venerdì, luglio 18, 2014

Quel che possono i cuori.

Handala
Un paio di giorni fa sono ritornata nel quartiere dove sono nata e cresciuta.

Ci sono andata per una commissione che in realta` non era urgente e che soprattutto potevo sbrigare anche da un`altra parte.

Ma ho preferito invece sbrigarla li` perche` sapevo che avrei potuto cosi` godermi una o due ore, in solitaria, per le vie tranquille di quell`angolo di citta` cosi` intriso di ricordi. Belli o brutti che siano.

E` un quartiere dove non c`e` assolutamente nulla di speciale, nulla che potrebbe diventar fonte di vanto nei confronti di un forestiero, di un turista.

Non e` un quartiere con quella scia affascinante fatta di arte, architettura e storia che solitamente impreziosisce molti quartieri di tante citta` italiane.

In questo angolo di Torino invece non c`e` nulla di tutto questo. Wikipedia elenca, fra i pochissimi luoghi d`interesse e di rilievo storico della zona, una chiesa di deciso sapore ottocentesco, un parco, un giardino intitolato a Peppino Impastato, un oratorio e poco altro.

Questa e` una zona di case, case e ancora case. Grossi condomini che agli inizi degli anni Sessanta rappresentavano, in mattoni e cemento, la poderosa forza lavoro di operai non solo FIAT ma di tanti altri stabilimenti e fabbriche che in quegli anni erano realmente la linfa vitale di Torino.

I giardini, i parchi, il tanto verde sono - a mio avviso - uno degli aspetti piu` belli di questo posto. Un verde abbondante e persin lussureggiante in certi punti. Un verde brillante e generoso che forse nei quartieri piu` sofisticati e antichi scarseggia fino ad essere inesistente.

E sebbene oramai non esista quasi piu` la Torino deserta dei mesi estivi dove la citta`, in seguito al puntuale esodo dei cittadini verso luoghi di villeggiatura, si svuotava fino ad assumere i toni e le sensazioni surreali di una solitudine come quella del prof. Borg ne "Il posto delle fragole" di Ingmar Bergman, si assiste lo stesso ad un alleggerimento delle vie.

Passeggiando per una di queste vie smeraldine e quasi solitarie, a passo volutamente lento e assaporato, con gli occhi cercavo tutti gli appigli della memoria, angoli a cui inevitabilmente sono legati dei ricordi.

Ricordi semplici, d`infanzia e adolescenza. Ricordi forse sciocchi e privi di senso, ma che sono comunque una parte insostituibile di cio` che sono io.

In una di queste vie verdi e illuminate dal sole instancabile del pomeriggio, una donna in dolce attesa aspetta un autobus in compagnia di sua figlia, un`allegra bambina che avra` avuto suppergiu` otto o nove anni.

Mamma e figlia chiacchierano felicemente di cose varie.

La bambina, altalenandosi con fare giocoso e con lo sguardo rivolto all`insu`, pone alla mamma questa domanda:

"Mamma, ma il cielo e` dritto o a cerchio?"

Non ricordo quale su la risposta della mamma, ma poco importa.

Ho proseguito la mia passeggiata, a passi lenti e assaporati, per le vie alberate e semi-deserte di un modesto quartiere di Torino dove non ci sono tracce di glamour o impronte di acclamati architetti di gloriose epoche che furono.

Tutti i bambini del mondo sono curiosi di quello che li circonda. I loro occhi tentano di interpretare cio` che vedono, dandosi forse spiegazioni che ad un adulto possono sembrare fantasiose o addirittura strampalate.

Ma alle volte, anzi troppo spesso ancora, ci sono bambini i cui occhi vedono da subito il lato peggiore e piu` scuro dell`essere umano. Sono occhi che vedono, loro malgrado, il personificarsi di violenze e orrori che nemmeno le parole piu` accorate potranno mai descrivervi completamente.

Forse avete riconosciuto Handala, in alto a sinistra, quel personaggio creato dall`artista e illustratore Naj-al-Ali e che rappresenta un bimbo palestinese proveniente da un campo profughi.

Handala viene sempre rappresentato cosi`, mentre guarda avanti e volta le spalle a noi che guardiamo lui.

Handala si voltera` solo e quando la Palestina sara` finalmente una terra libera.

Queste settimane di nuovi attacchi vigliacchi da parte dell`esercito israeliano sulla popolazione civile palestinese hanno portato molta preoccupazione e dolore nella mia vita.

Le tragedie nel mondo sono tante, piu` di quanto possiamo immaginare, ma credo profondamente che sia dovere di ogni essere umano provare solidarieta` nei confronti di tutte le popolazioni oppresse, senza distinzione alcuna.

Il conflitto israelo-palestinese e` una dolorosa vicenda che va avanti da decenni e decenni. Molti di noi ricordano vecchi telegiornali che gia` ne parlavano e in cui gia` si davano interpretazioni e possibili soluzioni.

Pur essendo una vicenda cosi` complessa, le sue origini e la sua storia sono estremamente semplici e alla portata di chiunque voglia studiarle con una mente pulita, onesta e sincera.

Questo e` uno di quei casi dove e` possibile avere un quadro completo e preciso dei fatti, unitamente a un`opinione altrettanto chiara e solida, purche` ci si accosti alla questione con sincerita` ed onesta`.

