikon che il cetriolo, entrambe le polpe andranno strizzate delicatamente per eliminare l'acqua in eccesso. Successivamente sara' necessario mischiare i due ortaggi grattugiati fino ad ottenere un composto morbido e di color verdino chiaro.
Questo sara' il condimento con cui si guarnira' il dashimaki.

Il procedimento che ho utilizzato e' molto simile a quello del tamagoyaki, anche se e' passato molto tempo da quando preparai questo piatto per la prima volta con Akiko! Da allora, infatti, ho acquisito una mia tecnica ed alcuni piccoli accorgimenti nuovi. Comunque sia, i passaggi di base rimangono sempre gli stessi.

Sbattere, dunque, le uova molto delicatamente evitando d'incorporare in esse troppa aria. Aggiungere il sake, la salsa di soia, il mirin ed il sale. Mescolare ancora.

Procedere con la preparazione degli strati.

Alla fine, trasferire con delicatezza il dashimaki sopra un pezzo di carta da cucina ed avvolgere il tutto in un 巻きす makisu (ossia la stuoietta di bambu' utilizzata solitamente per i makizushi). Esercitare una leggera pressione sul dashimaki e lasciarlo li' a raffreddare per qualche minuto.
Tagliarlo a fette piuttosto grosse e guarnire il tutto con il condimento di daikon e cetriolo grattugiati (a cui, volendo, potrete aggiungere qualche goccia di aceto di riso).

Devo dire che la preparazione non e' stata molto agevole: la mistura di uovo sbattuto, dashi e tutto il resto e' risultatata via via in frittatine sottilissime che si rapprendevano a fatica e che si rompevano con grande facilita'.

Cio' nonostante, sono riuscita a portare il dashimaki a termine. Evviva!!

La consistenza, comunque, e' decisamente diversa dal tamagoyaki: il dashimaki e' molto piu' soffice ed umido. Inoltre, proprio perche' la mistura di partenza e' cosi' liquida, si riescono a preparare numerosi strati, tutti molto sottili.
Il sapore pero' mi ha fatto dimenticare tutte le eventuali difficolta' ed incertezze incontrate durante la preparazione!

Fra l'altro, e' da tanto tempo che mi prometto di creare un video - o se non altro una sequenza completa e ben fatta di tutte le fasi della preparazione - del tamagoyaki (o dashimaki), e chi lo sa che prima o poi non riesca a realizzare questo mio ennesimo progettino?

Intanto, libera finalmente dalle grinfie di quell'antipatico e fastidioso raffreddore, vi mando un saluto e vi auguro un sereno fine settimana.

martedì, gennaio 19, 2010

L'antico sapore del kenchin-jiru

(Una scodella di kenchin-jiru, preparato da me. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia).

Con un po' di pazienza anche il raffreddore e l'influenza se ne vanno.

Pero' perche' non rendere un po' piu' lieto il grigio periodo di malattia con una confortante scodella di una zuppa gustosa e sana?

La voglia di preparare una minestra deliziosa e terapeutica al tempo stesso mi e' venuta ieri leggendo l'articoletto della mia amica Acquaviva.

Rovistando poi in frigorifero e in dispensa nel tentativo di riunire tutti gli ingredienti necessari, mi sono accorta che me ne mancavano molti di quelli previsti dalla ricetta di Acquaviva, e cosi' ho pensato di preparare comunque una zuppa, ma di attingere dall'antico - pero' pur sempre attuale - repertorio gastronomico della 精進料理 shoojin-ryoori, ossia della cucina buddista.

L'ispirazione mi e' venuta grazie ad un ricettario di cucina buddista e che sfoglio da giorni con crescente curiosita'. Eccolo:
A dire la verita', e' da quando mi sono ammalata che sfoglio non solo quel ricettario, ma anche alcuni altri della mia collezione, alla ricerca di piatti semplici e le cui preparazioni siano l'ideale per chi non ha molta voglia di mettersi in cucina a spadellare piu' di tanto.

