lunedì, gennaio 26, 2015

Gemme di gennaio

Una bevanda di nome Mogu Mogu
Gennaio e` quel mese a cui piace trattenersi a lungo.

Se ne arriva avvolto in abiti pesanti, con in testa un berrettone bianco e ai piedi degli stivali imbottiti e abbelliti da bambineschi pom-pom dello stesso colore del suo berretto.

Si accomoda davanti al caminetto, possibilmente spaparanzandosi su una poltrona accogliente, e inizia a intessere racconti di storiche nevicate, di rocambolesche avventure in gelide bufere, di desolanti paesaggi cristallizzati in glaciali cornici.

Il tutto agitando le mani, come faccio sempre io senza quasi mai accorgermene. O meglio, me ne accorgo nel momento in cui noto come lo sguardo dei miei interlocutori inizi a seguire le rotazioni e i volteggi delle mie mani.

Nell`interminabilita` che e` tipica di gennaio, ho vissuto con serenita` le settimane dal mio ultimo post.

A parte qualche singhiozzo qua e la`, un forte raffreddore da cui solo ora mi sto riprendendo, per il resto tutto e` stato dolcemente tranquillo e piacevole.

Ho ricevuto, ad esempio, l`ennesima conferma di come sia sempre il Giappone a seguirmi ovunque io vada, spesso senza che vi sia da parte mia la volonta` di essere seguita.

In che modo?

Attraverso questa scatola di cioccolatini ricevuta in regalo dalla mia cara amica Dea.


Sono i cioccolatini della Morozoff, uno storico marchio giapponese fondato da un cioccolataio russo nei primi del secolo scorso.

Dea, la mia cara e buona amica, ad una cena in Francia ha incontrato delle persone che erano da poco ritornate dal Giappone. Il periodo di festa li aveva spinti a portare pensieri gentili da portare ai loro amici e conoscenti.

E tra i pensieri c`erano appunto le scatole di metallo rosa della Morozoff, con all`interno questa cioccolatosa meraviglia:

Vedendo l`etichetta sul retro, scritta naturalmente in giapponese, Dea ha pensato che avrebbe dovuto portare una di queste bellissime scatoline rosa di Morozoff anche a me!

Assieme ai cioccolatini giapponesi, Dea - che come gia` ho raccontato in precedenza - e` pittrice e scultrice (qui il suo sito), mi ha anche fatto un dono speciale e assolutamente prezioso.

Se avete mai ricevuto in dono qualcosa da un artista, allora saprete cosa intendo.

Un artista esprime se stesso attraverso le proprie opere ed ognuna di esse contiene qualche fibra del suo essere.

Ricevere, dunque, in regalo un`opera significa effettivamente entrare in possesso di una parte di quella persona.

Le foto che ho non possono minimamente mostrare la bellezza strabiliante del dipinto ad olio raffigurante una giovane geisha-san che Dea ha deciso di donarmi.

Provero` a scattare foto migliori, cercando di sfruttare angolazioni piu` clementi che riescano a mostrare la bellezza di questo suo dipinto.

Una delle gioie che questo blog mi ha portato negli anni e` stata la possibilita` di poter conoscere persone a me affini.

In particolar modo, da quando sono ritornata in Italia e ho ripreso a scrivere, mi e` capitato diverse volte di ricevere inviti per un caffe` e due chiacchiere da parte di affezionati lettori e lettrici di Biancorosso Giappone.

Inviti che arrivano da chi abita a Torino oppure da chi a Torino ci arriva per curiosita` o per affari.

E` un qualcosa che, onestamente, mi stupisce sempre.

Mi sorprende il fatto che ci siano persone davvero interessate a conoscermi ed emozionate all`idea di parlarmi!

Mi sorprende, tutto questo, perche` in fondo sono solo io.

E proprio giovedi` scorso ho avuto il grande onore di conoscere una dolcissima persona che mi legge penso da molto tempo.

Venendo a Torino per turismo, ha subito pensato a me e mi ha chiesto - attraverso un messaggio che lasciava trasparire una certa emozione - se mi avesse fatto piacere incontrarla.

Ho accettato con gratitudine!

E cosi` ho potuto conoscere questa cara ragazza di nome Cristiana che un treno, da Venezia, ha portato fin qui nella mia dolce e malinconica Torino dove un freddo e timido sole l`ha accolta facendo brillare il pallido color vaniglia degli edifici di Piazza Vittorio Veneto.

Abbiamo trascorso insieme alcune ore mentre io, col mio solito passo a meta` tra lo svelto e l`esitante, l`ho portata a curiosare tra i quartieri a me piu` cari della citta`, passando per storici negozi colmi di delizie piemontesi fino ad arrivare alle botteghe di prodotti orientali.

Ed e` proprio nel frigorifero di una di queste botteghe (la mia prediletta, per chiunque passasse da li`: Tan Than di Via delle Orfane 29) che la mia attenzione e` stata catturata dalle bottiglie di Mogu Mogu, una bevanda tailandese al gusto cola e contenente cubetti di nata de coco.

Insomma, una bevanda che si beve e si mangia. Da questo, penso, derivi il nome giapponese もぐもぐ mogu-mogu, una parola onomatopeica che indica proprio il rumore che si fa quando si mastica del cibo. Tipo il nostro ciomp-ciomp, ecco.



E come tutte le persone che questo blog mi ha permesso di conoscere, anche Cristiana e` stata cosi` generosa da portarmi dei doni davvero molto speciali, cosi` tanto da chiedermi se veramente io meriti queste gocce di cuore.

Come questi biscotti che mi ha spiegato si chiamano essi, per via della loro forma.

Emanano la fragranza scaldacuore delle cose buone, fatte in casa, da una persona limpida.


Sanno proprio di buono, di semplicita`, di una cucina dove riflette un sole pulito che tiene per mano un cuore cristallino e generoso.

Tra i doni di Cristiana, ecco un oggetto che ho amato follemente al primo sguardo:


Un`incantevole coppa in vetro di Murano, prodotta nella sua azienda di famiglia il cui sito vi invito a visitare: Ars Cenedese.

Striscioline rosa che, come le dolci venature di un lecca-lecca, s`intrecciano fra di loro fondendosi in un cremoso abbraccio col vetro trasparente.