Se desiderate chiarirvi le idee in merito, vi consiglio, anzi vi invito con il cuore in mano, a leggere QUI e a vedere QUESTO video.

La Palestina ora mi tocca molto da vicino perche` fa parte del mio quotidiano, della mia vita, della mia nuova vita. E non potrei dunque discostarmi mai dalle lacrime e dal sangue che quella terra versa da cosi` tanto tempo ormai, davanti a intere nazioni che sembrano mantenere un`aria di totale impassibilita` e addirittura indifferenza.

Cosa possiamo fare davanti al genocidio che Israele continua a compiere contro i palestinesi?

Che cosa possiamo fare noi da qui?!

Manifestazioni?
Lettere e petizioni infervorate su Facebook o altri siti?
Boicottaggi generali contro tutti i prodotti di manifattura e origine israeliana?

Non lo so. Non so ne` se queste soluzioni servano ne` a quanto possano servire.

Ma so per certo che un primo passo possiamo compierlo attraverso la nostra solidarieta` generale, attraverso i nostri cuori.

Quel che possono i cuori forse puo` apparire come un`insignificante stilla nel mare, ma non lo e` ed e` certamente un primo passo in quel coro d`indignazione che tutti noi dobbiamo creare per far muro contro ogni forma di bieca vigliaccheria e orrore.

Quel che possono i cuori e` opporre forte resistenza contro ogni individuo, sistema, Stato che ritiene accettabile lanciare bombe e gas nervini sulla popolazione civile, sia che ne sia il fautore diretto o un vile complice.

La mia speranza e` che a tutti i bambini venga concessa l`innegabile liberta` di poter alzare gli occhi e contemplare, con lo sguardo curioso ed innocente dei piccoli, il cielo per chiedersi se questo sia dritto oppure a cerchio.

E chissa`, magari un giorno lo fara` pure Handala mentre si voltera` verso di noi mostrandoci il suo piu` bel sorriso.
#FreePalestine
#SaveGaza
#PrayForPalestine

lunedì, giugno 16, 2014

Hiyashi-chuuka: il sapore giapponese dell`estate

冷やし中華 Hiyashi-chuuka
Passano i secondi, passano i minuti, passano i giorni, le settimane, i mesi. E poi gli anni.

E cosi` la vita si srotola davanti ai nostri occhi come una vecchia pergamena.

Gli istanti passano per non tornare piu`, lasciando dietro se` il sapore dolce-amaro della nostalgia.

L`estate e` di nuovo alle porte. Innumerevoli manciate d`istanti sono dovuti passare per ritrovarci di nuovo qui, nel mese di giugno, in quel mese sempre associato alla fine della scuola e all`inizio di quelle vacanze che da bambini sembravano durare per sempre.

Gli istanti passano, fondendosi l`un nell`altro, mentre forse a volte ci sembra di essere fermi, di non aver mosso un passo.

Altre volte, invece, quegli stessi istanti scivolano via con la forza travolgente di un turbine, lasciandoci addosso la sensazione di aver vissuto un giorno come cento.

Maggio e giugno sono stati mesi, per me, emotivamente molto forti.

Ho trovato la dimensione spirituale che cercavo, ritrovando una grande pace e una chiarezza di pensiero che sembrava ormai avermi abbandonata.

Ho rafforzato ulteriormente un`amicizia con un`amica dal cuore limpido.

Ma nel frattempo ho ricevuto una delusione dolorosa da una persona che, come capita nel cento per cento dei casi, sembrava un`amica ma evidentemente non lo era.

Le delusioni hanno un perche` e senza di esse non riusciremmo ad avanzare. Conosciamo il loro valore, ma lo conosciamo e lo apprezziamo solo a posteriori, a mente fredda.

In quel momento, pero`, la lama tagliente dell`amicizia tradita e del tuo cuore trattato come se valesse mezza carta di caramella gettata a terra penetra molto in profondita`, facendoti sanguinare. Si sanguinano lacrime calde che lavano via un po` il dolore, smorzandolo fino a farlo arrivare a livelli gestibili e assimilabili da una mente che altrimenti rifiuta di trovare una logica a ferite provocate senza un perche`.

A mente e cuore un po` piu` alleggeriti dal bruciore di quel taglio ormai in fase di guarigione, trovo una grande verita`:

Strada facendo si perdono tanti amici, per i motivi piu` svariati. Anzi, a volte i motivi possono pure non esistere.

Ma ad ogni amico perso, se ne trova un altro e generalmente migliore del precedente.

E se questo non dovesse accadere, allora vuol dire che ci sara` altro che ci dara` equivalente o superiore gioia a quella di un`amicizia.

Con l`aria quasi ormai estiva pregna della fragranza dei gelsomini, il calore sempre piu` invadente e appiccicoso, mi sono ricordata con nostalgia di una delizia che in Giappone mangiavo non appena il Paese si ritrovava nella morsa di quella sua estate senza pieta`: 冷やし中華 hiyashi-chuuka.

Hiyashi-chuuka e` l`equivalente nipponico della nostra estivissima insalata di pasta.

Letteramente il nome significa "cibo cinese freddo" e questo perche` il tipo di spaghettini usati sono generalmente i ramen o comunque spaghetti cinesi.

