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martedì, luglio 06, 2010

Fukin, wagashi e chiacchiere

(A sinistra: dei bellissimi tovaglioli che ho ricevuto in regalo da Fusae-san. Tutte le foto di questo articoletto sono opera mia).

Sta diventando difficile e doloroso mettersi qui a scrivere, e i motivi sono tanti.
Il caldo, ad esempio, non solo mi fa venir voglia d'impostare a mille il ventilatore ed incollarmici davanti, ma mi fa perdere ogni briciola d'ispirazione.

Il caldo e l'umidita' si stanno facendo via via sempre piu' insopportabili, e le frequenti piogge non fanno altro che peggiorare la situazione rendendo l'aria ancora piu' pesante.

Nonostante cio', ho intenzione di pubblicare un po' di articoletti nuovi questa settimana e quindi non dimenticatevi di tornare a trovarmi.

Mercoledi' scorso sono venute Kyoko-san e Fusae-san a trovarmi. Come sempre, mi sono divertita un mondo in loro compagnia. Entrambe adorano scherzare e raccontare aneddoti curiosi e divertenti, e non a caso il tempo con loro vola veramente alla velocita' della luce.

Fusae-san proviene da una famiglia di dottori e di artisti; una sua nipote, infatti, dipinge e crea oggetti meravigliosi, tutti in stile tradizionale giapponese. E cosi' ha pensato di portarmi alcuni meravigliosi tovaglioli decorati proprio da questa sua bravissima nipote.

Alcuni sono decorati con immagini di おにぎり onigiri e di kama (un tradizionale tipo di pentola).

Sulla confezione c'e' scritto, in verticale, ペーパー和フキン Peepaa wa fukin, cioe' tovaglioli di carta in stile giapponese.

Il kanji wa e' un carattere speciale, secondo me. Lo e' perche' in esso e' racchiuso il significato di giapponesita'.

Ho pensato molto a wa in questi giorni perche' volevo provare a spiegarvi che cosa significhi per me questo kanji, ma temo di dovermi arrendere. L'articolata matassa di pensieri, emozioni e sensazioni che questo kanji sa suscitare in me e' troppo complessa da tradurre in parole. E' come quando qualcuno vi chiede di spiegare - magari pure in modo conciso - che cosa significhino parole astratte come giustizia, liberta', lealta'.

in giapponese significa pace ed armonia ed e' forse per questo che continua - suo malgrado - a venir sfruttato e bistrattato dalla terribile moda dei kanji usati come tatuaggi o come nauseante decoro di quest'oggetto o di quell'altro.

Ma il suo significato e' anche un altro. quasi sempre indica un qualcosa pensato, creato e inteso in stile tradizionale giapponese. E' l'esatto contrario di yoo (questo kanji significa sia oceano che stile occidentale). Questo kanji lo si trova spesso abbinato al carattere fuu (e che significa sia vento che stile o maniera), formando quindi la parola 和風 wafuu cioe' stile giapponese.

Un classico esempio:

和食 washoku = cucina giapponese, intesa come cucina tradizionale, quindi per esempio niente raamen o curry. Un piatto diventa washoku quando e' composto da ingredienti tradizionali e quando e' servito seguendo lo spirito , prestando attenzione quindi al vasellame, alla sua forma, ai suoi colori.

洋食
yooshoku = cucina occidentale. Questo termine raggruppa tutti quei piatti composti da ingredienti non tradizionali, come ad esempio オムライス omuraisu (un'omelette ripiena di riso), コロッケ korokke (crocchette di patate aromatizzate in vari modi), ナポリタンパスタ naporitan pasuta (spaghetti conditi con un sugo a base di peperoni, salsiccia, pomodoro, ketchup, cipolla, ecc.)

Piatti tipo i raamen o i gyooza non fanno parte del washoku, ma sono considerati piatti 中華 chuuka ossia cinesi, motivo per cui i giapponesi generalmente trasecolano quando sentono uno straniero dire che il suo piatto giapponese preferito sono i raamen! Devo dire pero' che il ruolo dei raamen nella cucina giapponese moderna resta ancora abbastanza da chiarire.