Porto nel cuore ora il ricordo di questa ragazza di nome Cristiana, dagli occhi bellissimi, dalla voce allegra e impreziosita dal suo melodioso accento veneto.

E gennaio, nella sua interminabilita`, mi ha portato anche due nuove amicizie!

Per caso, spinta dalla mia solita e mariannesca curiosita`, ho scoperto un giorno che nel mio quartiere era stato aperto un negozio di biocosmesi.

Ero alla ricerca molto intestardita di prodotti realmente naturali, senza ingredienti di origine animale e che fossero realmente adatti alla mia pelle.

Il mio percorso interiore e spirituale mi ha portata ad eliminare consapevolmente molto superfluo estetico: i troppi gingilli da mettersi addosso, i troppi belletti con cui impastricciarsi, il troppo di tutto che appesantisce e nasconde chi sono per davvero.

Sono ritornata.
E sono ritornata alle cose di base, alle radici, alla semplicita` e ne sono immensamente felice.

Ed esplorando questo negozio di biocosmetica, ho scoperto che era stato aperto da pochissimo.

Le due ragazze proprietarie sono due persone con cui si e` instaurata una simpatia istantanea. Le ammiro per la loro tenacia, il loro coraggio, la loro voglia di mettersi in gioco e di non farsi intimidire da chi cerca di sminuire il tuo sogno.

Le ammiro per la loro grinta, il loro sapere, i loro sorrisi, la loro gentilezza genuina, la loro umilta`.

Il loro incantevole negozio si chiama La Dama Verde ed e` realmente il posto giusto per chi cerca prodotti scelti con buonsenso, con cuore, con criterio, con lungimiranza e saggezza.

E tra i piccoli tesori che sono riuscita a concedermi tra i prodotti in vendita alla Dama Verde, ecco queste due delizie per il palato:

Un te` e una tisana della Pukka, un`azienda inglese specializzata appunto in te` e tisane provenienti da agricoltura biologica ed equo-solidale.

La scatola grigia contiene un Earl Grey dalle spiccate, ma delicate, note di lavanda e l`altra confezione una tisana fiabesca che profuma di mela, cannella e zenzero.

Due esplosioni di mirabili effluvi che riflettono, per come interpreto io sempre le cose, questa nuova amicizia nata con due ragazze che ammiro e che mi fanno sempre sentire ben accolta e stimata.

Se siete a Torino o da qui passate, andate alla Dama Verde. Sara` uno dei posti dove percepirete la purezza della passione per un progetto, per un`idea, per un sogno. Li` percepirete l`armonia del credere in qualcosa e portarlo avanti con fierezza.

giovedì, gennaio 01, 2015

Evoluzioni

O-shoogatsu

Potrei mettermi qui a raccontare, per filo e per segno con precisione, in cosa consistono i preparativi nipponici per il nuovo anno. Potrei raccontarvi cosa si fa, cosa si dice, cosa si mangia, dove si va.

Ma sono argomenti di cui ho gia` parlato ampiamente qui su Biancorosso Giappone in passato, raccontandovi le cose vissute in prima persona. Troverete, infatti, resoconti dei miei o-shoogatsu trascorsi in Giappone, con riflessioni e pensieri su おせち料理 osechi-ryoori (con tanto di esperimento mio!). Guardate qui! E anche qua!

Vi posso pero` certamente dire che, pur a migliaia di kilometri di distanza, percepisco con chiarezza l`effervescenza di questo periodo e di tutti i preparativi.

Nella mie mente si susseguono immagini di attraenti riproduzioni in plastica di おせち料理 in esposizione nei centri commerciali; di cataloghi, altrettanto invitanti, colmi di pagine lucide dove con mille e ricche descrizioni si invitano potenziali clienti ad effettuare un ordine che assicuri un pasto elegante - e nel pieno rispetto delle tradizioni - pronto sulla tavola in festa per l`ultimo dell`anno.

Immagino il trambusto nei grandi magazzini, come anche nei modesti supermercati di quartiere dove innumerevoli cartelloni pubblicitari gareggiano l`uno contro l`altro nel conquistarsi l`attenzione dei clienti offrendo loro prodotti a prezzi sempre piu` irresistibili.

Immagino i templi addobbati per l`occasione e con bancarelle pronte a distribuire mazzetti d`incensi, bevande calde e お守り omamori.

Mi sembra di sentir l`odore del falo` che veniva sempre preparato davanti al tempio Soochuji, vicino casa mia. Ardevano quelle fiamme propagando calore, luce e una fragranza che sapeva d`inverno, di speranza, di buoni propositi, ma anche di misteri.

Sono ricordi, questi, che ripercorro nella mente con una certa malinconia ma anche con un certo conforto nel realizzare quanto la mia vita sia cambiata.

In meglio.

E` inevitabile: ci si trova, sempre in questo periodo, a tirare le somme, ad abbozzare bilanci piu` o meno obiettivi dell`anno passato.

Nel Periodo Edo, e per molti secoli prima, i giapponesi misuravano il tempo in maniera molto diversa da quella che impieghiamo noi. Suddividevano sia il giorno che la notte in sei ore ciascuno, assegnando ad ogni ora il nome di uno degli animali dello zodiaco giapponese.

Si aveva, ad esempio, l`Ora del Drago che era poco dopo l`alba e l`Ora della Tigre che avveniva nel cuore della notte.

Suddivisioni del tempo create dall`uomo e che scandivano e scandiscono il ritmo della nostra esistenza.

Immagino che i giapponesi dell`antichita` iniziassero a tirare le somme dell`anno vecchio all`avvicinarsi dell`Ora del Ratto...

...e allora si ripensava a quello che era stato e si era fatto fino a quel momento.

Per me questo duemilaequattordici e` stato un anno positivo. Questo non significa che sia stato privo di difficolta` e di dolori, ma nel complesso e` stato un anno rincuorante e colmo di gioie.

Ha rappresentato il culmine dopo il percorso di enorme sofferenza che ho vissuto a partire dal duemilaedieci, l`anno in cui ho lasciato il Giappone e sono poi ritornata in Italia. L`anno decisamente piu` duro e piu` buio che la mia mente ricordi.

Il duemilaequattordici e` stato l`anno in cui ho ritrovato la mia dimensione religiosa e spirituale grazie a cui ho imparato ad apprezzare, ancora piu` di prima, la gioia delle piccole cose, la preziosita` del tempo, la purezza dell`intenzione.