Alla fine, il kenchin-jiru ha dolcemente e lentamente iniziato a profumare la mia cucina con quel suo aroma che sa di verdure fresche, di salsa di soia e di tradizioni di una volta.

Si narra che quest'umile zuppa sia stata creata al 建長寺 Kenchoo-ji, un antichissimo tempio buddista zen che si trova qui nel Kanagawa, e piu' precisamente a Kamakura. Se questo sia vero o meno, poco importa; cio' che e' certo, invece, e' che questa ricetta e' nata indubbiamente dal desiderio di creare un piatto gustoso, sano ed economico, e che fosse in armonia coi dettami alimentari previsti dalla disciplina buddista.

Col tempo, poi, sono state inventate numerose versioni, molte delle quali contengono anche carni, come quella di pollo. L'assortimento di verdure di base utilizzate, pero', di solito rimane invariato; questo generalmente comprende: daikon (rapa cinese), carote, radice di loto, radice di bardana, funghi shiitake e taro. A queste verdure, pero', e' possibile aggiungerne altre, creando cosi' combinazioni di sapori sempre diverse.

Il mio ricettario di shoojin-ryoori, tra le altre cose, consiglia di aggiungere anche del cavolo a listarelle e del konnyaku. Insomma, pure in questo caso, l'unico limite e' davvero la fantasia.

Per preparare un buon kenchin-jiru tradizionale buddista, dunque, e' importante solo ricordarsi di non utilizzare ingredienti di origine animale; questo, naturalmente, vale anche per l'hon-dashi. Il dashi di pesce, nella shoojin-ryoori, generalmente si sostituisce con konbu-dashi, shiitake-dashi, altri brodi vegetali naturali, oppure semplicemente acqua.

Un'altra caratteristica tipica del kenchin-jiru e' la presenza di tofu sbriciolato e poi fatto velocemente asciugare in padella. Questa stessa tecnica, se ricordate, la utilizzai per preparare お豆腐ご飯 l'o-toofu gohan, un altro classico della tavola buddista. Ecco qua.

Ed ecco a voi la ricetta del kenchin-jiru, proprio come l'ho preparata io. La ricetta proviene quasi interamente dal mio ricettario di cucina buddista, anche se ho apportato solo qualche modifica: ho saltato la radice di bardana semplicemente perche' non ne avevo piu', e al posto del cavolo ho utilizzato 40g di melanzana a tocchetti.

けんちん汁
Kenchin-jiru

Ingredienti per 2 persone:

mezzo panetto di tofu (momen o altra varieta'*)
40g circa di daikon
40g circa di carota
40g circa di radice di loto
40g circa di melanzana
1 o 2 funghi shiitake secchi (ma anche freschi vanno bene)
50g circa di konnyaku
250ml di shiitake-dashi oppure d'acqua
2 cucchiai di sake'
20ml di salsa di soia di buona qualita'
2 cucchiaini di olio di sesamo

*Io ho usato del tofu fritto, aromatizzato con carote ed alga hijiki. Per questa ricetta, pero', potete usare un qualunque tipo di tofu riusciate a reperire, l'importante e' che sia abbastanza solido da poter essere sbriciolato.

Lavare e tagliare le verdure (daikon, carota, radice di loto e melanzana) a pezzetti, preferibilmente usando la tecnica dell'ichoo-giri いちょう切り. L'ichoo-giri si ottiene tagliando una fettina tonda (per esempio quella di una carota) in quattro parti uguali.

Tagliare a fettine sottili i funghi che avrete fatto precedentemente rinvenire in acqua.

Risciacquare il panetto di konnyaku sotto un getto d'acqua fredda, e tagliarlo a pezzetti.
A questo punto, si taglia il tofu a cubetti, lo si mette in un contenitore ed utilizzando i saibashi (oppure le proprie mani pulite), lo si sbriciola delicatamente.