Ma a parte il cibo, emerge nell'arte attraverso colori sobri e semplici; attraverso spazi che appaiono disadorni agli occhi occidentali, ma che invece per un giapponese sono ricchi ed accoglienti. Si manifesta attraverso uno spazio in cui appaiono solo uno spruzzo di colore oppure una foglia verde, una manciata di petali o magari un rametto e due sassolini di fiume.
Si manifesta attraverso la presenza di colori tradizionali giapponesi, come il bianco, il blu, il vermiglio, il verde chiaro, il viola scuro. Ma si riflette anche nella presenza di elementi tradizionali, come succede con questi bellissimi tovaglioli che probabilmente non usero' mai.

梅干 Umeboshi.

浴衣 Yukata.
e' anche uno dei kanji che compongono uno dei vecchi nomi del Giappone: 大和 . In questo caso, pero', ha una lettura capricciosamente irregolare, infatti 大和 si legge Yamato.

E anche ieri abbiamo ricevuto in regalo deliziosi wagashi da parte di Ishii-san. E come sempre, il pacchetto era avvolto nella profumata carta verde della pasticceria 三吉野 Miyoshino.

La consueta scatola elegante e dai colori squisitamente mi ha accolta con il suo affabile e familiare sorriso.
Al suo interno mi aspettavano dei rinfrescanti yookan, dei daifuku al matcha, e manjuu alla castagna.
Uno di quei daifuku ha accompagnato il mio sencha di stamattina.

Il giretto di perlustrazione alla casa / bottega d'antiquariato dei fantasmi si e' concluso con una serie di punti interrogativi rimasti tali.

Quel giorno la sensazione che qualcuno ci stesse guardando da dietro i vetri smerigliati dell'engawa era forte, ma il fatto di non aver visto nessuno con i miei occhi mi fa credere che forse era davvero solo una sensazione ingiustificata. Chissa'.

Dopo esserci lasciati alle spalle Gengodoo (questo e' il nome della bottega fantasma), Sakura ed io ci siamo incamminate malvolentieri per la stradina che conduce alla scala arrugginita e che, a sua volta, si affaccia su quella stradina circondata da boschetti di bambu'.

Entrambe avevamo sul volto un'espressione triste e delusa, e mentre cercavamo di non perdere l'equilibrio camminando su quello strettissimo marciapiede su cui ci sta un piede per volta, con le mani ci facevamo aria nel tentativo di ritrovare un po' di sollievo in quella mattinata piovosa ma torrida.

Tornando verso casa, ci siamo ritrovate a parlare di un argomento alquanto curioso: i tatuaggi. Ne' lei ne' io ne abbiamo, e onestamente non ricordo quale sia stata la fonte che ha dato vita a questa conversazione. Ricordo pero' che Sakura mi ha spiegato la differenza abissale che intercorre fra un semplice tattoo-shop ed una vera 刺青屋 irezumi-ya. I primi sono semplici negozi in cui si fanno tatuaggi di vario genere, mentre le irezumi-ya sono posti dove si eseguono solo tatuaggi tradizionali giapponesi (tradizionali sia come soggetti che come metodo di esecuzione).
Nei tattoo-shop ci puo' andare chiunque e chiunque abbia il desiderio di farsi tatuare qualcosa sulla propria pelle e' il benvenuto; nei tattoo-shop inoltre e' possibile richiedere infiniti tipi di tatuaggi, tra cui anche quelli tradizionali giapponesi che pero' - a detta di Sakura - non saranno mai tradizionali al 100% perche' a farli non e' un maestro di irezumi.
Nelle irezumi-ya, invece, ci possono entrare solo membri di una particolare organizzazione: la yakuza o 極道 gokudoo.

Le irezumi-ya vengono gestite solo da esperti del tatuaggio giapponese tradizionale i quali, per rispetto di una specie di codice d'onore che vige in questa categoria di artisti, promettono - anzi giurano - di non fare tatuaggi agli 一般人 ippanjin (questa e' una parola tipica del linguaggio della yakuza e significa persona normale, comune, insomma chiunque non sia membro della loro organizzazione).

Sakura mi parlava anche di un anziano signore che conosce, un maestro di irezumi. Questo maestro, nonostante l'amicizia che ha con Sakura, si e' sempre e categoricamente rifiutato di farle un tatuaggio proprio perche' lei e' una ippanjin.

Io l'ascoltavo col fiato sospeso e con lo sguardo rapito. Lei parlava ed io ascoltavo. Piu' parlava e piu' il discorso si faceva affascinante.