Ho imparato a non avere piu` voglia ne` desiderio di conformarmi a tante cose solo perche` si fa cosi` e si usa cosa`. Non mi interessa piu`.

Un esempio fra tanti e` il Natale, ricorrenza che non festeggio piu` e di cui conservo solo il calore famigliare che tipicamente si avverte in quel periodo dell`anno.

E` stato l`anno in cui sono riuscita a lasciarmi alle spalle una situazione lavorativa stagnante che risucchiava ogni mia energia senza premiarmi in alcun modo.

E` stato anche l`anno di una colossale delusione d`amicizia. Una delusione che pero`, a posteriori, mi ha aiutata ad affinare l`occhio e il fiuto riuscendo in poco tempo a setacciare le gia` sparute amicizie che orbitavano nella mia vita e di cui un ancor piu` esiguo numero ha dimostrato di meritare il titolo di amica.

Questo duemilaequattordici si conclude con la speranza viva e vera del decollo reale di Dadakko-ya per il 2015, meta verso cui sto lavorando con entusiasmo e un briciolino di sano timore.

Non ho voglia di dilungarmi in auguri che tanto non serviranno veramente a niente.

La mia speranza per tutti voi che mi leggete e` che troviate cio` che vi rende sereni, ora piu` che mai in questi tempi di reale difficolta`.

lunedì, dicembre 15, 2014

Perle di nobile zucchero e dorayaki artigianali



干菓子 Higashi di Saku-chan
Piu` spesso di quanto vorrei la mia mente realizza la distanza geografica che mi separa dal Giappone.Rendersene conto fa un po` male ogni volta.Il Giappone, e` inutile stare a girarci tanto intorno, e` realmente una parte di me. Anche quando qui in Italia mi aspettavano tempi bui, dolorosamente strazianti, scoranti fino all`inverosimile - momenti in cui mi allontanai dal blog e da tutto cio` che era giapponese per non infierire ulteriormente sul mio delicato stato d`animo di allora - anche in quei frangenti il Giappone non riusciva ad allontanarsi da me.

Lo ritrovavo continuamente: nelle domande delle persone, da qualche parte in giro per la citta`, sulle bancarelle di un mercatino delle pulci, oppure nella buca delle lettere.

Il Giappone che trovavo nella cassetta della posta erano le lettere e i pacchetti di Saku-chan che ogni volta mi facevano sanguinare il cuore al solo pensiero di vederne il contenuto, ma al contempo mi facevano provare una confortante felicita` nella consapevolezza di essere ancora legata a quella terra e a quelle persone a me cosi` care.

A Saku-chan raccontai tutto quello che successe gradatamente. Sapevo che se le avessi detto tutto quando ancora brancolavo senza appigli e senza meta lei si sarebbe preoccupata molto e questa volevo evitarlo.

Sapevo che da parte sua avrei avuto un instancabile appoggio. E cosi` fu.

L`otto dicembre, quindi molto recentemente, ho scoperto che era arrivato un pacchetto per me pochi giorni prima ma, non essendo a casa al momento della consegna, era stato ritirato gentilmente dai miei vicini.

Il pacchetto, una vera ed inaspettata sorpresa, arrivava da Saku-chan.

Il delicato incarto con due bamboline e i 紋 mon di una pasticceria di Sagamihara
Saku mi ha inviato una confezione di 干菓子 higashi. Gli higashi fanno parte della grande famiglia dei wagashi, ma si distinguono dagli altri dolci essendo secchi. Il primo kanji 干 significa proprio secco. 
Gli higashi sono a base generalmente di un ingrediente tanto particolare quanto tradizionale: il 和三盆 wasanbon.

Il wasanbon e` uno zucchero indigeno che ha la consistenza pressappoco dello zucchero a velo. Viene prodotto, dal Periodo Edo, esclusivamente con le canne da zucchero coltivate nelle prefetture di Tokushima e Kagawa. 

Pur avendo una somiglianza con l`occidentale zucchero a velo, il wasanbon possiede pero` un sapore particolare che lo distingue nettamente dal suo parente. Delicate note di burro e miele lo rendono davvero una prelibatezza.

Il wasanbon viene utilizzato principalmente nella pasticceria tradizionale, soprattutto in prodotti di qualita` particolarmente elevata, e anche nelle preparazioni dolciarie domestiche ogniqualvolta si desidera conferire un tocco di nipponica eleganza ai propri dolci.

Gli higashi sono uno dei prodotti piu` conosciuti a base appunto di wasanbon

Questi sono i dolci che generalmente presenziano durante la cerimonia del te` proprio grazie alla loro bellezza, alle loro forme e colori che rispecchiano sempre le stagioni oppure determinate ricorrenze.

L`incantevole confezione che racchiude gli higashi di Saku-chan. Dietro la sua lettera con in alto il mio nome.

Il nome di questa composizione di higashi e`particolarmente evocativo: 松籟 shoorai, ossia il suono, il sussurro, il bisbiglio del vento che soffia tra i pini.
Ammirate insieme a me la delicatezza di questi dolcini:

Ci sono uno ひょうたん hyootan e due 波nami (onde)
La spontaneita` e sincerita` di Saku la rendono una delle persone piu` limpide che io abbia mai incontrato. 

E senza nemmeno farlo apposta, rimaniamo in tema di wagashi con alcuni どら焼き dorayaki che ho preparato e confezionato con pochi e semplici ingredienti.

Ho parlato tante volte di questi dolcini qui su Biancorosso Giappone, presentandone anche una ricetta attraverso la rubrica che curavo sul sito Insieme a Te`. Ricordate?

Era da tanto che non li preparavo. 

Ho iniziato con una scorciatoia. Questi ゆであずき yude-azuki, azuki bolliti in latta, della 井村屋 Imuraya, un`azienda nella Prefettura di Mie. 
La striscia gialla sulla confezione ci indica che sono stati usati solo fagioli azuki provenienti da Hokkaido, da cui arriva una delle varieta` piu` pregiate.
Ho preparato le frittelle dei dorayaki con un semplice impasto a base di farina 00, zucchero, miele, lievito chimico, uova e acqua. 
Come mi piace sempre fare quando preparo i dorayaki, ho aromatizzato una parte dell`impasto con del buon 抹茶 matcha che conferisce al dolce un gradevole color verde brillante unitamente ad un delicato sapore inconfondibilmente giapponese.