Ora si fa cuocere il tofu sbriciolato, a fiamma medio-bassa, per alcuni minuti o fino a quando non si sara' asciugato.
In una pentola (io ne ho usata una tradizionale giapponese, di ferro, e che e' nota col nome di 健康鍋 kenkoo-nabe, ossia la pentola della salute) mettere a scaldare i due cucchiaini di olio di sesamo, dopodiche' aggiungere tutte le verdure. Mescolare bene e far rosolare il tutto per circa cinque o sei minuti, a fuoco medio-alto.
Aggiungere i 250ml d'acqua (o di brodo vegetale), i due cucchiai di sake', i 20ml di salsa di soia ed il tofu sbriciolato. Mescolare bene e lasciare sobbollire il tutto a fiamma bassa per circa quindici o venti minuti.

Di tanto in tanto, controllare che la carota e il daikon siano cotti. Se necessario, regolare un po' di sale e servire!

出来上がりで~す!
Deki-agari deeeeesu!


Come avrete notato, il kenchin-jiru non contiene miso! Si dice, infatti, che la ricetta originale ne sia completamente priva. Col tempo, pero', sono emerse versioni che invece lo includono. Insomma, a voi la scelta!

Intanto, tra un sorso di kenchin-jiru e l'altro, sto iniziando veramente a sentirmi meglio!

Sperando che questo mio articoletto v'invogli ad avvicinarvi un po' ai sapori genuini della shoojin-ryoori, vi auguro un buon proseguimento di settimana.

PS. Se v'incuriosisce la cucina buddista, ecco qualche altro mio articoletto che spero troviate di vostro gradimento: qua, qua e qua.

mercoledì, gennaio 13, 2010

Osenbei, influenza e varie

(Alcuni dei deliziosi e graziosi osenbei al gambero, ricevuti in regalo da Akiko. Tutte le foto di questo articoletto sono opera di mio marito e mia.)

Giocavo a nascondino con l'influenza da piu' di un anno, ed ingenuamente credevo non m'acchiappasse piu'.

Ma mi sbagliavo.

Lei, infatti, era rannicchiata in un angolino scuro, con sul volto un ghigno sardonico che prometteva febbre, dolori muscolari, sonnolenza perenne, incubi notturni, e quant'altro.

E l'altro ieri, infatti, sono venute a farmi visita tutte quelle prime avvisaglie che - senza ombra di dubbio alcuna - anticipano l'arrivo di un'influenza coi fiocchi.

Adesso la febbre, fortunatamente, se n'e' andata ma sono rimasti ancora alcuni sintomi che, tutti insieme, continuano ad indebolirmi senza sosta.

Influenza a parte, questi giorni sono stati ancora un po' sonnacchiosi; sono ancora i primi giorni dell'anno e sebbene i giorni abbiano sempre il brutto vizio di volare via con esasperante rapidita', questo 2010 e' davvero appena iniziato.

Mio marito ha ripreso il lavoro ieri e io ricomincero' la mia routine di universita' e lezioni private a partire da lunedi'.
Nel frattempo, pero', quasi non sembra vero che le Feste siano gia' passate. Sembra che quei giorni siano stati inghiottiti con avidita' da qualche creatura aliena che si ciba di tempo con la stessa inarrestabile ingordigia con cui mi abbuffo in presenza dei Ringo alla vaniglia oppure delle paste di meliga.

Il giorno prima che il mio patrigno ripartisse per l'Italia, e' venuta Akiko a pranzo da noi, e ci ha portato dei deliziosi regali tra cui questi stupendi おせんべい osenbei (cracker tradizionali di riso) aromatizzati al gambero ed abbelliti con decorazioni tipiche dell'oshoogatsu.

Ecco la bella scatola che li conteneva:
Sulla carta sono stampati i kanji 御年賀 onenga, ossia augurio di buon anno.

Sotto quel delicato incarto bianco, si nascondeva questa deliziosa scatola adornata da un'immagine dell'animale che rappresenta questo nuovo anno: la tigre.
La propiziatoria tigre e' accompagnata dal tradizionalissimo augurio d'inizio anno, ossia あけましておめでとうございます Akemashite omedetoo gozaimasu.
Gli osenbei contenuti dentro una scatola cosi' non potevano essere delle semplici gallette disadorne; e infatti, i miei occhi sono stati piacevolmente sorpresi da un assortimento di croccanti e fragranti gallette abbellite dai piu' tradizionali decori del Capodanno giapponese, come ad esempio le 絵馬 ema (tavolette votive), le こまkoma (trottole), le 手まり temari (palline colorate di pezza), ecc.
E' bastato scartare due di questi eleganti osenbei per ritrovare il sorriso in questi monotoni giorni all'insegna dell'influenza.