Pero' ad un certo punto ho cominciato a far caso ad un particolare: ogni volta che mi capita di toccare l'argomento "yakuza" con lei, una sorta di aura di autorevolezza comincia ad emergere e ad avvolgere le sue parole. Mi e' sembrato strano che ne sapesse cosi' tanto, ma soprattutto in maniera cosi' dettagliata e precisa. Conosce il linguaggio di questa gente, le loro usanze, i loro posti preferiti.
Ad esempio, i tatuaggi in genere sono ancora malvisti qui in Giappone proprio perche' sono un simbolo della yakuza, della criminalita', dell'underworld. Per questo motivo ancora adesso vige la regola secondo cui chi e' tatuato non puo' entrare in molte onsen (terme). Eppure Sakura mi parlava delle onsen solo per yakuza dove, naturalmente, i loro bellissimi tatuaggi non solo sono ben accetti, ma sono quasi una garanzia.

Le sue spiegazioni dettagliate ed esposte con quella sicurezza che denota padronanza di un argomento mi hanno affascinata ed insospettita al tempo stesso.

Non volevo offenderla facendole domande troppo dirette (la schiettezza per noi occidentali spesso e' un pregio, ma per i giapponesi e' una mancanza di rispetto), e quindi ho ingoiato quella domanda e mi sono tenuta i miei sospetti.

Pero' sono rimasta poco tempo in compagnia di questi dubbi. Eh si, perche' sempre strada facendo, dai suoi discorsi sono emersi indizi ancora piu' curiosi e che mi hanno aiutata a scoprire un lato di Sakura che fino a quel momento era rimasto nascosto.
Lei non e' e non e' mai stata membro della yakuza, pero' la yakuza ha fatto parte della sua famiglia per molti anni. Il fratello di suo nonno e' stato a lungo il boss di una famiglia di yakuza la cui saldezza e' venuta meno proprio in seguito all'arresto di questo parente.

Ed ecco dunque spiegata la sua familiarita' con l'argomento.

La settimana scorsa siamo ritornate da Gengodoo e la stessa atmosfera misteriosa dell'altra volta ci ha accolte.
Questa volta, pero', c'erano due automobili parcheggiate davanti alla bottega, eppure nessuno e' venuto ad aprirci.

Non c'erano rumori, suoni, niente. Era tutto silenziosissimo, quasi come se fosse veramente una bottega fantasma. Ma ci sentivamo osservate lo stesso.

Il marito di Sakura si e' offerto di andare personalmente sul posto ad indagare sulla faccenda. Intanto, pero', chissa' che a Sakura e a me non scappi un altro giretto da quelle parti, magari questa settimana.

Ringrazio chi mi legge sempre e ringrazio anche chi ha commentato nello scorso articoletto. Finiro' di rispondere a tutti i commenti il prima possibile.

Concludo due cose: con la foto di un nuovo Garigari-kun che ho acquistato l'altro giorno, al sapore di nashi e che significa pera. La nashi pero' non e' uguale alla pera occidentale, ma e' tonda e ha una polpa piu' acidula che come consistenza assomiglia molto alla mela.
E con un brano che mi piace alla follia: una sublime canzone giapponese degli anni Sessanta, intitolata 君が好きだから Kimi ga suki dakara (perche' mi piaci / perche' ti amo; anche in questo la schiettezza non e' apprezzata) di 加山雄三 Kayama Yuuzoo, un grandissimo cantante ed attore che ha fatto fortuna proprio in quegli anni. Ecco qua e buon ascolto.

PS. Ho ricevuto due bei commenti da S. e da Sayuri che pero' il capriccioso Blogger non mi lascia pubblicare. S. e Sayuri: se non vedete i vostri commenti, non pensate li abbia cancellati. Piu' tardi provero' a pubblicarli nuovamente sperando che stavolta Blogger non faccia le bizze.
Aggiornamento: Blogger sembrerebbe essersi rimesso in sesto e a breve dovrebbero apparire i commenti.

lunedì, aprile 26, 2010

Emozioni a Kyoto - secondo atto

(Una lanterna di Gion. Tutte le foto di questo articoletto sono opera di mio marito e mia. Per cortesia, non usate queste immagini senza il mio permesso).

In quel bel pomeriggio di sole e dall'aria tiepida che sapeva di fogliame, un po' a malincuore abbiamo salutato il santuario Heian e quel suo incantevole giardino.

Dispiaceva andarsene. Ci sono posti a volte con cui si forma misteriosamente un legame immediato.