Preparate le frittelle, le ho farcite con gli azuki bolliti i quali e` stato sufficiente utilizzarli cosi` com`erano direttamente dalla latta.

Ed ecco i どら焼き pronti, confezionati in semplice carta trasparente per alimenti.
Un legame, questo, costante. 

lunedì, novembre 17, 2014

Acquose pennellate di un chiaroscuro dell`anima

Piccole cose belle
Ricordo, con singolare nitidezza, la sensazione che mi accolse e mi accompagno`, in un soleggiato pomeriggio d`autunno, durante una mia passeggiata pigra e rilassante nei giardini del 明治神宮 Meiji-jinguu, a Tokyo. Inutile soffermarsi sui mille dettagli che attirarono la mia attenzione per la loro squisitezza: odori, sensazioni, forme e suoni.

Tutto intorno a me attraversava i filtri delle mie percezioni lasciando sempre un senso di malinconica felicita`.

Un punto del vasto giardino che circonda l`antico edificio mi colpi`.

Non vi era nulla in quel punto, se non un`aggraziata recinzione di legno e dell`erbetta curata.

Rimasi pero` affascinata da quell`angolo dove giocavano i raggi di un sole del tardo pomeriggio con i primi segni delle tenebre del tramonto. Era il contrasto fra luce e ombra, in quell`angolo solitario che mi dava l`impressione di essere triste e al contempo sereno.

Da qualche parte, nella vasta scia punteggiata dalla miriade di cose perse, lasciate volutamente, sottrattemi oppure semplicemente dimenticate distrattamente chissa` dove, vi sono alcune foto che scattai nel goffo e maldestro tentativo di catturare la sensazione provata.

Ma penso sia meglio non ritrovarle perche`, le ricordo bene, non mostravano nulla se non un solitario appezzamento di terra in un pomeriggio qualunque.

La macchina fotografica, specie se usata da mani inesperte come le mie, non agira` mai da specchio alle sensazioni ricevute dal cuore. Anzi. Fara` da secchio colmo d`acqua gelida che, versato su quelle emozioni non facilmente articolabili, ne spazzera` via ogni traccia.

E in una tranquilla e semplice sera d`autunno torinese, in una biblioteca di periferia circondata dall`oscurita` di un muro fatto di alberi e case forse anonime, ho trovato sugli scaffali ben ordinati la versione italiana di 陰影礼賛 In-ei raisan, letteralmente sarebbe "L`elogio dell`ombra" di Tanizaki Jun`ichiroo.

Non amo particolarmente Tanizaki per vari motivi. La sua e` una scrittura che porta il lettore ad esplorare confini della mente e dell`etica che io non voglio esplorare e che preferisco evitare. La sua scrittura mi trasmette angoscia e malessere.

Ma In-ei raisan e` in una categoria a se`. Nelle sue pagine c`e` poco o nulla del malessere che Tanizaki mi trasmette con le parole.

Leggendo In-ei raisan, a dire il vero, dimentico chi sia l`autore. L`autore diventa una voce senza volto e senza nome i cui pensieri, pero`, per la maggior parte si trovano allineati con tutto cio` che sento io e che tuttavia era relegato nell`angolo delle sensazioni non articolabili.

Non mi dilunghero` sul libro e sul suo contenuto. A questo ci pensano gia` i vari siti di recensioni, di critica letteraria e via discorrendo.

Va precisato pero` che In-ei raisan e` un tributo all`estetica giapponese e ai suoi canoni apparentemente piu` volatili agli occhi occidentali.

E` l`esaltazione della penombra rispetto alla luce abbagliante che sfalsa, acceca, involgarisce e sottrae, a chi osserva, ogni forma di contemplazione.

Tanizaki ci spiega come le lacche giapponesi, ad esempio, siano state create per luoghi dalla luce fioca perche` solo li` riescono a sfoderare il loro ventaglio di contrasti ebano, vermigli e dorati.

Agli occhi occidentali una stanza tradizionale giapponese, una 和室 washitsu, appare spoglia e triste, ma in realta` e` tutto fuorche` spoglia.

Sono gli spazi vuoti dove la penombra gioca con sprazzi di luce delicata e scivolata attraverso i pannelli di carta delle porte 障子 shooji a possedere l`aggraziata bellezza che non possiamo - e non potremo - replicare addobbando ad nauseam una stanza con decorazioni e suppellettili cariche di colori e luci.


Pur risultando a tratti schizzinosamente nazionalista, Tanizaki ci spiega ad esempio l`ineguagliata bellezza della carta giapponese che assorbe lentamente i raggi di luce anziche` respingerli come farebbe quella occidentale.
L`autore dipinge un`immagine della donna giapponese dei tempi che furono e di come essa condusse sempre una vita riservata dove veniva protetta dagli sguardi estranei. La sua esistenza si srotolava essenzialmente fra le mura di casa, una casa ricca di stanze scure e di giochi tra luce e penombra.
E in quella penombra risaltava il candore della sua pelle, messa ancor piu` in evidenza dall`antica pratica dell` o-haguro お歯黒 ossia dell`annerimento voluto dei denti attraverso una soluzione a base di ferro e aceto.
Certo, se cercate immagini di donne con o-haguro vi appariranno strane, strambe, addirittura inquietanti.

Nella cultura occidentale, in generale, il nero non viene associato a qualcosa di positivo. Nero spesso significa sporco, poco chiaro, non comprensibile.

Ma bisogna immergersi, anche se solo per un attimo, nella visione nipponica dell`epoca che vedeva la bellezza nelle lacche scure e in tutto cio` che aveva una laccatura nera.

E i denti, anch`essi laccati di nero, assumevano un grado di fascino e bellezza particolari.

E Tanizaki, a tal proposito, fa una riflessione che colpisce:

"forse erano quelle stesse donne (...) a secernere, dalle dentature annerite e dalle punte dei capelli corvini, le tenebre in cui vivevano."


venerdì, ottobre 31, 2014

Rallentare il passo

椿 Tsubaki - camelia
Sono seduta e con entrambe le mani tengo stretta una tazza di te`. Una tazza panciuta e bianca abbellita soltanto da alcune foglioline verdi forse un po` solitarie.