Essenzialmente, quindi, si tratta di spaghettini freddi guarniti da cetrioli, striscioline di frittata, pollo bollito, prosciutto e il tutto irrorato da una salsina a base di salsa di soia e olio di sesamo.

E` un piatto davvero molto gustoso, non difficile da preparare, economico ed esteticamente gradevole.

Ecco a voi la ricetta per quattro persone:

4 o 5 matassine di spaghetti cinesi
2 petti di pollo
1 cetriolo
6 fettine di prosciutto (io ne ho usato uno di manzo molto gustoso)
2 uova

Gli ingredienti per il タレ tare o salsina:

140ml d`acqua
100ml di salsa di soia
100ml di olio di aceto di riso o aceto di mele
2 cucchiai di zucchero
1 cucchiaio di olio di sesamo

facoltativo: una manciata di semi di sesamo

Acqua, aceto e salsa di soia

Per prima cosa, preparare la tare o salsina unendo l`aceto, l`acqua, la salsa di soia, lo zucchero e l`olio di sesamo.
Due cucchiai di zucchero
L`olio di sesamo e` un ingrediente ormai diffuso anche in Italia e reperibile sia negli Asian Market che nei centri della grande distribuzione.
Non costa poco, ma conviene prenderlo di qualita` dato che non si usa in grosse quantita` generalmente. Una bottiglietta vi durera` diverso tempo, purche` la conserviate in un luogo fresco e asciutto. Se non fate attenzione, l`olio di sesamo irrancidira` alla velocita` del west.

Qui a Torino, nella zona di Porta Palazzo, e piu` precisamente nel mio Asian Market del cuore ossia quello di Via delle Orfane, trovo questo olio di sesamo giapponese proveniente dalla Prefettura di Mie, il 純正 junsei della Kuki-Sangyo:
ごま油 Goma-abura. Olio di sesamo.
Mischiando i suddetti ingredienti, otterrete la vostra profumatissima tare:
冷やし中華のタレ Salsina per hiyashi-chuuka
La salsina puo` essere preparata anche con largo anticipo e conservata tranquillamente in frigorifero, fino al momento dell`uso. Anzi, se vi dovesse piacere la ricetta, vi consiglio di preparare una bella quantita` di tare da tenere in una bottiglia o contenitore nel frigorifero, pronta da usare all`occorrenza ogniqualvolta vorrete gustarvi un buon piatto refrigerante di hiyashi-chuuka.

Gli spaghettini da usare sarebbero quelli che in Giappone vengono chiamati 生中華そば nama-chuuka-soba ossia spaghettini cinesi freschi. La` si trovano anche secchi e sono buoni comunque, anche se quelli freschi personalmente io li preferisco.

Andate a farvi un giro nel vostro Asian Market di fiducia e vedete un po` cosa riuscite a scovare in quanto a spaghettini. E` possibile che non ci saranno degli autentici nama-chuuka-soba ma qualcosa di simile.

La mia scelta e` ricaduta su queste deliziose matassine:


Questi begli spaghettini arrivano da Taiwan e hanno una consistenza simile a quella della chuuka-soba.

Prendete qualcosa di simile oppure anche delle semplici mattonelle di ramen secchi, di quelle che trovate in vendita senza il condimento.

Queste matassine cuociono nel giro di 4 minuti abbondanti. Ricordatevi che la pasta asiatica generalmente va cotta in acqua senza l`aggiunta di sale poiche` il sale e` gia` incluso nel suo impasto.

Una volta cotti, vanno risciacquati sotto un getto d`acqua fredda corrente.

Prepariamo le guarnizioni:

1. mettere a bollire in acqua leggermente salata i petti di pollo e - a cottura ultimata - tagliarli a striscioline con un coltello oppure sfilacciarli con le mani facendo attenzione a non bruciarvi.

2. Tagliare il cetriolo possibilmente con la tecnica del 細切り komagiri e che vedete illustrata qui.

3. tagliate a striscioline sottili il prosciutto.

4. Sbattete le due uova e fateci una frittatina sottile e che tagliuzzerete a strisce.
Prendete dei piatti un po` fondi e in ognuno mettete una matassina di spaghettini cotti. Sopra gli spaghettini, cominciate a sistemare le guarnizioni cercando di essere ordinati.

Infine, irrorate generosamente i vostri hiyashi-chuuka con un mestolo di tare.

E siete pronti per sedervi a tavola! いただきます! Itadakimasu!
La mia hiyashi-chuuka: un ritorno olfattivo e papillare al Giappone estivo
La hiyashi-chuuka e` facilmente personalizzabile in base ai vostri gusti. Potete farla solo di verdure evitando cosi` la carne, le uova e il prosciutto. Oppure potete aggiungere altre verdure che vi piacciono.
Ad esempio, i pomodorini piccoli sono ideali perche` danno un bel tocco di colore.

In questi giorni al mercato e dal verduriere si trovano i piselli freschi, una di quelle bonta` che oramai non siamo quasi piu` abituati a gustare nella sua versione naturale, che non preveda dunque una scatola di latta.

Avevo un po` di piselli freschi e quindi ho pensato di usarne qualche manciata per dare colore e sapore.

Arriva l`estate e noi l`aspettiamo. Cos`altro possiamo fare?