Ma le ore scivolavano via con la stessa rapidita' con cui fugge, dal palmo di una mano, un pugnetto di sabbia finissima, e il desiderio di vedere ed esplorare ancora un po' di quella Kyoto di fine aprile era cosi' forte da non poter essere ignorato.

Come milioni di lettori, anch'io sono stata letteralmente stregata dalle parole di Memorie di una geisha, di Arthur Golden. Ricordo ancora il modo in cui mi procurai quel libro: in quel periodo mio marito ed io abitavamo ancora nella parte ovest degli Stati Uniti, e anche li' l'amore per la lettura mi accompagnava quotidianamente. Nel tentativo di riciclare alcuni vecchi libri che non m'interessava piu' tenere, iniziai a fare scambio di tomi con alcune amiche, e fu proprio grazie ad uno di questi baratti libreschi che venni in possesso del romanzo di Golden.

All'epoca le mie conoscenze sul Giappone erano molto vaghe e perlopiu' basate su nozioni assorbite un po' qua e un po' la', ma nulla di chiaro e che mi permettesse di capire se stavo avendo a che fare con un libro che racconta il Giappone che piace agli occidentali, oppure con una fonte affidabile, veritiera e senza inutili belletti.

Pur tuttavia, quel libro mi affascino' come pochi. Ricordo ancora adesso la magia di quelle descrizioni cosi' vivide e di quei personaggi che sembravano cosi' reali da potersi materializzare davanti ai miei occhi.
Ricordo specialmente le descrizioni che Golden fa di Kyoto e dei suoi antichi quartieri come Gion e Pontocho, e ricordo quanto intenso fosse il desiderio di poter un giorno visitare di persona quei posti che, nella mia mente, erano diventati sinonimo di magia.

Naturalmente all'epoca non avevo assolutamente idea che un giorno quel mio desiderio sarebbe diventato realta', e quindi spesso fantasticavo su ipotetici viaggi in Giappone e che mi avrebbero permesso di vedere coi miei stessi occhi quei luoghi incantati. Quel fantasticare pero' era un misto di pensieri dolci e amari: dolci perche' con la mente pregustavo quei viaggi, e amari perche' temevo che quei sogni potessero rimanere per sempre tali.

Due anni fa visitammo Kyoto per la prima volta, e a causa di una pioggia davvero insistente e di un'umidita' che aveva raggiunto livelli storici, non ci fu possibile passeggiare con calma e goderci appieno - e quanto avremmo voluto - i vecchi vicoli della citta'.

Quest'anno, pero', le cose sono andate diversamente. Quel sole brillante del pomeriggio ha fatto si' che avessimo tutte le carte in regola per camminare a passo lento e rilassato, con lo sguardo volto ora di qua e ora di la', e senza l'impiccio di un ombrello ingombrante, di scarpe inzuppate d'acqua, e di occhiali bagnati.

Erano quasi le quattro e mezza, e noi ci eravamo piacevolmente persi per le stradine di 先斗町Pontocho.

Un passo dopo l'altro, senza fretta alcuna.

E 祇園 Gion, il celebre quartiere delle 舞妓さん maiko-san e delle 芸子さん geiko-san (la parola geisha e' tipica del dialetto di Tokyo, mentre a Kyoto non si usa e, anzi, pare che li' abbia anche assunto un'accezione negativa), e' proprio a due passi da Pontocho...

Per evitare di venir travolti dagli assordanti gruppi di turisti che si accalcano tra la 四条通りShijo-doori (via Shijo) e Gion, abbiamo preferito allungare il passo e andare a perderci nuovamente per i vicoli secondari della vecchia Gion dove, proprio come immaginavo, non c'era nessuno.

Per quei profumati vicoli di Gion c'erano solo la presenza del sole del pomeriggio e e della malinconica melodia di uno shamisen le cui note scivolavano delicatamente da qualche finestra.

Tutto ad un tratto, all'angolo di uno di questi vicoli, ho notato un gruppo di circa tre o quattro persone che, con aria impaziente, sembravano aspettare qualcosa o qualcuno. In quel momento ho avuto un'intuizione e ho capito che, dopo aver strategicamente individuato un taxi nero fermo davanti ad una delle お茶屋 ochaya (e che letteralmente significa casa da te', anche se e' una parola che riflette una realta' antica e passata di quando questi locali servivano da punti di ristoro per i fedeli che andavano in pellegrinaggio ai templi e santuari), quelle persone stavano aspettando che una maiko-san oppure una geiko-san uscisse dal locale per venir poi quindi accompagnata altrove.