Su quell'osenbei e' stampata una frase davvero molto giapponese e che - tradotta in italiano - perde molto del suo vero significato, un significato tenacemente legato alla cultura di questo Paese.
La frase recita cosi': "今年もよろしくお願い致します" Kotoshi mo yoroshiku onegai-itashimasu.
Ossia: "Anche per quest'anno, perfavore".

Perfavore che cosa, vi starete chiedendo? E' una richiesta generica che non fa riferimento a nulla di specifico, ma che non tralascia niente al caso.

Senza addentrarsi troppo in complessi meandri sociologici, e' sufficiente notare come la societa' giapponese moderna (come quella antica, d'altronde) viaggi su di un sistema complesso di rapporti professionali, d'amicizia, di parentela, ecc. E' una societa' che non ama molto dare risalto al singolo individuo, ma che preferisce attingere la propria forza propellente dal gruppo.
Il successo del singolo individuo dipende quasi interamente dal livello di coesione e saldezza del gruppo a cui appartiene, ed e' proprio per questo motivo che diventa essenziale coltivare rapporti eccellenti con chi ci sta intorno e con chi fa parte del nostro ambiente famigliare, professionale, accademico, ecc.

Ecco, dunque, che la frase di cui sopra agisce come una sorta di promemoria tra chi da' e chi riceve.

Se poi a cio' accostiamo l'innato senso estetico dei giapponesi e la loro predilezione per tutti quei garbati e premurosi gesti di quotidiana gentilezza, il risultato che ne consegue e' sempre qualcosa di favolosamente disarmante.

Alcuni giorni prima della fine di quello stanco 2009, mio marito ed io abbiamo portato il mio patrigno a fare un giro ad Enoshima, approfittando di una giornata di sole brillante. Ricordate il mio articoletto di qualche tempo fa dedicato proprio a quest'incantevole isola del Kanagawa? Eccolo qua.

Nel giardino botanico che si trova a pochi metri di distanza dall'osservatorio dell'isola, siamo stati accolti da una moltitudine d'incantevoli tulipani, di tutti i colori e di tutte le forme!
Mio marito ed io, a turno, abbiamo scattato qualche fotografia a questi splendidi fiori.
Eccone alcune:


Passeggiando per quei sentieri ormai cosi' famigliari della vecchia Enoshima e' stato un po' come ritornare a casa. Ho sentito quella sensazione di pace e di serenita' che ci accompagna quando si fa ritorno in un luogo conosciuto e amato.

Le foto del magnifico panorama scattate da lassu' hanno colori che mi ricordano le antiche e malinconiche tonalita' che Hiroshige regalo' ai suoi dipinti, soprattutto alle sue stampe che ritraggono i paesaggi della strada costiera del Tokaido 東海道.

Sono sfumature che conservano ancora adesso quel fascino e quell'incantesimo del vecchio Giappone di Hiroshige.
Alcune lanterne di uno dei santuari dell'isola:
Quel magnifico giorno che profumava di salsedine stava volgendo al termine ed una dolce melodia proveniente dall'Osservatorio dell'isola ci ricordava che era quasi ora del tramonto; come, dunque, non immortalare qualche immagine di uno degli ultimi tramonti del 2009?

Dall'Osservatorio di Enoshima...
...abbiamo catturato gli ultimi raggi di quel tramonto che ci ha regalato mille pennellate gialle, arancioni, grigie, blu e nere.

Credetemi, ho salutato quel caldo sole dicembrino con profondo affetto perche' esso se n'e' andato assieme ad un anno generoso e colmo di gioie.

mercoledì, gennaio 06, 2010

Nuovi inizi

(Il nostro お屠蘇 otoso di Capodanno)

明けましておめでとうございます!
Akemashite omedetoo gozaimasu!