Come aspettiamo lei, aspetteremo anche l`autunno e poi l`inverno. E` la ciclicita` della vita che scandisce i nostri ritmi e il passare delle stagioni dell`uomo.

E come sempre, il segreto sta nel riuscire a trovare il bello in tutto cio` che ci circonda, fossimo anche attorniati da un brullo deserto. Da qualche parte, pure in quel deserto, ci sara` una duna da cui spunta fiera la luna, no?

Io adesso, grazie a Dio, non sono piu` nel deserto brullo ma mi ritrovo nuovamente in un giardino che diventa di giorno in giorno sempre piu` verde, piu` fiorito, piu` profumato. In esso corre libero l`effluvio del gelsomino e dei cuori piu` belli che io abbia ora nella mia vita.

lunedì, maggio 05, 2014

Coltre fatata, un torii a Torino e un ricordo

La coltre fatata
Satsuki.

五月 il quinto mese
皐月 il mese dell`azalea

Questo e` uno degli antichi nomi giapponesi del mese di maggio.

Scrivo di Torino perche`, oltre ad essere la mia citta` di nascita, e` la citta` in cui mi ritrovo ora.

Torino, come tutte le citta` natali, ha quel qualcosa di rincuorante e di scorante al tempo stesso.

Tornare a casa e` ritrovarsi e rivivere, ma al contempo e` anche lasciarsi alle spalle l`avventura, rimettere i piedi a terra e la testa a posto.

A me Torino ha sempre fatto questo effetto.

Con un aereo che atterra all`aeroporto di Caselle oppure un treno che, chilometro dopo chilometro su pesanti binari, ritorna a Torino buttandosi fra le braccia della stazione di Porta Nuova, beh ... la sensazione e` sempre quella.

L`emozione e il sollievo di essere di nuovo a casa misti a un`incontenibile nostalgia per quel che e` stato.

C`e` quel momento in cui si vorrebbe far dietro-front e correre di nuovo via.

Eppure no. La balsamica sensazione di ritorno a casa ci attira verso se` con la forza di un magnete, ma qualcosa dentro il proprio cuore inguaribilmente viaggiatore non si placa e forse mai si plachera`.

Torino in questi giorni e` avvolta in una morbida nuvola di polline, una dolce e carezzevole copertina di mille fiocchi volanti che si perdono nell`infinita` dell`aria, scivolando sulle superfici di fiumi e pozzanghere, posandosi per terra e lasciandosi intrappolare dai fili d`erba.


Passeggiando non distante da casa mia, con il sole del tardo pomeriggio che fiero illuminava a sprazzi intensi triangoli di asfalto e strisce di vegetazione, mi sono ritrovata accovacciata ad osservare questa soffice carezza bianca, anche se burlona e dispettosa col naso di molti, mentre con grande grazia ricopriva giardini, cigli della strada e ovunque vi fosse un po` d`acqua.

Sembrava una coltre fatata.

Piu` di un anno fa, passeggiando in solitaria da queste parti, mi capito` di scorgere in lontananza un 鳥居 torii. O almeno, cosi` mi era sembrato.

Ne avevo immediatamente riconosciuto in lontananza la sagoma e il colore.

Talmente impresso nella mia mente fu quel ricordo che dimenticai pero` dove avessi visto il torii in questione, tanto che girai a lungo tempo dopo nel tentativo di ritrovarlo...invano.

E oggi pomeriggio, mentre ero a spasso e inseguivo la coltre fatata, ecco che da lontano ho rivisto quel torii.

Allora non ricordavo male! Allora non avevo avuto una visione nippo-mistica?!

No. Era un torii vero. Anzi, erano due!

Incredula, mi ci sono avvicinata. Mi e` bastato voltarmi per vedere, a poca distanza, il palazzo dove abito.


Sono rimasta ferma, con dipinta sul mio volto (ne sono certa) un`espressione tra il contento e l`inebetito.

In quel momento pero` - e` comico lo so - ho pensato si` al Giappone naturalmente, ma il primo pensiero e` andato al grande torii che accoglie chiunque entri nella base militare navale di Atsugi, in Giappone appunto.

Quella era la mia vita prima. Ho avuto il privilegio di vivere il Giappone a trecentosessanta gradi e con in piu` la mia presenza attiva all`interno della comunita` militare, soprattutto quella navale, sia statunitense che nipponica.

Quel torii grande a pochi passi dall`entrata della base era stato messo li` per stupire i nuovi occhi occidentali che, di quel posto, avevano il loro primo assaggio di Sol Levante.

Era messo li` per affascinare e non si preoccupava minimamente di essere decontestualizzato. Era li` per compiere una missione: era un biglietto da visita tanto ammirevole inizialmente quanto scialbo col tempo.

Un po` come lo erano i kimono appesi scioccamente alle pareti del Navy Lodge, l`albergo che ospita i militari e le famiglie.

Ricordo ancora la risata di Sakura quando, vedendo quel torii in mezzo alla rotonda, mi chiese cosa ci facesse un cancello sacro shintoista proprio in quel punto.

Le dissi che era li` per bellezza, per figura, per fare. E in effetti era cosi`.

Lei mi guardo` con occhi stupiti. Come poteva un torii essere usato per bellezza?

Nello shintoismo, il torii indica la presenza di un santuario. Anzi, simboleggia il punto di transizione tra la vita terrena e profana e il mondo divino.