Sulla superficie del te` si riflette traballante l`immagine della mia lampada di carta di riso azzurra.

Quell`immagine riflessa appare e subito dopo scompare, inghiottita dal movimento che - soprappensiero - provoco facendo oscillare la mia tazza.

Un vortice di pensieri ed emozioni mi ha investita quando, una manciata di ore fa, ho saputo della sua morte.

Sono quelle notizie che arrivano senza essere preannunciate. Giungono e basta.

E quando giungono ne capiamo il senso linguistico, ma qualcosa dentro di noi si rifiuta di assegnare credibilita` alla notizia. Le parole hanno senso e ne capiamo il significato, ma la loro vera essenza ci sembra surreale, irreale e quasi onirica. Scacciamo l`idea costringendola nell`angolo delle cose che semplicemente non possono essere.

E` mancata cosi`, all`improvviso. Si chiamava Noura ed era una tra le persone piu` generose, limpide, spontanee e genuine che io avessi mai conosciuto.

Viveva per aiutare il prossimo e lo faceva dedicando tutta se stessa. Era instancabile nel suo fare, nel suo dar voce a chi voce non ha piu`. Le sue azioni e il suo cuore agivano da amplificatore alle richieste d`aiuto di chi realmente e` debole, oppresso e schiacciato - oltre ogni nostra immaginazione - dagli orrori di guerre e sanguinarie dittature.

Condividevamo un`amicizia molto semplice, ma che brillava. Risplendeva perche` era condivisa con lei che era una persona dal vero animo puro ed altruista. Da lei arrivavano sempre e solo parole cariche di speranza e fede.

Ripenso, con un`incredulita` che - proprio adesso mentre scrivo - ancora mi stranisce, alle nostre chiacchiere recenti e ai ti voglio bene che ci siamo scambiate con genuina sincerita`.

Mi ascoltava e mi leggeva sempre con pazienza. Delle tante cose che ci siamo dette negli ultimi tempi, ricordo con tenerezza quando espresse curiosita` e ammirazione per il 金閣寺 Kinkakuji di Kyoto dopo averlo visto, probabilmente, in qualche foto.

Aveva sempre una buona parola, un incoraggiamento, un pensiero positivo per tutti.

Era una di quelle persone che risplendono di una luce bellissima e che riescono a spargere ovunque.

Faceva il possibile per aiutare sempre tutti, senza distinzioni.

Dedicava molto del suo aiuto e delle sue energie alla OSSMEI www.ossmei.com l`organizzazione siriana dei servizi medici di emergenza in Italia, associazione in cui Noura era parte molto attiva.

Finisco a fatica questo te` perche` i miei occhi, ormai velati di lacrime, non vedono piu`.

Dedico a Noura questo mio pensiero accompagnato dalle camelie dell`autunno, belle, dolci, luminose come lo era lei.

A lei va il mio pensiero, accompagnato da una tristezza che non posso ignorare.

La nostra vita e` come una camminata a passo svelto che a volte si tramuta in corsa a perdifiato.

Quando pero` il nostro percorso incrocia la morte di una persona a noi cara tutto intorno a noi rallenta. I pensieri si aggrovigliano in un vortice impetuoso, ma tutto il resto assume toni e ritmi lenti. Persino le immagini, i suoni e i sapori sembrano venir percepiti in maniera differente.

Si rallenta il passo e lo si rallenta perche` ci ricordiamo di essere umani, di essere mortali, di avere una vita che e` una mera manciata di istanti rispetto all`eternita`.

Che Iddio l`Altissimo conceda a Noura il Paradiso e la ricompensi per tutto il bene sincero che ha fatto a cosi` tante persone.

martedì, ottobre 14, 2014

Le luccicanti gemme del quotidiano

曲げワッパ弁当箱 Magewappa-bentoobako
E` passata l`estate.

E` arrivata, si e` accomodata col suo solito fare allegro e ridanciano, ci ha intrattenuti con un alternarsi di piogge e soli cocenti ... e poi si e` rialzata pigramente dalla poltrona su cui si era spaparanzata con molta naturalezza.

Ha afferrato il suo foulard bianco, si e` rimessa i suoi occhialoni da sole un po` retro` ed e` sparita.

Al suo posto, come tutti gia` sapevamo, e` arrivato l`autunno, una stagione sempre poco ben accolta per svariati motivi.

Poco prima che finisse l`estate, in quei giorni in cui pero` gia` si percepivano nell`aria i primi profumi dell`autunno, un mercoledi` pomeriggio ho invitato la mia cara amica Dea a condividere con me una sorta di pranzo/merenda, ai Giardini Reali qui a Torino.

Avevo bisogno di sapori, forme, colori e sensazioni giapponesi. Ne sentivo la necessita`.

Per l`occasione, ho utilizzato una scatola da bento dalla storia e dai ricordi dolce-amari.

Un 曲げワッパ弁当箱 magewappa-bentoobako dai colori scuri, dall`aria retro` e dal sapore 昭和 Shoowa.

L`avevo acquistato in Giappone qualche tempo prima di andar via. In preparazione al mio viaggio per l`Italia - e che si sarebbe poi rivelato definitivo, solo che ancora non lo sapevo - decisi di portarmi in valigia questo magewappa e un altro bento tradizionale acquistato dallo stesso artigiano.
L`intenzione era quella - e sorrido ripensando alla mia ingenuita` di allora - di preparare un bento da condividere magari con mia mamma o qualcuno di caro in un bel parco torinese come puo` esserlo quello del Valentino.

Tutto il resto e` storia, ma nel dolore del tutto i due bento se ne rimasero chiusi prima in valigie e poi in cassetti senza mai e poi mai avere il piacere di svolgere la loro funzione. Anzi. Erano una rappresentazione tangibile del mio dolore, della mia sofferenza e per questo motivo non riuscivo a trovare il coraggio di godermeli come avevo tanto sperato in quel mio lontano pomeriggio in Giappone quando, vedendo questi due bento, rimasi ammaliata dalla loro bellezza retro` che racchiudeva molto semplicemente tutta la sobria eleganza tradizionale del Sol Levante che sento cosi` mia.

Insomma, l`idea di invitare Dea a fare una bento-merenda con me ai Giardini Reali era l`occasione giusta per rafforzare la nostra gia` bella amicizia e per liberarsi dalle ragnatele che si formano sulle cose che releghiamo in angoli dimenticati di vecchi dolori.