Ed eccoci qui, tenacemente aggrappati alle ali di questo nuovo anno che, come quello precedente, forse volera' alla velocita' della luce.

Questo neonato anno ha gia' portato con se' un bouquet di sorrisi malinconici, di risate fragorose e di lacrime. Quest'ultime portatemi soprattutto da quell'inevitabile tristezza che mi assale sempre ed immancabilmente il giorno del mio compleanno (ho compiuto gli anni il due gennaio).

I giorni a cavallo tra il 2009 e questi primi dell'anno sono stati stracolmi di giornate di sole, di lunghe passeggiate, di deliziose cene e di tante chiacchierate e risate in compagnia di mio marito e del mio patrigno.

Questo e' il primo post dell'anno, e come tale voglio che sia un po' piu' speciale del solito. Ed e' per questo motivo che voglio mostrarvi alcune foto.

L'anno scorso, a gennaio, promisi a me stessa che in occasione del Capodanno successivo avrei preparato l'osechi-ryoori a mano.

Ebbene, ho mantenuto quella promessa.

Con l'aiuto del magnifico libro regalatomi da Kyoko, sono riuscita a realizzare il mio primo osechi-ryoori artigianale!!

La nostra cena di Capodanno, dunque, si e' trasformata in un azzeccatissimo ed armonioso abbraccio tra le tradizioni giapponesi e quelle italiane; infatti, ad accompagnare il mio elaborato osechi, c'erano anche dei deliziosi piatti di pesce preparati all'italiana dal mio patrigno che e' il mago indiscusso del pesce nella nostra famiglia.

Ma andiamo per ordine!

Ecco alcune immagini che ho scattato durante la preparazione del mio osechi, una preparazione abbastanza complessa e della durata di quasi due giorni di lavoro!


Ed ecco l'osechi-ryoori completato e pazientemente sistemato nel mio juubako:

Nel primo dan ho messo gli irrinunciabili 黒豆 kuromame (fagioli neri) abbelliti da un paio di vivaci ちょろぎ chorogi (dei deliziosi tuberi di origine cinese e molto amati qua in Giappone, a Capodanno); 田作り tazukuri (piccole sardine caramellate); gamberi cotti in salsa di soia, sake' e mirin; kamaboko; tamagoyaki (preparato dal mio patrigno a cui avevo insegnato la ricetta il giorno stesso).

Nel secondo dan, invece, renkon (radice di loto) fatta cuocere lentamente in aceto di riso, acqua, zucchero, sale ed infine insaporita con del toogarashi (peperoncino giapponese); del daikon (rapa cinese) cotta in umido con salsa di soia e dashi, abbellita da alcuni chorogi; piccoli tranci di spigola alla griglia, insaporiti da un sughetto molto aromatico a base di aceto di riso, porri alla piastra, salsa di soia, dashi, scorzette di mandarino e toogarashi interi; kuri-kinton (pure' di patate dolci e castagne).
Nel terzo ed ultimo dan, infine, c'era del tofu alla griglia fatto cuocere lentamente in un brodo a base di dashi, salsa di soia, alga konbu e zucchero; radice di bardana e carote lesse; kobu-maki (involtini di alga konbu); datemaki (una sorta di frittata tipo tamagoyaki, ma molto piu' dolce e soffice); funghi shiitake cotti in salsa di soia, dashi e zucchero, e spolverati con un po' di sesamo tostato.



Per le decorazioni ho usato alcune foglie di mikan (mandarini giapponesi), foglie di felce e anche qualche ciuffo di prezzemolo riccio (quest'ultimo e' stato un bel tocco creativo suggerito dal mio patrigno).

A far compagnia a questo variegato ed allegro osechi, ecco invece i piatti di pesce dai deliziosi sapori italiani, preparati dal mio patrigno che - come ho precisato poco piu' su - e' davvero l'esperto di pesce nella nostra famiglia.