Con alle spalle il mondo terreno, al di la` di un torii dunque troviamo solitamente un santuario, un luogo considerato sacro da chi pratica il buddismo e lo shintoismo.

Ma nella rotonda principale di 厚木基地 Atsugi-kichi, al di la` di quel lucidissimo torii laccato di rosso, c`e` una strada che di sacro ha poco o nulla. E` una strada che si addentra nel cuore della base e conduce a posti che di spirituale - temo - hanno molto poco.

Capii subito, quindi, lo sguardo stupito e la risata non cosi` sommessa di Saku-chan.

Il torii di oggi pomeriggio fece riaffiorare alla mente questo ricordo perche` in fondo svolge la stessa funzione decontestualizzata del collega nella rotonda di Atsugi-kichi.

Anche se...anche se forse un briciolo di sacralita` probabilmente tenta di proteggerla. I torii torinesi sono, infatti, davanti all`ingresso di una famosa scuola di arti marziali.

Mi e` capitato, di recente, di vedere le scene di apertura del film Emperor, diretto da Peter Webber, con nel cast Matthew Fox e Tommy Lee Jones, l`amatissimo dai giapponesi e di rivedere, proprio in quelle scene, i luoghi a me famigliari del Giappone e di Atsugi-kichi, un luogo - quest`ultimo - un po` sospeso fra due mondi. E` un Giappone non Giappone.

Ho avuto un tuffo al cuore e nella mia mente sono ritornati milioni di ricordi e di pensieri, travolgendomi con la forza bruta di uno tsunami.

mercoledì, marzo 19, 2014

Semplicita` pomeridiane

Un sole pomeridiano magnifico illumina Torino da ore. Un bouquet radioso di raggi caldi impregnati del profumo della vita, del respiro, del battito di un cuore, di un sorriso sincero, di due occhi che - non potendo mentire - lasciano trasparire l`essenza dell`anima.

E` rincuorante assistere all`allungarsi delle giornate e alla gioia di un sole che ti accompagna fino alle ore inoltrate del pomeriggio.

Un venticello tiepido e leggermente sfrontato giocherella con le tende verdi dei balconi; con la biancheria stesa che - divertita - sventola come bandiere; con i rami di alberi ormai adornati di stupendi fiori.

Vado fuori, chiudo gli occhi e respiro...e respirando catturo la fragranza della citta` al pomeriggio.

Tutto profuma di linfa che pulsa, di sangue che scorre nelle vene, di idee che si mescolano e si rimescolano, di nuove energie e propositi.

Se da una parte la routine quotidiana porta conforto, dall`altra ti sottrae la voglia di inventare facendo qualche strappo alla regola che scandisce le nostre giornate.

Si perde la mano nelle cose a cui si ripensa, di tanto in tanto, con una certa nostalgia.

Era da tempo che desideravo rispolverare il mio rito pomeridiano del 抹茶 matcha e quale momento migliore se non questo sereno e profumatissimo pomeriggio quasi primaverile torinese?
La gioia del matcha in solitaria
Ho tirato fuori, dunque, la mia tazza da 野立て nodate, il mio 茶筅 chasen, il mio 茶杓 chashaku, un どら焼き dorayaki come dolcino e - naturalmente - il mio 抹茶 matcha.

Chissa` se ricordate questo mio post qui?

Per una persona, bastano un chashaku e mezzo di te` matcha versato direttamente nella tazza.


Si mette a bollire l`acqua e quando e` pronta la si versa in un`altra tazza (per smorzarne un po` il calore che potrebbe essere eccessivo), dopodiche` la si puo` versare nella tazza da matcha.

Fatto questo, si inumidisce con acqua tiepida il chasen e si e` pronti per mescolare accuratamente avendo l`accortezza di eseguire un movimento a forma di M e concludere con un movimento come se si dovesse tracciare, con le setole del chasen, l`hiragana の.

Mi sono accorta di aver perso un pochino la mano, ma la riacquistero`. Bastera` solo non far passare altro tempo.


Il matcha ha il sapore della natura, del fogliame, del fresco e del vero. Dona energia come il caffe`, ma senza la tremarella da caffeina.

Ho ritrovato molta serenita` in questa semplice preparazione e nel privilegio di poter sorseggiare questo buon te` dalla mia amata tazza coi bordi dipinti di cielo.

domenica, marzo 16, 2014

Amicizia con un cuore artistico

Mi piace paragonare il percorso di una vita umana a quello che compie l`alpinista mentre, col cuore e il corpo imbevuti di speranza e forza, affronta la strada che ha davanti a se`, senza tirarsi indietro.

Indubbiamente l`inizio della sua scalata e` pregno di emozioni quasi esaltanti, trepidazione, grande ed elettrizzante ansia, ma man mano che procede questi sentimenti periodicamente scemano lasciando il posto alla stanchezza, al dolore, forse alla rabbia, alla paura, alla voglia di arrestarsi.

Pero` si continua perche` si deve, perche` non c`e` altra strada da seguire se non quella che - con occhi traboccanti di sfida - ci aspetta davanti al nostro viso.

Ma l`alpinista e` un campione per il solo fatto di voler andare avanti.