Proprio perche' eravamo in un piccolo labirinto di viuzze secondarie, la calca del corso principale era lontana e nessuno quindi correva il rischio di venir spintonato o strattonato da qualche zelante gitante.

Con al collo la mia Canon nera e con dentro di me un cuore che batteva a mille, mi sono timidamente unita a quei tre o quattro silenziosi signori ad aspettare qualcosa che non sapevo nemmeno io cosa fosse. Certo, un'idea ce l'avevo, ma non potevo essere sicura.

Qualche giorno prima di partire, dissi a Kyoko che saremmo ritornati a far visita alla vecchia capitale. Le dissi anche del mio desiderio di poter vedere (e magari fotografare) da vicino una maiko-san o geiko-san. Dopo tutte le dovute raccomandazioni, mi mise al corrente di alcuni spiacevolissimi incidenti capitati a certe maiko e geiko che, dopo essere state avvistate da alcuni turisti particolarmente senza scrupoli, sono state addirittura inseguite! Pare che alcuni turisti si siano persino permessi di toccare i loro kimono (e questa e' una colossale mancanza di rispetto!). Una maiko, addirittura, si e' vista persino tirare i capelli e quindi rovinare la delicatissima acconciatura e preziosissime forcine che l'adornavano. Assolutamente inammissibile!

Kyoko, quindi, si e' raccomandata tantissimo dicendomi - parole sue - "stai lontana da quel genere di persone che sono solo alla ricerca della foto perfetta, ma che non si curano di niente e di nessuno".

Arrivata dunque a quel vicolo di Gion il cuore mi batteva forte sia per l'emozione intensa che per il timore che un po' di egoismo potesse tingere le foto di quelle celestiali creature che speravo tanto di vedere.

All'angolo di quel vicolo il silenzio era quasi surreale. Nessuno dei presenti parlava. Sembrava quasi che stessimo tutti quanti trattenendo addirittura il fiato pur di non far rumore!

Nella testa mi si erano accavallati milioni di pensieri quando dalla casa da te' e' apparsa questa maiko-san:
Io ero senza respiro.

Non ho fatto in tempo pero' nemmeno ad ammirarla per una manciata di secondi che lei, velocissima, e' salita sul taxi dileguandosi per il labirinto di vicoli.

Nel giro di una frazione di secondi ho seguito con lo sguardo il taxi nero che velocemente spariva per le stradine assolate di Gion per poi voltarmi ed incrociare lo sguardo di queste due delicatissime fanciulle che, con i loro zoori, avanzavano a passettini piccoli ma risoluti.
Il mio cuore continuava a battere cosi' forte che ho quasi pensato si sentisse.

Ero molto emozionata nel poter - finalmente - vedere da vicino queste donne che rappresentano una testimonianza storica vivente. Se avessi avuto una bacchette magica con cui poter ritornare indietro nel tempo di cento o duecento anni, queste due leggiadre artiste sarebbero rimaste le stesse.

Nulla di loro sarebbe cambiato.

Il riuscire a posare il proprio sguardo su queste incantevoli fanciulle significa avere la preziosa opportunita' di poter letteralmente ammirare il volto del vecchio Giappone perche' loro erano cosi' come sono adesso. Mentre attorno a queste artiste tutto e' cambiato, si e' modernizzato, occidentalizzato, plastificato, andato in pasto alle multinazionali e al "Made in China", loro sono rimaste perfettamente e meravigliosamente immutate.

I colori - accuratamente selezionati in base alla stagione e alle ricorrenze - dei loro kimono; il loro trucco elaborato; le loro eleganti acconciature impreziosite da delicati fiori e forcine; il loro incedere fine e fragile.

Tutto e' rimasto deliziosamente inalterato.

Le due maiko-san si sono avviate verso la stessa casa da te' da cui, un paio di minuti prima, era uscita la prima maiko-san dal kimono rosa.

Ho smesso di scattar foto e, coi miei occhi lucidi, ho ammirato queste due maiko-san senza riuscire nemmeno a muovermi dal punto in cui ero.

Le ho viste avvicinarsi all'ingresso dell'ochaya e prima che svanissero per sempre dietro il noren bianco del locale, ho scattato un'ultima fotografia che ritrae le due maiko-san da dietro ed il だらり帯 darari-obi bianco panna ed amaranto di una delle due artiste.
E anche questa volta, nel giro di pochissimo, anche queste due maiko-san sono svanite, passando sotto il noren dell'ochaya e dileguandosi per un sentiero di pietra che conduce chissa' dove.