Quel bento era stato scelto dal mio cuore per essere usato, apprezzato, vissuto ed era quindi giusto che cosi` fosse.

Nel cuore, nello spirito e nel corpo sono guarita. Ho una vita nuova, piena di gioia e di soddisfazioni. Un cuore ricolmo d`amore piu` che mai e piu` di prima, una cerchia strettissima ma selezionata di amicizie preziose e altri tesori.

Quindi si`, era proprio ora di tirare fuori quel bento dalla sua scatola di cartone bianca e rossa pinzata con grossi punti di rame e scartarlo dal suo involucro di carta quasi velina che fino a quel momento lo aveva custodito amorevolmente.

Il bento pronto, poco prima di uscire di casa:


Nel ripiano di sinistra: veg-burger, tamagoyaki, un coniglietto di peperone giallo, olive e pomodorini.
Nel ripiano di destra: due onigiri (uno spolverizzato con 塩こしょう shio-koshoo o sale e pepe giapponese e ripieno di pasta di umeboshi; l`altro abbellito da una fogliolina di basilico e ripieno di おかか okaka o katsuobushi mischiato a salsa di soia), pomodorini e qualche uvetta.

Assieme ai bento relegati nel dimenticatoio del dolore, vi erano anche questi picks a forma di 簪 kanzashi:

Ed eccoli all`opera:

Seduta su una panchina verde mentre un cielo si velava dietro spesse coltri di nubi grigiastre, ero felice di poter assaporare questo piccolo pasto con Dea e di poter finalmente gioire della semplice ma preziosa gioia di un bento amorevolmente preparato e condiviso.

E di poter chiudere un ennesimo cerchio.

Mentre quel cielo si nascondeva dietro le pesanti nuvole pregne di un acquazzone mai arrivato, i sapori erano puliti, chiari, limpidi e parlavano della genuinita` delle cose.

Per strada si perdono amori, amicizie, luoghi e oggetti, ma si acquisisce di nuovo tutto. Non si perde nulla, si cambia solo. O meglio: si perde cio` che ci appesantisce e ci insozza e si acquisisce cio` che fa emergere il meglio che e` in ognuno di noi.

Da Dea, amica cara e a me realmente preziosa, ho ricevuto doni dal suo viaggio a Saint Tropez, tra cui questo 煎茶 sencha:
Questo panno morbido ed una saponetta ai fiori d`arancio
Lo stesso giorno in cui ho ricevuto questi doni da Dea, tornando a casa e respirando a pieni polmoni i forti raggi di un sole pomeridiano di fine estate, ho deciso di fermarmi in un negozio di alimentari naturali. Sono quei posti dove amo perdermi nell`ammirare le mille varieta` di spezie, di cereali, di sciroppi e burri. Sono quei posti che sembrano infondere mille e uno buoni propositi per un`alimentazione migliore, piu` bilanciata e piu` incentrata sulla qualita` e sulla preziosita` del momento anziche` sulla quantita`, la moda o altri criteri poco saggi.

Tra le corsie disordinate ma rassicuranti nel loro caos, ho trovato questo libretto di poche pagine ma cosi` carino e dolce da non poterlo ignorare:
Al suo interno vi sono ricette semplici e sane che dovrebbero poter essere preparate anche da bambini (sotto naturalmente la supervisione di un adulto) e che dovrebbero, al contempo, soddisfare la voglia che i bimbi hanno di dolci o cose un po` pasticciate.

Insomma, la filosofia del libretto e`: ogni tanto dolci e cose pasticciate si possono concedere ai piccoli, ma limitando il piu` possibile il consumo di ingredienti raffinati, non biologici ecc.

Pur non avendo figli, questo piccolo ricettario mi e` piaciuto per le sue illustrazioni innocenti e rassicuranti, per i suoi testi amorevolmente autoritari e che sono un po` come sentir parlare un genitore. Anche le sue ricette - che non so se o quando realizzero` - ma che per ora soddisfano il mio cuore.

Le gemme luccicanti del quotidiano sono tante e sono nella vita di tutti. Basta solo cercarle.

Vedo ogni giorno tanti volti cupi e musoni che spesso riescono, nella peggior delle ipotesi, a trasmettere e magari contagiare il proprio stato d`animo anche a chi solo li osserva.

In questi anni di esperienze, alcune meravigliose e altre laceranti, ho imparato a ritrovare la gioia anche nelle cose scontate.
Il pensiero, ad esempio, di fare due passi, di ammirare delle foglie che cadono da un albero, di sentire il profumo di caffe` fuoriuscire da un bar, di scambiare due parole con un`amica, di fare un regalo a qualcuno riesce a rinfrancarmi.

Quando devo dare lezioni mi capita, abbastanza frequentemente, di andare in un quartiere della citta` dove e` concentrato un alto numero di famiglie poco abbienti o in grosse difficolta` economiche.

Provenendo io stessa da una famiglia povera e avendo vissuto per buona parte della mia vita con lo spettro dello stento - tranne che per un periodo relativamente breve dove ho potuto assaggiare il sapore di una vita benestante e sgombra dalle preoccupazioni del come arrivare a fine mese - riesco immediatamente a percepire certe sensazioni e a solidarizzare con esse.

Ero in questo quartiere proprio l`altro giorno. Entrando in uno di questi palazzi, ho rallentato un po` il passo volutamente.

Il palazzo, vecchio e un po` malconcio, non attrae sguardi e non tenta i cuori di nessuno. Eppure, varcandone la sua soglia consunta, ci si trova in un microcosmo traboccante di emozioni.

Davanti a me un modesto cortiletto che - come spesso accade in stabili come questi - ospita da un lato la parte gioco per i bimbi del condominio e dall`altra garage e piccole officine o laboratori.

Una bella bambina, sugli otto o dieci anni, con lunghi capelli ricci scuri e raccolti in una ordinata coda, faceva le bolle di sapone.

Bolle brillanti che, con un po` di iniziale incertezza, si libravano in volo sfoggiando una superficie cangiante e sempre diversa. Vicino a lei, un bimbo piu` piccolo. Chissa`, forse suo fratello.

Ho osservato per pochi istanti mentre a passo non svelto mi dirigevo verso le scale.