E campioni siamo tutti noi che siamo ancora qua a raccontare la nostra storia e che - nonostante i turbini piu` violenti e spietati del nostro percorso - abbiamo preferito la nostra marcia, pianeggiante o in salita che sia, all`illusorio sollievo di un volo spiccato dai bordi spigolosi di una roccia.

Nel corso delle scalate, talvolta stremanti e altre volte pianeggianti e ristoratrici, s`incontrano persone assortite.

Alcune ci sfiorano solo le spalle; alcune altre entrano nella nostra esistenza soltanto con la punta di un piede riuscendo, nonostante la brevita` della loro presenza, a portare dietro se` bruttura e distruzione; altre ancora prendono una sedia confortevole e vi si siedono a cavalcioni, accomodandosi nella nostra vita con quella disinvoltura di chi si trova splendidamente a casa.

Ci sono persone, poi, che invece appaiono nella tua vita apparentemente dal nulla oppure come frutto di deliziosi e casuali (forse) incroci di coincidenze, portando dietro se` una scia di bellezza come tante collane di petali di gigli.

Questo e` proprio cio` che e` successo con lei. Dea.

Chiudo gli occhi e rivedo e rivivo tutto perfettamente.

Era primavera. La mia vita, sebbene ancora in cocci, stava lentamente lottando per ritrovare una parvenza di serenita`.

Era il 2011. Era una mattina che profumava di sole, di risvegli, di battiti al petto, di un caffe` bevuto di corsa, di foulard leggeri che si lasciano accarezza volentieri dal vento.

Ero sola su un treno che da Torino Porta Nuova mi avrebbe portata, stazione per stazione, a Piacenza dove lentamente sarebbe rinato il mio cuore. Solo che ancora non lo sapevo.

In quella mattina di sole, seduta in uno scomparto qualunque di un regionale veloce pronto a lasciarsi alle spalle Piazza Carlo Felice e Corso Vittorio Emanuele, ho ricevuto il regalo di un`amicizia con un cuore artistico.

Il suo viso brillante, forse inconsapevolmente, m`incoraggio` a scambiare due parole con lei.

Quel suo viso raggiante incorniciato da una cascata di bellissimi capelli biondi era cosi` bello da farmi pensare, forse scioccamente, che questa ragazza probabilmente fosse una modella in viaggio.

Non ricordo quasi nulla di quella conversazione. Ricordo solo che scesi io per prima, ma non prima di esserci scambiate un contatto.

Sapevo che Dea abitava a Torino e li` lavorava come psicologa.

Ma sapevo anche che lei era un`artista, una poetessa del colore.

Nella mia vita, spesso senza volerlo, mi sono accorta di galleggiare frequentemente nelle orbite degli artisti.
Forse, come sostiene il mio amico Salvatore, e` perche` c`e` affinita` di spirito e perche` ci accomuna una sensibilita` al sentito che inevitabilmente si ritrova spesso nel bello, nell`aggraziato.

Le conversazioni che capita di avere in treno, in aereo, in qualche sala d`attesa sono curiose perche` possono essere comprensibilmente superficiali oppure inaspettatamente profonde tanto da lasciare un`impronta, qualunque essa sia.

La superficialita` e`, come gia` menzionato, comprensibile: d`altra parte ci si trova in un luogo non-luogo dove non si puo` far altro che aspettare. E allora, giacche` si aspetta, perche` non aspettare leggendo - piu` o meno pigramente - un libro oppure scambiando due parole con chi si trova a dover aspettare come noi?

La profondita` in una conversazione con estranei, sebbene inaspettata, e` altresi` comprensibile perche` senza accorgercene pensiamo al fatto che tanto non rivedremo piu` quella persona e quindi cadono a terra le maschere e le commedie vanno fuori scena.

Non ricordo su cosa fosse quella conversazione con Dea, su quel treno per Piacenza in quella mattina di sole primaverile. Solo qualche sprazzo qua e la`: vita a Torino, Giappone, argomento lavoro, dipingere, viaggiare.

A poca distanza, credo, dal nostro incontro su quel treno, andai a trovare Dea nella sua casa qui a Torino. Mi aveva invitata a cena e io, con molta emozione e una certa dose di timidezza, accettai.

Ma quella fu la prima e l`ultima volta.

Fino a gennaio del 2014 quando, con la magia delle cose che sembrano avvenire per caso ma che in realta` seguono una traiettoria specifica, Dea mi chiamo`.

Venni a sapere che aveva uno studio a poca distanza, in linea d`aria, da casa mia.

Scegliemmo un giorno e l`andai a trovare.

Bella Dea. Bella, con quel suo viso sempre radioso e con quegli occhi che incoraggiano.

In compagnia di un buon caffe`, di una fetta di pandoro meravigliosamente soffice e dolce, il profumo della sua arte, dei suoi colori, dei suoi pennelli e della sua creativita` e` rifiorita la nostra amicizia.

In un mattino soleggiato, in uno studio d`artista, a Torino.

In lei ho trovato le definizioni di umilta`, di delicatezza, di talento, di grazia, di generosita` e bell`anima.

E` bastato molto poco, da quella mattina di sole impreziosita dal suo sorriso, da un buon caffe` e pandoro nel suo studio, per capire che Dea sarebbe diventata un`amica preziosa e una persona importante nella mia vita.

Importante perche`, come abbiamo avuto modo di constatare insieme, in qualche modo riusciamo ad arricchirci vicendevolmente. In sua compagnia, il tempo scivola via come la sabbia quando si cerca d`imprigionarla in un pugno.