Al centro dell'attenzione, uno squisito 真鯛 madai (pesce tipo cernia) al forno, insaporito da un trito di prezzemolo, aglio, buon olio d'oliva e fettine di limone; la cernia era accompagnata da profumatissimi gamberi!
Al pesciolone abbiamo dovuto per forza tagliare la coda perche' altrimenti non saremmo mai riusciti a farlo stare dentro il mio piccolissimo fornetto giapponese.

Ed infine, del meraviglioso granchio, anch'esso al forno ed insaporito da una bella miscela di erbette fresche e profumate:

Dopo la nostra cena luculliana, le ultime ore rimaste di quello stanco 2009 sono scivolate via tra un brano del karaoke ed un altro, e in breve tempo e' arrivato il momento di fare l'attesissimo conto alla rovescia, in compagnia di un varieta' televisivo che trasmetteva dalla Torre di Tokyo.

Una manciata di deboli secondi ci separava dall'anno nuovo, da quel brillante inizio che profuma sempre di entusiasmo e di frizzante voglia di vivere.

Quell'esile manciata di secondi si e' sciolta davanti ai nostri occhi con la stessa facilita' e la stessa rapidita' con cui si dissolve un ricciolo di burro in un tegame bollente.

Il 2010 e' giunto a noi con forza, e noi lo abbiamo accolto con una bottiglia di champagne che avevamo messo da parte proprio per quest'occasione.

Il nostro incontro con questo anno nuovo di zecca e' stato seguito dal nostro ormai consueto giro al tempio buddista di zona dove, ogni fine dell'anno, si fa il tradizionale rito della campana sacra e meditazione nell'hondoo. Vi parlai in modo dettagliato di questi rituali a me cari, proprio qua.

Ed ecco il nostro tempio di zona, addobbato per l'occasione. Su nel cielo brillava forte ed orgogliosa una luna piena che si rifletteva con antico fascino nei bicchierini di sake' freddo.

I fragranti e scoppiettanti fuochi sacri, proprio davanti l'ingresso principale del tempio:
Infinite sono le sensazioni ed emozioni che prepotentemente si affollano sempre nel mio cuore e nella mia mente la notte di Capodanno, nel cortile di questo incantevole tempio.
Pensieri impregnati di ottimismo, di gratitudine, di felicita' pura e senza ombre. Speranze per un anno sereno affinche' questo si dimostri generoso nel regalare, alle persone a me piu' care, cio' che ardentemente desiderano.

Quei solenni rintocchi della campana sacra hanno sempre la capacita' di purificare l'animo di chi li ascolta! Sono rintocchi che mi aiutano a ricordare con gratitudine ed affetto chi mi ha fatto del bene nell'anno passato, e che mi aiutano anche a dissolvere residui di rancore e rabbia per chi invece ha preferito ferirmi. Aiutano a ricordare il bene e a voltar le spalle con indifferenza al male gratuitamente ricevuto.

Il ricordo di quell'affabile e sorridente monaco che ci ha benedetti e che ci ha augurato lunga vita mi ha accompagnata con serenita' fino a casa, facendomi percorrere quei pochi metri di strada che separano casa nostra dal tempio con nel cuore un senso indescrivibile di pace e benessere.

E come ogni Capodanno, anche questa volta ho voluto acquistare alcuni お守り omamori al tempio, ossia piccoli amuleti benedetti, venduti generalmente nei templi buddisti e nei santuari shintoisti.
Ecco i miei omamori:


A casa ci aspettava il fragrante Pandoro della Bauli, il cui divino sapore non mi deliziava da anni!
E quel morbido Pandoro, cosi' deliziosamente ed orgogliosamente italiano, ha preso per mano la vecchia ed antica tradizione giapponese dell'otoso お屠蘇, ossia il sake' speziato che si gusta durante questo periodo di Festa.