Quelle scale di pietra lisa e percorsa da milioni di passi. Nell`aria il profumo rassicurante e fiero del sapone di Marsiglia. Qualche raggio del sole pomeridiano arrivava un po` di qua e un po` di la`, mentre io avanzavo.

Su ogni pianerottolo due appartamenti e ogni appartamento una porta.

Molte di queste famiglie, perlopiu` straniere, sembrano essere numerose a giudicare dal vociare a volte allegro altre volte lamentoso di bambini di varie eta`.

Alcune di queste porte rimanevano spalancate ma davanti cui, per rispetto, mi voltavo per non infrangere coi miei occhi le loro case.

Da ognuna di queste case arrivavano gli odori della quotidianita`: cibi che qualcuno stava preparando; l`odore della biancheria appena lavata; la fragranza di un caffe`; l`odore della vita che si vive giorno per giorno.

Gli odori erano accompagnati dai suoni della vita semplice di famiglia: il tintinnio di posate e stoviglie; l`apertura e chiusura di cassetti; il clac-clac di zoccoli e tacchetti; il gracchiare di radio oppure di qualche programma televisivo; il vociare a volte vivace di discussioni condotte spesso in lingue a me incomprensibili.

Da una di queste case e` spuntata una bambina che, dal pianerottolo, ha alzato gli occhi per guardarmi e con la spontaneita` e sincerita` dei bimbi mi ha salutata con un brillante "ciao!" accompagnato dal gesto della sua manina.

Naturalmente ho risposto con grande piacere al suo saluto, ricambiandolo prontamente e sorridendole mentre, gradino dopo gradino e con un po` di fiatone, ero quasi arrivata a destinazione.

E` bastato entrare nel portone di un palazzo qualunque, di una zona qualunque della periferia torinese spesso intrisa di grigiore e scoraggianti prospettive, per uscirne col cuore gonfio di contentezza.

E ieri, da Monica, mia cara amica, ho ricevuto questa delizia: una marmellata giapponese di fichi prodotta nella citta` di 尾道市 Onomichi-shi nella prefettura di 広島 Hiroshima.

lunedì, agosto 04, 2014

Piccole cose belle

Limpidi mondi di un tempo che fu
Mi e` capitato, tra ieri ed oggi, d`immergermi in piccoli e limpidi mondi fatti di immagini semplici; di parole un po` antiquate ma dolci come la carezza dalle mani di una mamma; di descrizioni composte e pulite, ma non per questo inamidate.

Mi e` capitato, tra ieri ed oggi, di riscoprire un`infinitesima parte di quella letteratura per ragazzi che, forse e con sommo rammarico, sta scivolando suo malgrado in un oblio dove vengono relegate tutte quelle cose considerate ormai superate, démodé, meritevoli di un armadio e qualche bella pallina di naftalina.

Ad allietarmi e ad immalinconirmi anche un po`, il celebre Giornalino di Gian Burrasca di Vamba e un`opera decisamente piu` oscura della prima, ma non per questo minore in bellezza: Tre Monelli e un Teatrino di Manlio Mora.

Il motore di ricerca piu` famoso al mondo mi restituisce poche e scarne notizie su questo Mora.

Pare fosse originario di Parma, un poeta e addirittura un generale del Regio Esercito durante la seconda guerra mondiale.

Esistono ancora alcune copie dei suoi vecchi libri, soprattutto in sale di consultazione oppure attraverso antiquari o semplici rigattieri.

Senza farlo minimamente apposta, i due libri - venuti in mio possesso in due momenti temporalmente ed emotivamente lontani fra loro - raccontano entrambi, seppur con impostazioni differenti, le avventure di bimbi monelli e delle loro innumerevoli marachelle.

Vamba ci narra le rocambolesche avventure di Giannino Stoppana, detto Gian Burrasca, un bimbo dei primi nel Novecento che, combinandone davvero di tutti i colori, ci regala uno scorcio unico di vita in una famiglia toscana nobile di quegli anni.

Mora invece ci racconta le avventure di due piccoli monelli, due fratelli di nome Mario ed Enzo e della loro sorellina Dirce, appartenenti ad una povera famiglia dove i lussi erano ben pochi e dove bastava un`umile crosta di formaggio a far venire l`acquolina in bocca a questi umili bimbi.

A coloro che hanno la pazienza di rispolverare le letture dei ragazzi di un tempo, la ricompensa che trovano e` quella di un linguaggio garbato, pulito, d`altri tempi ma non per questo noioso.

Vi sembrera` di affondare leggermente la testa in un mondo scomparso, dove ci si dava normalmente del Voi e dove - complice forse l`innegabile fascino di tutte le cose che sono state e non sono piu` - tutto sembrava infinitamente piu` genuino, sincero, cristallino e umano.

Le marachelle di Gian Burrasca nascono quasi sempre, infatti, dal desiderio in realta` di fare un favore, di facilitare qualcosa a qualcuno. Come quando, all`arrivo improvviso e inaspettato in casa Stoppani della vecchia zia Bettina, le sorelle del monello Giannino si sentirono enormemente infastidite perche` sapevano che questa visita non attesa (e non gradita) avrebbe messo a rischio la riuscita della loro festa.
Gian Burrasca, allora, con cuore innocente decide di riportare all`anziana zia i commenti poco lusinghieri che le sue nipoti le hanno rivolto a sua insaputa. Cosi` facendo, il monellino pensa ingenuamente di risolvere la situazione salvando capra e cavoli, ignaro ovviamente delle mille e disastrose conseguenze.

Un`indole decisamente piu` birichina anima invece le birbanterie di Mario ed Enzo che spesso si divertono a combinarle grosse semplicemente per il gusto di farsi un gran bella risata. Un po` come quando, nella bottega di Mastro Cesare, il loro padre falegname, decisero di versare della colla sopra una sedia su cui si stava per accomodare un uomo anziano e cliente del papa`.

Vi lascio immaginare il resto della scena.

Curiosando nei mercati di cose vecchie, come puo` essere il nostro celebre Balon qui a Torino, oppure negli oramai numerosi negozi dell`usato che popolano le nostre citta`, vi puo` capitare facilmente di trovare molte opere risalenti ai primi anni del Novecento. Libri spesso di autori oscuri oppure eclissatisi dopo forse un breve periodo di gloria a noi troppo distante per poter rievocare un ricordo.