Fra lei e me, oltre a questa bella e solare amicizia, e` nata la voglia di collaborare in progetti vari e da cui - ne sono certa - trarremo tanta forza e voglia di fare!

Uno di questi progetti nasce dalla mia volonta` di dare spazio qui su Biancorosso Giappone e su Dadakko-ya ad alcune sue opere ispirate al Giappone.

Prima di lasciare la parola colorata e delicatamente dolce alle sue pennellate nipponiche, ecco qui il suo sito: www.deabelusco.it

Le opere sono naturalmente originali e ognuna e` un pezzo unico.

I disegni misurano 40cm x 50cm e costano 60 euro l`uno.

La sua collezione, chiamata Kokke, dedicata alle bambole こけし kokeshi:

Kokeshi verde

Kokeshi con ombrello

Kokeshi con momiji fuchsia 
Alcuni disegni sempre ispirati alle maiko, al kabuki, all`arte tradizionale del Giappone. Lasciate che queste pennellate cosi` cariche d`amore vi accarezzino gli occhi.





Per maggiori informazioni sui disegni di Dea Belusco, contattatemi direttamente all`indirizzo biancorossogiappone @ yahoo. it

Per finire, una scultura che e` deliziosamente Dea:
Questo cavallo e` alto 40cm e il prezzo e` di 500 euro.

www.deabelusco.it ♥

domenica, marzo 09, 2014

Luna di mela

Vorrei poter dare un nome alla matassa di pensieri che s`intrecciano ingarbugliati nella mia testa, ma tutto cio` che posso fare e` trattenere - con tutte le mie forze - i piu` belli sperando che resistano alla tentazione, per loro cosi` ammaliante, di liquefarsi nel vento.

Con passo volutamente lento, stavo ritornando a casa questa sera e mentre camminavo osservavo il mondo che va oltre quello che troviamo al livello degli occhi. Quel mondo che trovi stando con il naso all`insu` e con i piedi a continuo rischio d`inciampo.

Il solo atto di camminare diventa, con la dovuta attenzione, fonte di insegnamento sulle cose dell`esistenza.

Si cammina con occhi aperti ma che spesso sono chiusi. Si cammina pensando alle tante, troppe cose che costellano la propria vita quotidiana saltando a pie` pari il presente, ossia quell`istante che stiamo vivendo e che non tornera`.

Menti proiettate verso il dopo, il futuro, il questa sera o il domani pomeriggio che pero` si perdono l`irripetibile magnificenza del momento in cui sono.

Il mio passo, forse esasperatamente lento, faceva da benefico freno perche` mi costringeva a non perdermi la preziosita` dell`istante per preferirla all`aura effimera di un futuro che magari non arrivera` mai.

Un cielo malinconicamente zaffiro accoglieva con tenerezza e gelosia una Torino a tratti silenziosa e a tratti effervescente, creando l`illusione di un tulle cobalto dietro cui brillava il riverbero della notte.

L`aria, ormai gia` da qualche giorno, sa di umanita` che vive; di risveglio graduale ma deciso; di sangue che scorre libero nelle vene; di me mentre mi affaccio pigramente in riva al Po e lascio cadere a penzoloni le braccia dalla ringhiera di pietra; di un sole sfolgorante che pennella d`oro la superficie in apparenza ferma del vecchio fiume.

In quella regale gradazione di blu, tra i patrizi palazzi di una Torino che di notte sembra sfoderare la sua veste piu` signorile ecco brillare una solenne luna di primo quarto.

Un perfetto spicchio di mela tagliato di netto che, come un prezioso gioiello, sigilla quel tulle cobalto da cui e` avvolta questa bistrattata, stremata, ma sempre signorile Torino.

domenica, marzo 02, 2014

Cerchi di esistenza

Voglio scrivere di un pomeriggio, un pomeriggio che in realta` era come tutti quelli che lo hanno preceduto e quelli che lo hanno seguito.

Anche quella volta il giorno diede il cambio all`oscurita`, il sole alla luna, le strade vive di vita alle strade solitarie della notte.

Il quotidiano faceva il suo dovere e ogni cosa, nel bene e nel male, era al suo posto.

Ma credo che dentro di me quel giorno ci fosse una desolazione simile a quella del deserto del Nevada che, per migliaia di miglia, accompagna il viaggiatore inizialmente ammaliato ma poi inesorabilmente tediato dal susseguirsi senza fine di sterpaglia.

Credo che quel giorno le mie gambe si muovessero per abitudine e non tanto perche` ci fosse bisogno di muoversi.

Non penso che quel pomeriggio rappresenti l`apice del mio dolore, ma certamente potrebbe pretendere il secondo posto sul podio.

Era il periodo in cui pensavo di aver perso tutto. Penso che se mi fossi vista dall`esterno avrei probabilmente gridato dallo sgomento nel realizzare che quel guscio con occhi, bocca, gambe, braccia aveva solo una mia parvenza ma non ero io di certo.

Ero sola in una casa che scelgo di non ricordare. Ero circondata a trecentosessanta gradi da un odore fastidioso di cose vecchie e maltrattate, di un fumo che non mi apparteneva, di stantio, di oggetti pregni di pianto, di ricordi pesanti, di parole malvagie.