L'otoso si prepara facendo un'infusione a freddo con una miscela particolare di spezie e sake', oppure mirin di primissima qualita'.
Con l'avvicinarsi dell'oshoogatsu お正月 (capodanno giapponese), nei negozi e nei grandi magazzini si cominciano a trovare in esposizione fragranti ed eleganti bustine come queste che avevo acquistato io:
Sono bustine contenenti una miscela di spezie molto particolare e la cui origine, si dice, affondi le proprie radici nelle vecchie corti imperiali cinesi. Una profumatissima miscela di spezie medicinali che qui in Giappone vengono usate proprio per aromatizzare il sake' di Capodanno! Tra queste spezie vi sono la cannella, i chiodi di garofano, il rabarbaro, il sanshoo (pepe giapponese).
Questa miscela, conosciuta generalmente col nome di お屠蘇散 otososan, viene anche impiegata come rimedio curativo nella medicina tradizionale cinese, e infatti la si trova in vendita tutto l'anno nelle erboristerie e farmacie perche' a molti piace ricavare da queste spezie una specie di te' dalle proprieta' purificanti e terapeutiche.

Per preparare l'otoso di Capodanno, invece, e' sufficiente tuffare una bustina di otososan in circa 180ml di sake' di prima qualita', oppure di mirin, e lasciare il tutto in infusione per almeno sei o sette ore. Alcuni consigliano addirittura di mischiare il sake' ed il mirin e poi di aromatizzare il composto con queste spezie medicinali.

Generalmente l'otoso si serve in apposite teiere laccate, utilizzate proprio solo in questa occasione. In mancanza dell'apposita teiera, si puo' utilizzare una normalissima teiera giapponese da te' verde, proprio come ho fatto io.

Queste sono state Feste speciali e che ricordero' per sempre. Sono state Feste ricche di gioia, sorrisi e regali! Ho ricevuto molti regali sia di Natale che di compleanno, e piu' in la' postero' le foto di tutto quanto. Per il momento, pero', vorrei mostrarvi il regalo di Natale di mio marito: una 万年筆 mannen-hitsu, ossia una penna stilografica. Questa in particolare e' giapponese, e' laccata ed e' abbellita da decori tradizionali tra cui persino la sagoma aggraziata di una principessa dell'era Heian, avvolta in un sontuoso kimono.

Per me che adoro alla follia il piacere di poter scrivere con una penna stilografica, con questo regalo ho davvero toccato il cielo.


Concludo questo primo articoletto dell'anno rinnovandovi i miei auguri affinche' quest'anno della Tigre si riveli stracolmo di sorrisi, salute e serenita'.
E vi lascio con una foto dello 注連飾り shimekazari che in questo momento abbellisce la porta di casa nostra: su di esso il propiziatorio 迎春 geishun vi fa gli auguri di buon anno nuovo!

giovedì, dicembre 24, 2009

Buon Natale da Biancorosso Giappone!

Oggi e' la Vigilia di Natale, e qui nel Kanagawa un sole brillante fa da luminosa cornice a questa giornata di festa.

Anche a novemila e passa kilometri di distanza dall'Italia percepisco un soffio di quell'atmosfera natalizia che respiravo a Torino e che puntualmente ogni anno mi faceva riscoprire la gioia dell'albero di Natale, delle brillanti luci colorate che abbellivano la mia citta', del profumo delle speciali delizie che imbandivano la nostra tavola festosa.

Ieri e' arrivato il mio patrigno dall'Italia e si fermera' qui da noi fino ai primi di gennaio. In questo momento sono in fermento i preparativi della cena della Vigilia, una cena che sicuramente entrera' a far parte di quelle vivaci montagne di lieti ricordi da rievocare con gioia e gioiosa malinconia, negli anni a venire.

A tutti voi che leggete assiduamente questo blog vorrei inviare i miei piu' sinceri auguri di Buon Natale e di Buon Anno Nuovo affinche' queste Feste vi strappino un bel sorriso e vi trasmettano una buona dose di entusiasmo ed ottimismo, ingredienti necessari per cominciare a tutto sake' questo nuovo anno che oramai ci aspetta davvero dietro l'angolo.

Colgo l'occasione anche per ringraziare le lettrici che nei giorni scorsi mi hanno lasciato splendidi commenti e a cui rispondero' appena possibile.

Di nuovo, tanti cari auguri a tutti voi e alle vostre famiglie!