Io sono rimasta immobile per alcuni minuti dopo aver salutato, seppur solo con lo sguardo, quelle meravigliose artiste. Dopo un po', pero', ho raggiunto mio marito che era rimasto ad aspettarmi qualche metro piu' in la', e credetemi, non sono riuscita a descrivergli la bellezza di cio' che avevo visto. Non ce l'ho fatta perche' mi mancavano le parole e perche' sapevo che se avessi provato a tradurre in suoni, sillabe e parole cio' che sentivo, avrei udito la mia stessa voce rotta da una leggera commozione.

Mai, in vita mia, avevo avuto il privilegio di trovarmi al cospetto - e a cosi' poca distanza - da delle persone cosi' speciali che incarnano tutta l'essenza giapponese possibile e ogni singolo aspetto dell'incanto nipponico. Per alcuni istanti mi e' persin sembrato fossero fragili creature venute da un altro pianeta tanto e' diverso e misterioso tutto cio' che le riguarda.

Sono andata via col cuore gonfio di gioia e gratitudine, e anche forse un briciolo di tristezza per aver, forse, sottratto con l'obiettivo della mia macchina fotografica un po' di quell'inspiegabile aura che segue le maiko-san e le geiko-san ovunque loro vadano.

Ritornati sul corso principale che unisce in un complice abbraccio Gion alla via Shijo, ci siamo ritrovati nella bolgia dantesca fatta di folti gruppi di turisti, gente del posto e taxi in attesa. Eravamo proprio in questo marasma quando, ecco un'incantevole geiko-san in mezzo alla folla:
Ma quella magia che mi aveva accompagnata in quei vicoli di prima qua non c'era gia' piu'. Qui il tutto aveva il sapore di una fotografia fatta di corsa.

Pochi metri piu' in la', eccoci giunti davanti all'ochaya 一力亭 Ichirikitei, la sala da te' piu' antica, famosa, piu' prestigiosa e piu' esclusiva di tutta Kyoto. Per poter entrare all'Ichirikitei, una sala da te' che e' stata persino teatro d'importanti avvenimenti della storia giapponese, non basta essere ricchi: e' obbligatorio un qualche tipo di aggancio con uno o piu' clienti abituali. Solitamente, se non c'e' viavai di ospiti, davanti all'ingresso staziona un signore anziano dall'aria abbastanza minacciosa e che perentoriamente blocca l'ingresso a tutti, tranne naturalmente ai piu' fidati.

L'Ichirikitei, come quasi tutte le sale da te' di Kyoto, si avvale pienamente e senza eccezioni di un principio noto in giapponese come 一見さんお断り ichigen-san o-kotowari secondo cui, senza l'invito ufficiale da parte di uno o piu' clienti abituali di una certa sala da te', l'ingresso e' rigorosamente proibito. Questo significa che sono ben pochi coloro che riescono a godere del privilegio di poter passare una piacevole serata in compagnia di qualche maiko-san o geiko-san, in una di queste misteriose sale da te'. Se gia' per la maggior parte dei giapponesi poter anche solo metter piede in una sala da te' di questo calibro - soprattutto in un posto come l'Ichiriki - rimane e rimarra' un sogno, figuratevi per gli stranieri! Si dice che, ad oggi, il numero di stranieri ospiti dell'Ichiriki sia talmente basso da non superare il numero delle dita di una o due mani.

Una maiko-san, seguita da quella che forse e' la sua okaasan, esce dalla prestigiosa Ichirikitei e si avvia verso il taxi.
(continua).

PS. Tempo fa avevo un banner che incoraggiava i lettori a commentare perche' sono proprio i commenti ad alimentare un blog. Forse sarebbe il caso di rimetterlo.
Il numero di visite e' triplicato negli ultimi due giorni e il numero dei sostenitori e' in continuo e costante aumento, eppure i commenti scarseggiano spaventosamente.

Insomma, siete in tantissimi a leggermi da ogni parte del globo (ma soprattutto dall'Italia ed altri Paese europei)!

Rinnovo, dunque, l'invito a lasciarmi una vostra traccia: ditemi chi siete, da dove mi leggete e perche' mi leggete.

Anche se non riesco sempre a rispondere a tutti i vostri interventi, sappiate pero' che li leggo ed apprezzo tutti.