Ero in una casa che, per alcuni bui e tetri istanti, ho quasi sperato diventasse la mia tomba.

Era stato teatro del mio baratro, del mio smarrimento fisico e mentale, di una mia tentata capitolazione che pero` non e` avvenuta perche` il desiderio di vita - la sopravvivenza a ogni costo - riesce ad avere la meglio anche quando l`abisso ha perso le sue tonalita` verdiblu per vestirsi di violanero.

Il dolore dentro di me viaggiava sulle ali di quello stesso vento che soffia sulla sterpaglia dell`interminabile Interstate 15 che unisce in un lungo abbraccio di cemento la California e il Nevada, fermandosi solo in presenza di qualche forma di vita.

Ma il dolore piu` era intenso e piu` ardui e patetici diventavano tutti i tentativi di vocalizzazione.

Avevo male e non sapevo dove trovare conforto. Mi sono sentita cosi` sola e cosi` sconfitta che qualunque direzione sarebbe andata bene. Era come trovarsi a un bivio su cui svetta un palo con appiccicati centomila cartelli con frecce che indicano un`infinita` di destinazioni.

Ma io non sapevo dove andare e nemmeno m`importava, a dirla tutta.

Ancora non cercavo Dio, anche se come tutti gli esseri umani quando si trovano ad attraversare la strada del dolore, anch`io Lo avevo implorato affinche` ponesse fine a quel tormento.

Fu cosi` che - non so nemmeno io ne` perche` ne` come - decisi di lavarmi la faccia, raccogliere i miei capelli disordinati in una coda frettolosa ma severa ed educatrice, mettermi le scarpe, infilarmi una giacca e uscire da quella casa che penso gioisse nel vedermi affondare.

Con quella porta scura e ammaccata chiusa alle spalle, mi sembrava di potercela di nuovo fare.

Iniziai a camminare, senza avere una meta. Credo di aver vagato per un lasso di tempo non facilmente quantificabile, ma poco importava.

Ero in un quartiere realmente anonimo, privo delle gradevolezze visive e delle coccole artistiche che adornano in genere i centri storici italiani. I miei occhi non sapevano a cosa appigliarsi, se non alle facciate scialbe di edifici incolori e malinconiche insegne al neon che sembrano comici intenti a intrattenere un pubblico inesistente.

Forse inconsciamente o forse no, arrivai ad una libreria di cui conoscevo l`esistenza ma che - fino a quel pomeriggio uguale a tanti altri - non avevo mai visitato.

Era la libreria Mondadori di Via Digione 23, a Torino.

Vi entrai trafelata e disorientata.

Iniziai a osservare famelica i titoli esposti, senza sapere cosa stessi cercando perche` non cercavo nulla in particolare.

Ero li` perche` soffrivo e in quel momento quella libreria mi sembro` un`oasi, un punto di ristoro spirituale, una sorgente dissetante e terapeutica.

Ho un ricordo sfocato del tempo trascorso dentro la libreria, ma ricordo chiaramente invece di esserne uscita con in mano un libricino intitolato "Lo zen del gatto" di Ludovica Scarpa. Lo vedete in un paio di foto qui, in questo mio articoletto dell`anno scorso.

Quel libricino, con le sue delicate parole e dolci illustrazioni, fu come un abbraccio in un pomeriggio in cui dentro di me sanguinavo a profusione mentre, tutto intorno, il mondo procedeva coi suoi soliti e inesorabili passi.

Sapete, Torino era un tempo la citta` italiana che vantava il maggior numero di case editrici e di librerie. Adesso le cose sono un po` cambiate (in peggio), ma gli angoli di carta sono ancora molti.

Tanti. Tantissimi.

Eppure, eppure...quando una coincidenza deve accadere lo fa senza tanti scrupoli e nemmeno tante moine.

Quando ho scoperto, infatti, che la presentazione del libro Tokyo Orizzontale di Laura Imai Messina  sarebbe stata tenuta proprio li` io, beh, ho sentito una stretta stritolante al cuore.

La presentazione era oggi.

E io, in quella libreria, non ci ero piu` tornata da quel lontano e normalissimo pomeriggio.

Ma non potevo mancare.

Del lavoro e una pioggia testarda mi hanno portata all`evento quando questo ormai era finito, ma sono riuscita ad andare a conoscere Laura, scambiare con lei due parole, acquistare il suo libro su cui mi ha lasciato una dedica non casuale e che poi forse vi riportero`.

Mi sentivo disorientata, ma con nel cuore una fiammella confortante.

Le parole di Laura sono state benefiche, dolci e non scelte a caso. Erano li` per me.

Quando poi ha consigliato ai presenti il mio blog dicendo che sono una persona molto giapponese, avevo il cuore che batteva forte ma al contempo mi sentivo serena.

Un paio di foto, un saluto di congedo che avrei voluto rimandare, e via di nuovo per le strade scure di quell`anonimo quartiere torinese, bagnato da una pioggia capricciosa e inconcludente.

Ma prima di andarmene, mi sono guardata intorno e ho immaginato di rivedere la Marianna di quel pomeriggio qualunque mentre, con la sterpaglia desolante nel cuore, cerca conforto in un mondo di carta e parole.

Oggi, in quella libreria, ho chiuso un mio cerchio.