Ma sta proprio in questo il fascino. Il numero di autori viventi o defunti che abbiano pubblicato anche solo una parola e` talmente grande da non poter forse essere quantificato. E quindi perche` mai dovremmo soffermarci testardamente sui pochi e blasonati nomi riveriti da questa o quella persona? Chi ci dice che nei tanti libri di scrittori meno conosciuti o addirittura anonimi non possano celarsi delle piccole meraviglie, dei piccoli mondi vellutati, delle piccole cose belle?

Testimonianze autentiche di un passato, spesso ammonticchiate in polverose casse dove per ogni pezzo bastano pochi spiccioli.

Sempre dalla mia cara amica Dea, ho ricevuto il dono di parole sentite e bellissime.

Da lei ho ricevuto questa collezione di sue poesie che hanno la delicatezza di un giglio e la bellezza di un velo di seta sospinto da uno sbuffo di vento.

In passato mi sono stati regalati libri di poesie, in varie occasioni, ma poche volte ho provato la sensazione sentita nel ricevere e poi nel leggere le parole di questi componimenti.
Sono stata trasportata, con forza, in una dimensione pero` delicata fatta solo di sentimenti che dall`anima vengono convogliati attraverso una penna ed il suo inchiostro.

Sono emozioni che prendono la forma di stille d`inchiostro su fogli di carta leggermente ruvidi.

Chiedero` a Dea il permesso di riportare alcune delle sue poesie che ho apprezzato particolarmente affinche` possiate leggerle anche voi.

Le piccole cose belle continuano nonostante tutto. Certo, perche` noi non cessiamo di esistere anche quando si fa buio e a volte si ha paura.

Negli ultimi mesi la mia vita si e` arricchita spiritualmente in maniera molto speciale e preziosa. Un giorno, forse, ve ne parlero`. Ma non ora.
E la mia vita adesso, ricca ora anche sentimentalmente, e` rifiorita...come un campo che, inaridito da un caparbio sole, riceve acqua che lo rigenera reidratando le sue vene e il suo essere.

Negli ultimi due mesi o tre, pero`, la mia vita e` stata un po` come una mongolfiera che salendo sempre piu` su ha dovuto, a un certo punto, liberarsi di pesi, di zavorre. In realta`, a volte le zavorre si liberano da sole senza che sia tu a volerlo.

Ed e` esattamente cio` che mi e` successo.

Avevo un`amica a cui volevo molto bene. La stimavo particolarmente. Era una persona che ritenevo, senza ipocrisie, una delle migliori che avessero mai incrociato il mio scombussolato cammino di vita.
Era davvero un piccolo diamante. O cosi` sembrava.

Ho il difetto, il grande, enorme difetto di sopravvalutare sempre le persone anche quando l`istinto mi dice che in realta` vi e` qualcosa di bizzarro, di strano, di non del tutto chiaro.
Testardamente ignoro i campanellini d`avvertimento, considerandoli meri pregiudizi sciocchi.

Quei campanellini mi avevano avvisata in piu` occasioni, ma io ho sempre scelto di non prestar loro alcuna attenzione reputandoli fasulli o fuorvianti.

Ma le cose hanno un perche` e anche le sensazioni.

Questa persona non mi era amica. Non lo era affatto.

Ma pazienza. Ha scelto di eliminarmi dalla sua vita come si fa con un vestito smesso, sparendo veramente dall`oggi al domani e negandomi addirittura la basilare ed elementare possibilita` di un confronto dove, le persone mature di solito, si dicono sul muso quello che hanno in petto anziche` scivolar via vigliaccamente nei meandri del quotidiano e del tempo che scorre.

Di vigliaccherie ve ne sono state gia` a sufficienza nella mia vita negli ultimi anni e quindi riceverne di nuove, soprattutto da chi si professava molto corretta e capace nella gestione del tempo e mille altre cose, lascia amareggiati e un po` (tanto) sfiduciati.

Incassato il colpo ed ingoiatane l`amarezza, mi sono rialzata - anche se con meno fiducia nei confronti dell`amicizia - riprendendo il mio cammino.

Vi e` sempre qualcosa di piu` bello dopo.

Leggete cosa scrisse Mora negli anni Trenta, nel libro Tre Monelli e un Teatrino:

"(...)Non bisogna dimenticare, del resto, che l`idea informativa del bello e del brutto, nelle cose di questo mondo, il piu` delle volte non e` che una manifestazione di soggettivita` determinata dalle condizioni di spirito colle quali le cose stesse vengono, ad un dato momento, osservate o sentite. La naturale, istintiva filosofia dei piccoli, aveva portato Mario - ad esempio - a tale grado di sensibilita`, da non sentirsi veramente felice se non quando suo padre era in collera con lui, perche` - l`esperienza glielo aveva insegnato - sapeva che cosi` non poteva durare molto a lungo: il maltempo, presto o tardi, la cede al suo rovescio: il sereno."

In questa foto, invece, si riassumono tre concetti:

- il desiderio, realizzabile chissa` quando, di scrivere un libro. Motivo per cui acquistai quel quadernetto dalla copertina decorata in omaggio di antiche lacche giapponesi che ornavano vecchi 重箱 juubako di un tempo...con la speranza di riempirne le pagine con idee.

- La signora di Malacca, di Francis de Croisset: un romanzo acquistato in un negozio di libri usati. Mi attirava il suo titolo attorno cui, nella mia testa, iniziai a costruire mille storie.

- Un vecchissimo libro di cultura giapponese, in giapponese, regalatomi dalla mia amica Monica di ritorno da un suo viaggio nel Sol Levante.

Tre piccole cose belle.


Tante piccole cose belle.

Come questo testo raro dedicato alle prime generazioni di sino-americani e scovato, una sera per caso, da Mercurio in Via Po.


Oppure queste riviste giapponesi, di decenni fa, dedicate all`origami e trovate sulla caotica bancarella di alcuni signori, al Balon di Torino.

Piccole cose belle come questo ストラップ sutorappu (pendaglio giapponese per cellulari o borse) ricevuto dalla mia amata amica Saku e su cui compaiono gli hiragana del mio nome:

Le perdite non sono mai vane. Tutto ha sempre - sempre - un suo perche` anche se a volte non lo si comprende subito.

Ma ad ogni perdita segue un una gioia sempre piu` grande del dolore che l`ha preceduta.